Presidio in favore della Palestina libera
A Roma, in piazza Venezia, per circa tre settimane la comunità palestinese ha tenuto un banchetto e una piccola mostra fotografica per mostrare la sofferenza di un popolo. Ho incontrato un uomo e un ragazzo, ne è uscita fuori l'intervista che segue.

di Enrico Natoli
> segue

Posso chiedervi qual è il rapporto tra palestinesi e paesi arabi, come l’Egitto, la Giordania? Perché a me pare che molte delle cose che gli israeliani imputano ai palestinesi in realtà riguardino gli altri paesi arabi, come se voi foste presi in mezzo. Gli ebrei mi raccontano che nei libri di testo dei paesi arabi sulle cartine geografiche Israele è considerato come “Entità sionista”. Magdi Allam in televisione dice che il mufti della mecca ha affermato che gli ebrei devono essere distrutti ovunque essi si trovino. Com’è la storia?
L’uomo: Magdi Allam è una vergogna. E’ egiziano ed è informato molto male. Dice che i gruppi palestinesi sono tutti terroristi, sostiene la versione dei fatti americana. Io non lo considero un portavoce neanche di se stesso.
Per quanto riguarda le mappe: quando avviene il riconoscimento, si viene messi nelle mappe. I paesi arabi che non riconoscono Israele, non mettono Israele nelle mappe, e questo è normale. Anche nelle mappe israeliane non c’è la Palestina perché la Palestina non è riconosciuta. Allora, non lo so perché gli arabi devono avere una cartina in un modo e Israele no.

Secondo punto: il mufti della Mecca non ha mai parlato così. Nessun musulmano in una moschea può salire sull’altare parlando di distruzione, è impossibile. Noi contestiamo al mufti della Mecca di non parlare abbastanza in favore della Palestina e invece ci dicono che incita alla distruzione, è impossibile.

Particolarmente per il fatto che sta in Arabia Saudita, che è totalmente americana, come regime. Devono dire le cose come stanno.
Cosa studiano nei libri gli israeliani? Che gli arabi sono selvaggi e che vogliono distruggere Israele. Allora, bisogna intendersi anche sul significato del sionismo. Loro considerano il sionismo come qualcosa di buono, noi no. Per loro il sionismo è un’ideologia, come ho spiegato prima con l’esempio “Dall’acqua all’acqua”; per noi è qualcosa che non va con la pace, è controproducente.

Loro indagano sempre su quello che di brutto c’è nei nostro libri, ma nessuno va a indagare che cosa c’è nei libri ebraici di scuola. Io conosco tanti israeliani che dicono “Gli arabi ci vogliono ammazzare”, perché questo è scritto nei loro libri! Questo nei nostri libri non c’è. Io ti garantisco, prendi qualsiasi libro di un paese arabo e non trovi questo. Perché normalmente il comportamento dei paesi arabi non è contro Israele: sono politicamente contro il governo israeliano, ma normalmente non fanno mai niente contro Israele e a favore della Palestina.

Se noi guardiamo, gli arabi hanno perso la Palestina nel ’48 e non hanno fatto niente, nel ’56 idem. Tra il ’48 e il ’67 la Cisgiordania è andata alla Giordania e la striscia di Gaza è andata all’Egitto, una parte del Golan è andata alla Siria e nessuno di questi ha mai pensato di fare lo stato palestinese.

Per questo dico che voi palestinesi ce la dovreste avere un po’ con tutti.

Ma certamente che ce l’abbiamo con tutti, ma non con la popolazione araba, perché la popolazione araba è con l’anima e con il cuore con il popolo palestinese. I governi arabi sono più pro-Israele che pro se stessi, e questa è una politica. Questa è una realtà, la gente che non vuol capire non capisce. Se quello che accade oggi in Palestina fosse successo in qualsiasi altra parte del mondo, vedresti il mondo reagire diversamente.

Ma c’è Israele di mezzo qui, Israele non si può toccare. Una qualsiasi risoluzione Onu contro Israele viene bloccata dall’America, se non dall’America dall’Inghilterra o da altri. L’Iraq deve seguire tutte le risoluzioni dell’Onu, anche quelle non dell’Onu, perché l’Onu non ha mai fatto un embargo sui medicinali, invece il blocco è totale. Invece Israele non deve rispettare le risoluzioni.

