Intervista a Marco Rossi, responsabile di Emergency per Roma - novembre 2001
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei.
Ringraziamo Marco Rossi per la sua disponibilità nel concederci l'intervista; Simona Fusco e Luca Gricinella per averci inviato le loro domande.


(foto di Enrico Natoli)
 
Intervistare Marco é stata un'impresa difficile: lo abbiamo avuto davanti agli occhi per ben due volte nell'arco di una settimana, prima di poterlo fermare per una mezz'oretta davanti al nostro registratore al terzo tentativo.
E' un periodo di gran lavoro per i responsabili di Emergency, questo. A quanto ci pare di capire, neanche loro si aspettavano un interessamento così forte degli Italiani per una popolazione che vive quasi dall'altra parte del mondo come quella afghana.
Emergency attraversa un momento di forte popolarità, e a noi é venuta la curiosità di capire più in profondità qual é la molla che li spinge ad aprire ospedali, posti di pronto soccorso e scuole in posti del mondo dimenticati dall'Occidente, a lavorare per - e con - le vittime civili dei conflitti nel mondo.


Com'é nata Emergency? Quali sono gli obiettivi e le fonti di finanziamento?

Emergency é nata nel 1994 su idea di Gino Strada e di alcuni suoi amici. Gino Strada é un chirurgo di guerra con anni di esperienza ed Emergency é un'organizzazione umanitaria che si occupa della cura e la riabilitazione delle vittime civili.
Abbiamo attualmente sette ospedali: in Cambogia, Afghanistan, Kurdistan iracheno e Sierra Leone. Inoltre abbiamo circa venticinque posti di primo soccorso di supporto alle strutture ospedaliere.
Le fonti di finanziamento, per la gran parte, provengono da privati, da donazioni piccole o grandi.
Ovviamente in alcuni casi abbiamo avuto la possibilità di usufruire di finanziamenti istituzionali: della Cooperazione Italiana, dell'Agenzia Eco, dell'Unione Europea, ma principalmente il nostro lavoro viene svolto facendo affidamento alle donazioni dei privati.

Quali sono i rapporti di Emergency con le istituzioni Italiane e con quelle dei paesi in cui lavorate?

Di solito sono buoni. Nel corso degli anni le situazioni si sono modificate, le realtà politiche - anche a livello internazionale - e gli obiettivi di alcuni organismi internazionali sono cambiati ed é questo in fondo uno dei motivi per cui ci affidiamo a fondi istituzionali quando ci vengono accordati. Ma comunque preferiamo donazioni di privati e fondi perché a quel punto le decisioni sono nostre, noi valutiamo dove intervenire, quando secondo noi ci sono delle emergenze, e partiamo col progetto.
Poi se qualcuno ci aiuta, tanto meglio!

E' un periodo di grande popolarità per Emergency, si parla molto di voi. Ipotizziamo un momento in cui, quando l'interesse dei media per questa guerra finirà, anche per voi ci sarà meno interesse. Come affrontate questo momento?

E' normale che in Italia, come negli altri paesi, l'informazione abbia le sue regole. Si corre dietro la notizia. Noi lavoriamo abitualmente in paesi dove ci sono guerre da tanti anni e nessuno lo sa, nessuno ne parla, ma noi ci lavoriamo lo stesso.
Certamente la situazione attuale dell'Afghanistan ha portato un incremento di interesse, a dire la verità inaspettato. C'é una grandissima attenzione di tutti sull'Afghanistan, sulle vittime afghane. Questo non ci fa paura, anzi ci entusiasma da un certo punto di vista. Si tratta solo di lavorare un po' di più in questo periodo per cercare di rispondere alle tante iniziative a cui siamo invitati, quelle che sono di sostegno all'attività di Emergency e alle quali cerchiamo di rispondere al meglio.

La fa semplice la situazione, Marco, con queste parole. In realtà, in questa mezz'ora di intervista il suo cellulare non smette di suonare, lui estrae di continuo dalla tasca del giubbotto la sua agenda che contiene righe fitte fitte di appuntamenti... in fondo, la sua disponibilità verso Cuntrastamu - un gruppo di emeriti sconosciuti che lo tampina da una settimana - ci sembra un buon segno... ci fa pensare che per Emergency non esistano interlocutori di serie A o di serie B, ma che - al contrario - il desiderio di trasmettere lo spirito di questa associazione sia più forte della fatica di non dire "no" a nessuno, e di incasinarsi le giornate con mille appuntamenti.

Quali sono i rapporti con la popolazione dei luoghi in cui intervenite? Quanto tempo ci vuole per instaurare la necessaria confidenza, da parte vostra verso di loro e viceversa?

