Tre salti, tre vite
Con
i soldi di una vita, ti paghi il passaggio. Con molta
fortuna e un corpo sano ti salvi e ricominci tutto daccapo.
Partivano di notte perché il tragitto non era lungo
e bisognava fregare il giorno. Come sempre la luce e le
tenebre si davano le spalle giocando a rincorrersi. A
loro toccava passare fra le due schiene.
Lui, Amed e Ludad erano cresciuti insieme e insieme avevano
deciso di saltare. Si, di un salto si trattava, una corsa
ad ostacoli sul mare e poi un lungo salto. Ci voleva pazienza
e coraggio. Ci voleva disperazione e speranza. Non bastava
chiudere gli occhi e saltare, ci voleva di più.
Dovevi tenerli aperti e vederlo lo schifo da saltare,
dovevi vedere la morte, baciarla e imprecarla di salvarti,
dovevi stare zitto e sopportare, sopportare di veder morire
i tuoi amici e prenderti anche le urla di chi non ti voleva
vedere e aveva poca memoria. Se questa è la vita,
che cosa è l'inferno? Si chiese lui. Quando ormai
era tutto finito e la polizia italiana li conduceva in
fila per due verso un grosso edificio bianco. Poi che
sarebbe successo? Si disse, non avendo i due amici vicino.
Amed era nell'altra fila e Ludad lo avevano perso. Li
avrebbero separati? Li rimandavano a casa? O li facevano
restare? E per quanto tempo?
Ludad si era buttato in acqua, quando la guardia costiera
si era avvicinata alla nave, sorprendendo i due amici
e salutandoli con un tonfo sordo, da sasso. Poi più
nulla. Era morto? Era in giro nel porto? Si chiese Amed,
fuoriuscendo dalla lunga fila in cerca di uno sguardo,
di un viso già visto.
Lui era già dentro e stava rispondendo alle domande
della polizia, mentre gli macchiavano le mani d'inchiostro.
I documenti disse di averli persi, sulla nave, e poi di
non ricordare nulla, il traduttore aveva la barba bianca
e una camicia blu come gli occhi, pochi capelli ai lati
e un sorriso amico, sarà stata la lingua che masticava
parole conosciute o quel suo modo gentile d'insistere,
a lui gli fu simpatico subito, lui sapeva vedere, lui
sapeva ma non disse. Meglio stare zitti come si erano
detti sulla nave, prima che Ludad rompesse tutto.
Già, dov'era Ludad?
Amed aveva voglia di una sigaretta ma dietro e davanti
di se non c'erano persone disposte a soddisfare il suo
desiderio. Voleva sedersi a terra, cosa che tentò
per ben due volte ma lo stesso poliziotto gli fece capire
che no, non poteva. Un ragazzo smilzo e alto, con un faccia
bianca e triste di sonno, ma con buona forza, giusta a
sollevare Amed tirandolo per il gomito. Con gli occhi
sembrò dirgli: "così è, non
posso farci nulla", accompagnando l'abbassare della
palpebre con un mezzo giro del viso contundente, a destra
e a manca, come un tic, lo ripeté anche con gli
altri.
Ludad
a nuoto aveva raggiunto la costa e preso a correre come
inseguito, nella campagna siciliana, invece nessuno lo
aveva notato. Fuggiva inutilmente, la polizia e la marina
erano intente a recuperare i morti di un peschereccio
speronato e a contrastare una vera e propria flotta di
piccole barche, che tentavano di ripescare i corpi ingoiati
dal mare, dalla notte e dall'indifferenza degli ordini
militari. Ma Ludad non poteva sapere, e correva come un
bambino, felice di fuggire senza domande né rimorsi,
convinto dal domani bugiardo sogno troppo atteso. Quella
notte stava troppo vivendo non poteva farsi distrarre.
Corse fino a sfinirsi, corse fino a non vedere il mattino,
corse e bruciò il suo tempo. Cadde su una terra
non sua, fredda di brina e avara di abbracci, amaro inizio
di una storia che non ci sarà, vuota di notizie,
nera di pelle, bianca di morte.
Il sole era freddo e poggiato su una poltrona di nuvole
grigie, sembrava mimare la pigrizia della luce, che nello
stanzone fra il bianco dei materassi ammassati a incastro
si perdeva, ingoiata dagli sguardi impauriti dei bambini.
Si era svegliato da poco e capì dove stava solo
dopo essersi guardato i palmi neri ancora macchiati d'inchiostro.
