Treviso Sud - gennaio 2002
testi e foto di Marco Ricco

Treviso, uno dei simboli dell'Italia benestante. Marco Ricco é andato oltre la superificie e ci racconta una ordinaria storia di immigrazione e emarginazione.
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Arrivo all'ex palazzo della usl di Treviso intorno alle 15.30. Dal mese di Novembre 2001 é stato occupato da una cinquantina di persone straniere provenienti per la maggior parte dal Maghreb e dall'Africa sub sahariana. Entro. L'appartamento ha una decina di camere che trovo tutte chiuse. Molti dormono o riposano. Altri passano per il lungo corridoio per andare al bagno. La casa é senza corrente elettrica ne gas ne acqua. Quando mi fermo a parlare con i primi che vedo noto che mi guardano un po' strano. Sono l'unico "bianco" lì dentro e tutti si domandano cosa ci stia a fare lì. Poi quando dico che cerco notizie per un sito web mi catalogano fra la schiera dei giornalisti e qualcuno fa il nome di Santoro. Dopo la puntata di Sciuscià che si é occupata di loro il giornalista Santoro é l'unico conosciuto.

Comincio a parlare e chiedere informazioni sulle loro condizioni ma mi sembra di vedere che le reazioni sono molto scettiche. Rispondono facendo poca attenzione a me. Poi si avvicina un ragazzo di 25 anni circa con fare minaccioso. Mi chiede chi sono. Mi dice "qual é il problema?". Gli spiego che cerco solo di sapere e di far sapere di più sulla loro vita e nel giro di pochi minuti inizia una conversazione molto accesa. Il numero dei partecipanti aumenta progressivamente. Si forma un gruppo di una decina di persone. La maggior parte di loro mi dice che a Treviso la gente non li vuole.

Un ragazzo mi racconta dei suoi tentativi di cercare casa in una agenzia immobiliare e di come lo hanno decisamente invitato a non entrare neanche perchè per lui case non ce ne erano. Un altro mi dice che un suo amico italiano aveva trovato una casa da affittare a seicentomila lire al mese mentre a lui per quella stessa casa avevano chiesto un milione e mezzo. Tutti sono d'accordo nel dire che loro non hanno diritti. Solo quello di lavorare otto/dieci ore al giorno. Il ragazzo che mi sembrava il più incazzato di tutti mi dice che sarebbe il caso di andare a rubare, visto come li trattano. Lo invito a desistere dall'idea, perchè -gli dico- finiresti in galera per un bel po' prima che te ne possa rendere conto. Si calma e mi dà ragione. Tutti sanno della manifestazione che si sta svolgendo a Roma contro la legge Bossi-Fini proprio durante quelle stesse ore, ma la maggior parte di loro ha lavorato di notte e non sono riusciti a svegliarsi in tempo. Poi si aggiunge un altro ragazzo che dice sconsolato che loro stanno pagando il prezzo per quello che hanno fatto gli stranieri che sono arrivati in Italia prima di loro.

Dice che si sono comportati male danneggiando gli appartamenti che gli avevano dato in affitto. Ma un suo compagno aggiunge subito che se la stessa cosa fosse capitata ad un gruppo di studenti italiani che condividono una casa nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Chiedo di poter fare delle foto e subito due/tre di loro mi invitano nella loro stanza spalancandomi le porte. Mi fanno entrare; mi mostrano velocemente la loro sistemazione; e poi mi lasciano solo per non disturbarmi mentre mi accingo a fare i primi scatti. La stanza ha proprio l'aspetto di un piccolo ufficio per il pubblico. Ci sono due ambienti separati da una vetrata con una porta. Da un lato c'é giusto lo spazio per tre letti messi a ferro di cavallo. Due letti paralleli, uno a piedi. Tra i due paralleli ci sarà meno di un metro. Quello trasversale tocca gli altri due. Sulla parete lasciata libera c'é una finestra da dove si scorgono i panni stesi un poí dove capita. Nell'altro ambiente c'é un tavolo di un metro per un metro appoggiato alla vetrata che separa i due ambienti, con tre sedie. Un cucinino a gas alto mezzo metro, con una bombola a lato. Tre o quattro pentole per terra di fianco alla "cucina". Nella parete di fronte alla porta d'ingresso una mensola per tutta la lunghezza della parete (circa due metri) con un lenzuolo che nasconde tutto il necessario per la vita quotidiana e pochi abiti ammassati. Sopra la mensola la scansìa con le riserve alimentari. Stop. Non hanno altro a disposizione.