I rapporti sono inevitabilmente buoni. Noi portiamo cure, portiamo un po' di sicurezza all'interno dei nostri ospedali. La nostra presenza significa molto spesso che queste persone hanno per la prima volta qualcuno che li aiuta, qualcuno che non gli spara. E lo fa gratuitamente.

Qual é il lavoro di cui siete più orgogliosi e quale invece quello in cui avreste potuto fare qualcosa di più?

Quello che ci rende più orgogliosi é ogni volta che riusciamo a salvare una vita o comunque a rendere migliore la vita di una persona che ha delle gravi mutilazioni.
Il momento peggiore é necessariamente quello in cui si perde un bambino.

Marco, spiegaci qualcosa delle mine antiuomo. Voi ne parlate molto, eppure le persone sembrano non rendersi conto dei danni che provengono da queste armi nel corso degli anni.

Noi non crediamo molto alle armi intelligenti. In assoluto le mine sono le armi meno intelligenti: sono ordigni che una volta finita la guerra continuano a esplodere e a far saltare in aria persone per sessanta, settanta anni. Attualmente nel mondo ci sono poco meno di cento milioni di mine, ogni venti minuti una persona salta su una mina. Ci sono paesi letteralmente infestati di mine.
Produrre le mine costa pochissimo, sminare costa davvero una montagna di soldi.

L'Italia era il terzo paese al mondo produttore di mine, e per fortuna questo primato non ce l'abbiamo più. Nel 1997 l'Italia ha firmato il Trattato di Ottawa, con il quale i paesi firmatari si impegnano a non produrre e a non commercializzare mine antiuomo. Purtroppo ci sono tanti paesi che non hanno firmato, non hanno ratificato questo trattato, il che significa che vengono prodotte, vendute e messe in funzione migliaia e migliaia di mine.
La mina produce danni gravissimi. Di solito non uccide, é stata pensata non tanto per uccidere quanto per recare danni gravissimi alle persone, mutilazioni gravi: questo con l'intenzione di indebolire in realtà interi villaggi, intere aree.

Indebolire l'economia dei villaggi e dei paesi perché ovviamente persone con mutilazioni gravi difficilmente possono lavorare. Soprattutto per quel che riguarda le nazioni dove operiamo, quindi svolgere il lavoro nei campi, compiere lavori duri.
Lavorare nei campi é pericoloso perché si salta sulle mine, nessuno sa bene dove siano tutti questi milioni di mine. Le guerre non finiscono, le mine tantomeno: dunque, un problema molto, molto serio. Provoca una quantità enorme di vittime ogni anno... insomma, é veramente un ordigno terrificante.

Avete rapporti con altre organizzazioni umanitarie, come Medici senza Frontiere o la Croce Rossa? Se sì, di che tipo?

Sì, sul campo si creano inevitabilmente rapporti umani e professionali intensi. Sono situazioni difficili, paesi difficili, a rischio, quindi i nostri medici collaborano con la Croce Rossa e con Medici senza Frontiere. Ci sono rapporti che vanno al di là dei paesi d'origine delle associazioni, del lato istituzionale delle associazioni. Sono rapporti tra uomini che lavorano in paesi dove c'é una guerra, o comunque persone che soffrono. L'obiettivo primo, direi di tutti, é di lavorare insieme per questa gente che soffre. Magari questi rapporti non sono istituzionalizzati, ma... se si rompe un'ambulanza, ad esempio, chi ce l'ha la mette a disposizione.

Quali sono le pressioni a cui siete sottoposti maggiormente, sia voi che curate il lato organizzativo dell'associazione, sia le persone che stanno al fronte?

Pressioni di che tipo?

Le fatiche, il tipo di impegno...

Il tipo di impegno delle persone che lavorano nei nostri ospedali é ovviamente assoluto, totale, faticosissimo, duro... perché quando si vedono migliaia di persone ogni anno arrivare in condizioni disastrose, insomma, non é facile. Dall'altra parte c'é la soddisfazione di vedere una persona che dopo alcuni giorni, o mesi, d'ospedale, esce in condizioni per lo meno accettabili.
Il 70% circa del nostro personale locale é composto da ex pazienti, persone che hanno riacquistato la possibilità di svolgere attività pressoché normali.
I nostri sono ospedali a tutti gli effetti, non ospedali da campo, quindi ci sono i normali servizi: la lavanderia, la cucina, le sartorie per fare le divise e i pigiami. In questi servizi dunque vengono utilizzate persone che altrimenti avrebbero difficoltà a mantenere anche un piccolo reddito per mantenere la famiglia o comunque per andare avanti.

Marco, nel nostro sito parliamo della mafia, delle mafie, perché riteniamo che se ne parli troppo poco. Voi l'avete mai incontrata la mafia nei vostri anni di lavoro?

