maggio 2002
Sola andata
fotografie di Lillo Rizzo - testo di Marco Ciriello
 
Tre salti, tre vite


Con i soldi di una vita, ti paghi il passaggio. Con molta fortuna e un corpo sano ti salvi e ricominci tutto daccapo. Partivano di notte perché il tragitto non era lungo e bisognava fregare il giorno. Come sempre la luce e le tenebre si davano le spalle giocando a rincorrersi. A loro toccava passare fra le due schiene.
Lui, Amed e Ludad erano cresciuti insieme e insieme avevano deciso di saltare. Si, di un salto si trattava, una corsa ad ostacoli sul mare e poi un lungo salto. Ci voleva pazienza e coraggio. Ci voleva disperazione e speranza. Non bastava chiudere gli occhi e saltare, ci voleva di più. Dovevi tenerli aperti e vederlo lo schifo da saltare, dovevi vedere la morte, baciarla e imprecarla di salvarti, dovevi stare zitto e sopportare, sopportare di veder morire i tuoi amici e prenderti anche le urla di chi non ti voleva vedere e aveva poca memoria. Se questa è la vita, che cosa è l'inferno? Si chiese lui. Quando ormai era tutto finito e la polizia italiana li conduceva in fila per due verso un grosso edificio bianco. Poi che sarebbe successo? Si disse, non avendo i due amici vicino. Amed era nell'altra fila e Ludad lo avevano perso. Li avrebbero separati? Li rimandavano a casa? O li facevano restare? E per quanto tempo?
Ludad si era buttato in acqua, quando la guardia costiera si era avvicinata alla nave, sorprendendo i due amici e salutandoli con un tonfo sordo, da sasso. Poi più nulla. Era morto? Era in giro nel porto? Si chiese Amed, fuoriuscendo dalla lunga fila in cerca di uno sguardo, di un viso già visto.
Lui era già dentro e stava rispondendo alle domande della polizia, mentre gli macchiavano le mani d'inchiostro. I documenti disse di averli persi, sulla nave, e poi di non ricordare nulla, il traduttore aveva la barba bianca e una camicia blu come gli occhi, pochi capelli ai lati e un sorriso amico, sarà stata la lingua che masticava parole conosciute o quel suo modo gentile d'insistere, a lui gli fu simpatico subito, lui sapeva vedere, lui sapeva ma non disse. Meglio stare zitti come si erano detti sulla nave, prima che Ludad rompesse tutto.
Già, dov'era Ludad?
Amed aveva voglia di una sigaretta ma dietro e davanti di se non c'erano persone disposte a soddisfare il suo desiderio. Voleva sedersi a terra, cosa che tentò per ben due volte ma lo stesso poliziotto gli fece capire che no, non poteva. Un ragazzo smilzo e alto, con un faccia bianca e triste di sonno, ma con buona forza, giusta a sollevare Amed tirandolo per il gomito. Con gli occhi sembrò dirgli: "così è, non posso farci nulla", accompagnando l'abbassare della palpebre con un mezzo giro del viso contundente, a destra e a manca, come un tic, lo ripeté anche con gli altri.
Ludad a nuoto aveva raggiunto la costa e preso a correre come inseguito, nella campagna siciliana, invece nessuno lo aveva notato. Fuggiva inutilmente, la polizia e la marina erano intente a recuperare i morti di un peschereccio speronato e a contrastare una vera e propria flotta di piccole barche, che tentavano di ripescare i corpi ingoiati dal mare, dalla notte e dall'indifferenza degli ordini militari. Ma Ludad non poteva sapere, e correva come un bambino, felice di fuggire senza domande né rimorsi, convinto dal domani bugiardo sogno troppo atteso. Quella notte stava troppo vivendo non poteva farsi distrarre. Corse fino a sfinirsi, corse fino a non vedere il mattino, corse e bruciò il suo tempo. Cadde su una terra non sua, fredda di brina e avara di abbracci, amaro inizio di una storia che non ci sarà, vuota di notizie, nera di pelle, bianca di morte.
Il sole era freddo e poggiato su una poltrona di nuvole grigie, sembrava mimare la pigrizia della luce, che nello stanzone fra il bianco dei materassi ammassati a incastro si perdeva, ingoiata dagli sguardi impauriti dei bambini. Si era svegliato da poco e capì dove stava solo dopo essersi guardato i palmi neri ancora macchiati d'inchiostro. Si alzò e facendo leva sulle punte, attraverso le sbarre vide il mare, ora calma distesa blu, che a scacchi e rettangoli spuntava fra le grigie navi della marina e i pescherecci consumati dal bianco del sale, sopra il giallo del sole che si alzava strisciando. Amed non c'era nello stanzone. E di Ludad non si avevano notizie, "la Hawl Wallah" disse ad alta voce, poi gli augurò ogni bene e si distese sul materasso in attesa. Il salto era fatto ora bisognava solo avere pazienza. - L'Italia è un paese di emigranti, conosce il nostro dolore - . Quest'ultimo pensiero lo ripeté anche a un bimbo che lo guardava. Ma non rispose. Come non rispose il poliziotto alla muta richiesta di Amed che unito l'indice e il medio li faceva correre dalle labbra avanti e indietro, il poliziotto distratto finse di non capire la richiesta. Era mattina e solo ora lo stato Italiano su un foglio bianco fotografava le sue impronte, unica traccia della sua esistenza. Della sua stanchezza nessuno voleva sentire, dei suoi desideri ancora meno. Nessuno gli aveva detto di venire, si sentì rispondere. A lui il traduttore sembrò cattivo per via del tabacco negato e della risposta ai suoi lamenti. Lo portarono in una grossa rettangolare e scura stanza, con le sbarre alle finestre, una lampadina a fare da sole e diverse piste nere di formiche.
- Fra poco ci portano in un campo di accoglienza e lì una sigaretta la rimedi.
Gli disse un uomo sorridendo, dal suo materasso.
- Grazie, rispose compito. E poi?
- E poi ti rimandano a casa alla prima occasione.
- Ma come?
- Ti imbarcano.
- No, dicevo ti rimandano a casa come un criminale?

