Treviso Sud - gennaio 2002
testi e foto di Marco Ricco

Treviso, uno dei simboli dell'Italia benestante. Marco Ricco é andato oltre la superificie e ci racconta una ordinaria storia di immigrazione e emarginazione.
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Benetton Group: 4.000 miliardi di lire di giro d'affari nel 2001, 5000 negozi in giro per il mondo. Non ha bisogno di presentazioni. Cassamarca: 121 unità nella rete territoriale del Gruppo Unicredito, 10.944 miliardi di raccolta nel Iƒ trimestre del 2001. Una banca che ha raccolto solo dai trevigiani e dai veneti 10.944 miliardi di lire in tre mesi! Sono due delle più solide espressioni dell'imprenditoria di questa meravigliosa città al confine tra la pianura padana e la pedemontana che comincia gradualmente ad innalzarsi verso le Dolomiti. Esse hanno in comune un altro primato riconosciuto da tutti i cittadini della marca: quello della solidarietà.

Attraverso le loro fondazioni hanno dato vita alle più ricche realtà nei settori più vari dallo Sport alla Cultura: sempre con la maiuscola. Una forma di solidarietà sempre rivolta verso fasce sociali che con difficoltà si potrebbero definire bisognose. Almeno rispetto a ciò che possono essere gli standard di un cittadino che non ha vissuto in questa zona da almeno cinquanta anni a questa parte. Sono tanti anni ormai che il concetto di bisogno di un cittadino di Treviso é impregnato di elementi che lo rendono peculiare e troppo profondamente distante da quello che può essere il suo omologo per un cittadino del sud, dell'Italia o ancor più del mondo. Sono tanti gli anni infatti che sono passati da quando Treviso e il Veneto tutto viveva la povertà di una comunità prevalentemente agricola e "esportatore" di capitale umano in cerca di migliori fortune all'estero. Solo in questi ultimi giorni di gennaio '02 molti sembrano essersi ricordati delle migliaia di "compaesani" emigrati in Paesi come l'Argentina, vedendo ricomparire, come fantasmi provenienti da un brutto sogno, i reduci della crisi che ha colpito il paese dell'America Latina, così ricco di risorse naturali e di speranze. E ricca di risorse e speranze deve apparire oggi l'Italia agli occhi di molti cittadini provenienti da Paesi migliaia di chilometri più a "sud" di noi. Persone che guardano all'Occidente come l'unica àncora di salvezza; magari serbando i racconti dei nonni che gli hanno parlato della potenza e della grandezza economica, quando negli anni del colonialismo non avevamo bisogno di mascherare un'occupazione militare come aiuto per lo sviluppo. La superiorità della nostra civiltà deve allora risultare evidente a chi ricorda con un pizzico di rimpianto i tempi gloriosi in cui potevamo vantarci di avere degli avamposti a Tripoli o Mogadiscio.

Ma in fondo anche a chi oggi ha impiantato la propria depandance produttiva in Albania o in Romania, "portando il lavoro all'estero". Ed é fondamentalmente per un lavoro che molti cittadini africani, del Medioriente, dei Paesi del "vicino" Est, dell'estremo Oriente o dell'America Latina vengono qui come ospiti. Quanto desiderati o meno sarebbe anche facile da intuire per chi conosce i meccanismi del capitalismo occidentale e del funzionamento dei nostri governi democratici. Inutile srotolare cifre sulla presenza di stranieri emigrati in Occidente. In particolare in Italia, il numero dei cittadini stranieri che sono costretti a vivere da clandestini (parola coniata ad hoc per questi anni) é molto elevato. Tanti preferiscono esserlo pur di avere l'illusione di vivere una maggiore libertà, che li tenga lontani dalla burocrazia soffocante che deve ricordare in qualche modo la violenza repressiva dei loro regimi antidemocratici. Basta frequentare però i luoghi pubblici gratuiti o a basso costo dopo le sei del pomeriggio per rendersi conto che ogni tre italiani c'é un cittadino straniero, come sugli autobus di Treviso.

Si nota subito perché loro hanno la "colpa" di rendere molto più colorato il panorama umano. Un paio di anni fa si sarebbe capito che la "bomba" immigrazione avrebbe potuto esplodere anche qui, nella tranquilla città del lavoro. Purtroppo parte di essa male avrebbe digerito che i propri marciapiedi venissero "sporcati" da quel colore. La cosa é diventata palese quando il sindaco Gentilini con una sua ordinanza ha fatto sradicare delle panchine nei pressi della stazione perché occupate troppo frequentemente da cittadini extracomunitari, chiudendo con delle reti metalliche altre aree di verde pubblico intorno alle mura della città. Ma "l'invasione" é continuata nonostante tutto. E oggi Treviso si trova a confrontarsi con il fenomeno delle occupazioni di edifici abbandonati, un'occupazione povera (non come quella di Milano) perché scevra da qualsiasi valore ideologico (un po' come nel napoletano). Un fenomeno che il sindaco Gentilini ha contribuito a portare alla luce del giorno con una ordinanza di sgombero di un ex edificio della Telecom, quando decine e decine di persone si sono risvegliate una mattina con i beni personali e i pochi mobili sul marciapiede. Da allora é successo che nel mese di dicembre per ben due volte lo struscio del sabato pomeriggio dei trevigiani é stato disturbato da una imponente manifestazione che ha richiamato diverse persone di altre città come Venezia e Padova. La televisione ha fatto il resto con Sciuscià che ha riportato agli onori della cronaca gli occupanti della marca trevigiana. Oggi quei cittadini sono passati ad occupare un altro stabile: un ex edificio della usl, proprio sopra un simbolo dell'abbondanza veneta, un supermercato di proprietà locale.
 

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