Mah, la mafia é un concetto un po' vago... sì, comunque.
Sai... sono paesi in guerra, quindi a volte c'é il disordine più assoluto e totale ed é possibile fare incontri con gruppi armati che in qualche maniera svolgono attività non lecite. Ma questo é davvero un fatto locale, un fatto che può succedere quando si lavora in paesi così difficili, in situazioni molto complesse.
Magari non si parla di mafia.. anzi, sicuramente non si parla di mafia, si parla di bande armate o di organizzazioni che svolgono attività non perfettamente lecite, quindi ci si incontra e... ci si scontra!

Per la vostra esperienza, si recuperano i traumi psicologici causati dalla guerra nella popolazione civile? Se si, come?

E' una questione che ci poniamo spesso. Nel nostro piccolo, cerchiamo di dare un'assistenza anche di questo tipo, nei nostri ospedali si cerca di avere un ambiente sereno, dove ci sono i bambini ci sono pareti colorate... c'é un rapporto umano molto intenso, molto forte, molto bello con le persone nei nostri ospedali. Da questo punto di vista cerchiamo di rassicurare le persone, in modo che si sentano al sicuro.
A volte, quando si sta per anni in un paese si creano rapporti umani con la popolazione del paese, con la gente che é venuta - o che hanno portato - a farsi curare nei nostri ospedali. Persone venute cinque anni fa, ad esempio... quando si sposano invitano alla cerimonia il nostro personale.
In Cambogia abbiamo una piccola scuola dove i ragazzi costretti per molto tempo nell'ospedale possono leggere, scrivere, disegnare. In questo momento, é il tipo di supporto che pensiamo di dare e che possiamo dare. La crudezza della guerra fa sì che i traumi si debbano risolvere nel tempo, un lavoro lungo che impegna tutti... é un discorso molto complesso.

Ci sono delle domande per te giunte al nostro sito dai lettori.
Come sono ripartiti i fondi che vi arrivano? In quali operazioni, in quali paesi?

Mmmh... domanda estremamente complessa! In questo momento non sono in grado di rispondere (siamo davanti alla porta di un edificio che tra poco ospiterà una serata, piena di personaggi famosi, in favore di Emergency: l'intervista é fatta in piedi e rigorosamente di corsa... , ndr), comunque ci sono i bilanci, c'é la rivista di Emergency e il sito dove secondo noi diamo tutte le informazioni utili in questo senso. Abbiamo vinto un premio per il bilancio e la comunicazione finanziaria, il che vuol dire che la gente che ci aiuta sa che i fondi che ci offre per la nostra attività sono - riteniamo - ben spesi.
La ripartizione di questi fondi dipende dalle situazioni. L'attuale situazione in Afghanistan ci ha portato ad un impegno maggiore in quel paese, ma a volte le situazioni cambiano in breve tempo. Ovviamente c'é una programmazione, ma questo tipo di attività prevede anche la possibilità di cambiare strategia e priorità sulla base di quello che poi capita in questi paesi.
Per una ripartizione dettagliata delle nostre spese io mi permetto di rimandare al nostro sito, www.emergency.it, oppure anche attraverso il sito farsi mandare la rivista, che noi pubblichiamo ogni quattro mesi, dove ci sono tutte le indicazioni su quello che spendiamo, dove e come spendiamo.
Noi avevamo un bilancio quando ancora non era obbligatorio, per legge, per le Ong (Organizzazioni non Governative, ndr) e le Onlus (Organizzazioni senza fini di lucro, ndr) - pensiamo di essere abbastanza chiari e trasparenti.

Avete rinunciato ai fondi Istituzionali per protestare contro la decisione del Governo di andare in guerra. Come pensate di recuperare l'ammanco?

Emergency é nata facendo affidamento non sui fondi istituzionali, ma sulla sensibilità e la solidarietà della gente. Ed é esattamente come funzioniamo dal '94 ad oggi. Il finanziamento istituzionale lì dove c'é ci aiuta a lavorare più in fretta, magari a realizzare più cose in minor tempo. Dove non c'é, noi e i nostri volontari cerchiamo di lavorare di più per informare di più e meglio le persone e coinvolgerle sui problemi che si affrontano quotidianamente nei nostri ospedali. Di solito, le risposte sono positive, quindi continueremo a fare il nostro lavoro lavorando un po' di più in Italia per fare informazione, per farci conoscere, per raccogliere fondi. E' stato deciso così, e noi lavoreremo un po' di più!

Se gli Stati Uniti avessero attaccato via terra, mettendo quindi più a rischio le proprie truppe, ci sarebbe stato meno pericolo per la popolazione afghana?