Ah! Loro sono fortunati: hanno il bagno proprio fuori dalla loro stanza. Ci sono due bagni (come in tutti gli uffici pubblici) uno per i maschi, l'altro per le femmine. Senza doccia. Lì ovviamente non ci sono donne, per cui hanno due bagni per cinquanta maschietti. Dopo aver fatto le mie brave fotografie mi siedo a chiacchierare con Cheri, 29 anni di Rabat (Marocco). E' da tre anni in Italia. Ha cominciato a studiare farmacia poi le pessime prospettive professionali (per chi non ha santi in paradiso) e i continui litigi con il padre lo hanno fatto propendere per il viaggio della fortuna in Italia. E' stato per molti mesi al sud: Reggio Calabria, Taranto, Napoli. Faceva il venditore ambulante. Si é occupato di cd e orologi falsi. Ma non quelli venduti dai cinesi.

Mi dice che la loro concorrenza é imbattibile: sono capaci di portare pesi che lui nemmeno proverebbe a trasportare. Mi dice che preferisce materiale leggero, così se arriva la polizia é più facile da far sparire insieme alla sua presenza. Ma la sua attività principale é stata la vendita di sigarette di contrabbando nel napoletano. Così quando gli faccio notare che quella attività é cessata a Napoli e provincia, mi risponde: "Lo so, da allora mi sono trasferito al nord". In generale mi dice che a Napoli si é trovato molto bene. Sentiva la gente vicina, la solidarietà era mostrata senza barriere "anche dalle donne del quartiere", non si sentiva straniero perchè molti altri italiani facevano i venditori ambulanti come lui. Tra l'altro anche le condizioni economiche gli sembravano più vantaggiose: era riuscito a trovare una casa per centocinquanta mila lire al mese, dove viveva con un'altra persona. Poi il trasferimento al nord e il contatto con un mondo più "civile". Anche se per lui e per tanti come lui quella civiltà é solo osservata ma impossibile da vivere.

La prima forma di civiltà l'ha vissuta rispetto alla necessità di ottenere un permesso di soggiorno. La legge attuale (non la futuribile Bossi-Fini) prevede la possibilità di avere un permesso di soggiorno in presenza di alcune condizioni che sono sintetizzabili in un contratto di lavoro, un domicilio e la prova di essere presente in Italia da una data antecedente a quella della entrata in vigore della sanatoria del '98, per avere la possibilità di godere dei benefici concessi da quella legge. Lui é uno dei fortunati che é riuscito a mettere insieme tutti i requisiti necessari per avere un permesso di soggiorno (che comunque gli scadrà a Giugno), solo che i requisiti erano tutti rigorosamente falsi.

Cheri ha pagato 800 mila lire per ottenere un contratto di lavoro falso. Infatti lavora attualmente presso una cooperativa produzione e lavoro che non stipula nessun contratto ma ti assume come socio lavoratore; il che significa il massimo della flessibilità richiesta dagli imprenditori (niente ferie, permessi, malattie pagate; possibilità di essere licenziati nel giro di pochi istanti senza giusta causa o giustificato motivo). Ha pagato 150 mila lire ad un cittadino trevigiano per ottenere un domicilio falso. Ha pagato 150 mila lire ad un dipendente della struttura ospedaliera pubblica di Treviso per avere un referto del pronto soccorso che dimostrava la sua presenza in Italia prima del '98. E infine ha pagato 100 mila lire ad un funzionario di polizia per avere l'appuntamento presso la questura per il momento finale, quello dell'avvio delle pratiche di richiesta del permesso di soggiorno. Totale un milione e duecento mila lire pagati a rispettabili cittadini, dipendenti e funzionari del nostro Stato.