Si alzò e facendo leva sulle punte, attraverso
le sbarre vide il mare, ora calma distesa blu, che a scacchi
e rettangoli spuntava fra le grigie navi della marina
e i pescherecci consumati dal bianco del sale, sopra il
giallo del sole che si alzava strisciando. Amed non c'era
nello stanzone. E di Ludad non si avevano notizie, "la
Hawl Wallah" disse ad alta voce, poi gli augurò
ogni bene e si distese sul materasso in attesa. Il salto
era fatto ora bisognava solo avere pazienza. - L'Italia
è un paese di emigranti, conosce il nostro dolore
- . Quest'ultimo pensiero lo ripeté anche a un
bimbo che lo guardava. Ma non rispose. Come non rispose
il poliziotto alla muta richiesta di Amed che unito l'indice
e il medio li faceva correre dalle labbra avanti e indietro,
il poliziotto distratto finse di non capire la richiesta.
Era mattina e solo ora lo stato Italiano su un foglio
bianco fotografava le sue impronte, unica traccia della
sua esistenza. Della sua stanchezza nessuno voleva sentire,
dei suoi desideri ancora meno. Nessuno gli aveva detto
di venire, si sentì rispondere. A lui il traduttore
sembrò cattivo per via del tabacco negato e della
risposta ai suoi lamenti. Lo portarono in una grossa rettangolare
e scura stanza, con le sbarre alle finestre, una lampadina
a fare da sole e diverse piste nere di formiche.
-
Fra poco ci portano in un campo di accoglienza e lì
una sigaretta la rimedi.
Gli disse un uomo sorridendo, dal suo materasso.
- Grazie, rispose compito. E poi?
- E poi ti rimandano a casa alla prima occasione.
- Ma come?
- Ti imbarcano.
- No, dicevo ti rimandano a casa come un criminale?
- Si, per loro sei un potenziale criminale.
- Ma io non ho fatto nulla.
- Si, ma il paese, la fame ti potrebbero tentare
- Ma che dici, io cerco solo un lavoro.
- Non ti scaldare, lo so, è la terza volta che
tento, per questo so
- Mi dispiace, ma, ho perso i miei compagni di viaggio
e non sapevo nulla di quello che succede qui.
- Beh un'alternativa c'è
anzi due.
- Allora dici?
- O scappi e resti clandestino, oppure tornato casa ti
prendi i taxi della malavita.
- Che cosa sono i taxi della malavita?
- Pescherecci sicuri che ti portano dritto dritto al servizio
della malavita di questi posti, quelli non vengono fermati
- E tu perché non li prendi?
- Perché non voglio diventare uno di loro.
- Non fanno prima a liberarci?
- Scherzi non vedi quante divise ci sono in giro
- Devo pensarci, sarebbe meglio scappare e trovare un
lavoro.
- Si, e i documenti?
- Prima scappo poi vedo. Che dici si può?
- Si potrebbe. Adesso verranno a prenderci e ci porteranno
ai campi di accoglienza con dei pullman, quando scendi
dal pullman devi tentare
Ma hai poche speranze.
- Ci penserò...
Rimasero
tutto il giorno nelle camere, si doveva completare prima
il recupero dei corpi, dispersi in mare dopo l'incidente
della notte e poi, sarebbero cominciate le operazioni
di smistamento. La luna coperta da un cuscino di nuvole
goffe sembrava nascondersi alla sera e a quelli che la
cercavano come unica certezza, fra le sbarre delle finestre
che quadrettavano il cielo siciliano. Tornarono le motovedette
e i pescherecci, lente e silenziose attraccarono. I militari
si confondevano ai pescatori sotto le bare che fra spalle
e mani scivolavano sulla banchina. In fila, mute e pesanti
come sassi, vennero disposte le trentadue bare, che anche
la luna si rifiutò di guardare, coprendosi di nero.
Lui da un taglio di finestra, vide l'inizio della fila,
e non contò, si chinò e rivoltando lo sguardo
pianse in silenzio. Non invitò nessuno alla finestra
e sperò che il mattino le ingoiasse. Amed dal lato
opposto non seppe né dei morti né dell'incidente.
Si rividero da due file parallele che correvano verso
i pullman che li avrebbero portati nei campi di accoglienza.
Amed ebbe la sua sigaretta da un braccio fiorito, senza
volto, che colorato si sporse da un finestrino per soddisfare
il suo desiderio. Lui lo guardò dal vetro del pullman
rubando uno sguardo alla tendina che una mano calava per
difendersi dalle foto.
Fu l'ultima volta che si videro.
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Racconto
di Marco Ciriello |
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Poesia
di P.L. Dunbar |
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Testo
di D. Walcott |
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