Io non sono un esperto di questioni e strategie militari. Abbiamo degli amici molto cari, molto bravi e qualificati all'interno di Emergency che sono dei grandi esperti di cose militari...
La guerra é sempre estremamente rischiosa. Un dato é certo, ed é universalmente riconosciuto: il 90% delle vittime sono civili, il che significa che sono coinvolti uomini, donne, bambini, vecchi che non hanno assolutamente alcun tipo di responsabilità. Il 30-40% di questi sono bambini. Detto questo, se vengono colpiti da un missile lanciato da un aereo o da un lanciarazzi a terra, o da un carrarmato, poco cambia.
Ci sono popolazioni sottoposte da anni all'orrore della guerra, nell'Afghanistan stesso la guerra dura da vent'anni, il che significa che persone che ora hanno venti, venticinque anni non hanno mai visto un giorno di pace. Secondo me poco cambia se la guerra arriva dal mare, dall'aria o dalla terra. Le vittime son sempre loro e questa é una cosa difficilissima da accettare.

Quanto pagate i chirurghi che lavorano per voi?

E' un normale contratto di cooperazione, al momento vi confesso che non ho un'idea precisa dell'importo. I medici sono fuori per un periodo che va dai tre ai sei mesi, come gli infermieri. Hanno tutti un contratto di cooperazione.

Torniamo alle nostre domande. Uno degli obiettivi di Cuntrastamu é far dialogare le persone di destra, di sinistra, di sopra, di sotto... secondo te é un progetto possibile in Italia? E' un'utopia? O cos'altro?

E' quello che io definisco un inizio di un'idea alternativa alla guerra.
Finché la gente parla, dovunque - in Italia per fortuna non ci sono rischi immediati di guerra - finché si parla...
Uno dei nostri obiettivi, oltre alla cura delle vittime di guerra, é quello della sensibilizzazione sui temi della pace, il che vuol dire parlare con tutti.
E' quando si smette di parlare che di solito vengono fuori le pistole... quando si smette di parlare tira una brutta aria. Parliamo, discutiamo, arrabbiamoci, quello che volete, ma parliamo perché sennò poi si mette male.

Perché conviene stare in pace? Tra di noi, tra le nazioni?

Perché si risparmiano vite umane. Non c'é nulla al mondo che valga quanto una vita umana.

A me sembra che ci sia un' "anestesia generale" delle persone verso gli "effetti collaterali" della guerra. "Va bene, ci sono i bambini che saltano sulle mine, ma cos'altro si può fare?". Cosa può dire, chi parla di pace, a chi porta avanti questa tesi?

Quando parliamo della nostra attività, quando e dove é possibile, ci permettiamo di invitare le persone a chiudere un attimo gli occhi e pensare: Piazza di Spagna, Piazza San Babila, dove sia, con i bambini milanesi e romani che attraversano la strada mentre vanno a scuola e saltano su una mina.
E' facile dire: "Eh, vabbé, ma purtroppo succede". Attenzione, perché non va bene perché succede ai figli degli altri. Le vittime sono esseri umani, non é accettabile che se sono lontane é meno grave. Il discorso che sia previsto che muoia qualcuno in guerra lo fanno tutti gli strateghi da sempre e però é un discorso che a noi non piace molto.


A noi, invece, piace moltissimo questo tentativo di riportare l'attenzione sulle persone, sugli esseri umani che soffrono. In una società come la nostra, dove chi lavora viene definito "risorsa umana", temiamo che ci sia il rischio di dimenticare che ogni essere umano é unico, ha i suoi pregi e i suoi difetti, non é intercambiabile. Non siamo risorse, siamo uomini e donne.
Lasciamo Marco Rossi alla serata di gala organizzata per Emergency. Non gli abbiamo fatto una domanda che ci é frullata in testa per un po' di tempo, durante l'intervista, perché ci sembra che abbia già risposto con tutto quello di cui ci ha parlato. La domanda era: "Chi ve lo fa fare? Cosa vi porta a rinunciare alla tranquilllità familiare, a stare all'estero per mesi, a rinunciare alle comodità della nostra società?".

Alla sera, su raidue, Michele Santoro ospita nella sua trasmissione Gino Strada e Teresa Sarti, presidente di Emergency. Ancora una volta, la faccia meno televisiva e fotogenica delle guerra edizione terzo millennio entra nelle case degli Italiani, comodamente seduti sul divano o in poltrona.

Auguriamo ad Emergency che, una volta che si spengeranno i riflettori delle televisioni ora opportunamente puntati sugli ospedali aperti - in tempi in cui l'Afghanistan non andava "di moda", e nessuno di noi era un esperto di "cose afghane"... - dall'organizzazione di Strada, le persone non dimenticheranno che in quegli ospedali, per anni, continueranno ad arrivare bambini mutilati, corpi dilaniati, per i quali la nostra "Libertà duratura" avrà la stessa faccia della morte.
La stessa, identica, di chi nel suo ufficio di New York l'11 settembre si é visto arrivare addosso un jet.

 
Potete scrivere il vostro parere su questa intervista mandando un'e-mail a: domande@cuntrastamu.org
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