Se a questo aggiungiamo la somma pagata ai mafiosi che lo hanno trasportato in Italia fa una bella cifretta. A proposito solo gli stranieri che fanno il trasporto sono mafiosi; e i nostri connazionali che taglieggiano per il permesso di soggiorno? Mentre Cheri mi racconta queste cose si sono aggiunte altre tre o quattro persone almeno che mi confermano di aver passato la stessa trafila. Infatti tutti quelli che ho conosciuto avevano un "regolare" permesso di soggiorno! Ma Cheri non si scoraggia e va avanti nel discorso raccontandomi aspirazioni e speranze per il futuro. La sua prima e unica preoccupazione sembra però essere rimasta legata ad un lavoro sicuro e ad una casa. Mi garantisce che nelle sue condizioni non si ha la forza di desiderare di più. Mi parla di lusso quando gli faccio notare che forse un cittadino avrebbe anche altri diritti come assistenza sanitaria, assistenza sociale, voto, diritto alla formazione professionale. Il suo sogno resta un contratto a tempo indeterminato che gli consentirebbe di avere un permesso di soggiorno valido per quattro anni e che gli consentirebbe di fare il tentativo di trasferirsi in Francia o in Belgio, dove vivono due suoi fratelli e dove con un po' di fortuna potrebbe trovare un'anima gemella cui unirsi che magari gli potrà garantire l'agognata cittadinanza straniera che gli darebbe un po' di pace dopo anni di ricerca di una vera cittadinanza.

E' evidente nelle parole di molti che la civiltà del nostro Stato non garantisce loro la possibilità di vivere in maniera dignitosa e tutti parlano della Francia o di altre nazioni europee dove gli sarebbero garantiti maggiori diritti. Solo che in Italia è più facile entrare. Mi chiedo allora che senso ha fare delle leggi che consentono una maggiore facilità di ingresso se poi non si riesce a garantire loro una vita dignitosa. Poi mi ricordo delle parole pronunciate da diversi esponenti delle associazioni industriali venete, che chiedono una maggiore disponibilità di manodopera, che nelle attuali condizioni socio-economiche non potrebbe essere altro che di origine extracomunitaria. E le associo alle parole del ministro Bossi che vuole invece restringere la possibilità di ingresso e di permanenza di stranieri nel nostro Paese.
Mi chiedo ancora se queste persone sono a conoscenza delle infinite possibilità che già attualmente esistono di vivere in Italia da clandestini o comprando un permesso di soggiorno. Ancora mi viene da pensare a quanti imprenditori italiani hanno delocalizzato la produzione in cerca di un minor costo del lavoro e penso ai disagi nel controllo di una attività produttiva posta migliaia di chilometri di distanza. Mi metto nei panni di un imprenditore che ragiona in termini esclusivi di profitto economico e non di responsabilità sociale e mi dico "che vado a fare nel Terzo Mondo quando è il Terzo Mondo che viene da me". E allora qualcosa comincia a quadrare. Le dichiarazioni degli imprenditori non sono poi così discordanti da quelle dei politici. Fare una legge che lega il diritto di permanenza alla durata di un contratto di lavoro e contemporaneamente abolire le garanzie dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori non vuol dire altro che tentare di costruire e legittimare una nuova classe operaia sempre più precaria e ricattabile, che consente quella sperata flessibilità che riduce i costi delle aziende. E' questo il modo per rendere più competitive sui mercati globali le aziende italiane? Con tanti cari saluti alle teorie aziendalistiche che da anni si affannano ad affermare che la competizione si è spostata dalle condizioni di costo sulle scelte di marketing. Sarebbero questi nuovi schiavi a garantire condizioni di sopravvivenza alle nostre aziende in un contesto globale che vive una crisi di sovrapproduzione dove le aziende avevano cominciato a farsi la guerra, rosicchiandosi punti di profitti a colpi di campagne pubblicitarie sempre più aggressive. E' un modo per fare la pace e mettere tutti d'accordo sul metodo di ridurre i costi, per continuare ad andare avanti nello stesso modo.
Dando vita contemporaneamente a nuovi ghetti dove persone sfibrate dalla difficoltà di sopravvivere non avrebbero più la forza di alzare la voce.
 
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