- Si, per loro sei un potenziale criminale.
- Ma io non ho fatto nulla.
- Si, ma il paese, la fame ti potrebbero tentare…
- Ma che dici, io cerco solo un lavoro.
- Non ti scaldare, lo so, è la terza volta che tento, per questo so…
- Mi dispiace, ma, ho perso i miei compagni di viaggio e non sapevo nulla di quello che succede qui.
- Beh un'alternativa c'è…anzi due.
- Allora dici?
- O scappi e resti clandestino, oppure tornato casa ti prendi i taxi della malavita.
- Che cosa sono i taxi della malavita?
- Pescherecci sicuri che ti portano dritto dritto al servizio della malavita di questi posti, quelli non vengono fermati…
- E tu perché non li prendi?
- Perché non voglio diventare uno di loro.
- Non fanno prima a liberarci?
- Scherzi non vedi quante divise ci sono in giro…
- Devo pensarci, sarebbe meglio scappare e trovare un lavoro.
- Si, e i documenti?
- Prima scappo poi vedo. Che dici si può?
- Si potrebbe. Adesso verranno a prenderci e ci porteranno ai campi di accoglienza con dei pullman, quando scendi dal pullman devi tentare…Ma hai poche speranze.
- Ci penserò...
Rimasero tutto il giorno nelle camere, si doveva completare prima il recupero dei corpi, dispersi in mare dopo l'incidente della notte e poi, sarebbero cominciate le operazioni di smistamento. La luna coperta da un cuscino di nuvole goffe sembrava nascondersi alla sera e a quelli che la cercavano come unica certezza, fra le sbarre delle finestre che quadrettavano il cielo siciliano. Tornarono le motovedette e i pescherecci, lente e silenziose attraccarono. I militari si confondevano ai pescatori sotto le bare che fra spalle e mani scivolavano sulla banchina. In fila, mute e pesanti come sassi, vennero disposte le trentadue bare, che anche la luna si rifiutò di guardare, coprendosi di nero. Lui da un taglio di finestra, vide l'inizio della fila, e non contò, si chinò e rivoltando lo sguardo pianse in silenzio. Non invitò nessuno alla finestra e sperò che il mattino le ingoiasse. Amed dal lato opposto non seppe né dei morti né dell'incidente. Si rividero da due file parallele che correvano verso i pullman che li avrebbero portati nei campi di accoglienza. Amed ebbe la sua sigaretta da un braccio fiorito, senza volto, che colorato si sporse da un finestrino per soddisfare il suo desiderio. Lui lo guardò dal vetro del pullman rubando uno sguardo alla tendina che una mano calava per difendersi dalle foto.
Fu l'ultima volta che si videro.

 
 
Racconto
di Marco Ciriello
Poesia
di P.L. Dunbar
Testo
di D. Walcott

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