Allora, se dobbiamo indagare, dobbiamo indagare profondamente su cosa c’è dentro la società israeliana. Io faccio un esempio, dicono: noi siamo profondamente religiosi. Bene, non è una vergogna essere profondamente religiosi con rispetto per le altre religioni. Nessuno può negare che noi musulmani rispettiamo le altre religioni, sul principio che uno non può imporre il proprio punto di vista su quello degli altri.
Ma attenzione: loro contestano che le nostre donne hanno il capo coperto. E allora io dico: le suore hanno la testa coperta, ma le chiamano suore. Va bene, chiama le nostre donne suore, è la stessa cosa. Come la donna cristiana si fa suora e anche attraverso l’abito ha un rigore religioso, anche le nostre donne possono avere un rigore religioso.

Poi: la Chiesa mondiale contesta che poca gente va in Chiesa… allora se molti musulmani vanno in moschea, questo non può essere considerato un peccato. Il 35% della popolazione israeliana è profondamente religiosa, ma nessuno ne parla. La donna religiosa israeliana si taglia i capelli il giorno delle nozze e non se li fa più crescere; non possono avere contatti fisici con uomini, non possono stare un uomo e una donna in una stanza da soli… ci sono tante cose così nella religione ebraica. Io non voglio dire se questo sia giusto o sbagliato, non è importante. Ma il fatto è che pur se la religiosità ebraica è molto più radicata di quella musulmana, non se ne parla. Si parla solo della donna musulmana, che dicono che sia schiavizzata. Quando noi diciamo Allah akbar, loro dicono che è una bestemmia. Ma non è così. Il comportamento religioso non può essere messo in contrasto con quello di un’altra religione. Sarebbe come criticare un cristiano che prega Dio prima di mangiare. Insomma, io vedo che quando una donna cristiana ha un problema morale, come quando ha ad esempio un figlio non voluto, cosa fa? Va in chiesa a pregare.

Noi anche abbiamo una forte religiosità… con l’aspettativa di vita che abbiamo, mi sembra normale cercare di avvicinarci a Dio.
Una volta, durante la trasmissione di Santoro “Samarcanda”, al tempo della guerra tra Iran e Iraq, mandarono un servizio dal campo profughi di Amman dove era intervistato un riservista. “Come mai siete diventati tutti così religiosi?” “No, non è così” fu la risposta “hanno preso la nostra terra, la Palestina, ci hanno messi nei campi profughi. Poi ci hanno detto che i russi potevano risolvere il nostro problema, noi abbiamo seguito i russi e non è cambiato nulla. Poi ci hanno detto che gli americani potevano risolvere il nostro problema, ma ancora non è cambiato nulla. Ora ci rivolgiamo a Dio, che possa risolvere il nostro problema.” Andare verso Dio è l’unica via di scampo per l’essere umano, nella sua debolezza. Andare verso Dio non è agire contro terzi, è una cosa che facciamo per noi stessi.
La poca conoscenza della religione musulmana crea un grande abisso tra noi e gli altri. Questa è la mia opinione, poi ognuno ha la sua opinione in merito.

Una delle cose che non piace alle democrazie occidentali, all’opinione pubblica, è di vedere qualcuno che governa per trenta, cinquanta anni. Mi spiegate come funziona in Palestina? C’è lotta politica, c’è la possibilità di alternanza politica?
Il signore: Non parliamo della Palestina, perché in Palestina non c’è ancora niente. Parliamo dei paesi arabi.

Beh, insomma, Arafat esiste da tempo…

Il signore: sì, ma non c’è la popolazione palestinese che realmente decide la sua sorte.
In tutti i paesi arabi c’è una certa sottomissione al potere americano. Se un governo piace agli americani, allora va bene. Dove vogliono la democrazia, parlano di un governo democratico; dove non la vogliono, parlano di una dittatura. In Arabia Saudita non c’è il parlamento, ma siccome agli Stati Uniti sta bene, è definito un paese democratico.
In Algeria, dove la parte musulmana aveva vinto il primo turno delle elezioni, hanno fatto cancellare le votazioni perché non gli stava bene. I capi dei governi arabi vengono scelti dall’occidente, in particolare dall’America, che è la prima potenza mondiale.

E’ l’occidente che vuole una stabilità politica e quindi sostiene prima un regime, poi un altro, a seconda di ciò che gli conviene.
Ma come voi pretendete che noi seguiamo certe regole per la pace, anche voi dovete seguirle. E invece loro forzano il governo di Mubarak, appoggiano l’Arabia Saudita… in fondo anche il governo dell’Iraq gli sta bene, perché altrimenti non si sarebbero fermati dove si sono fermati. Quello che l’Iraq ha fatto nel nord alla popolazione kurda, la guerra chimica, l’ha fatta con l’appoggio degli Stati Uniti che ha continuato a dar soldi a Bagdad. La BNL di Atlanta ha dato un miliardo di dollari, è successo un casino ve lo ricordate? Poi quando non gli è andato più bene Saddam, hanno tirato fuori la storia che lui ha le armi chimiche… ma quando lui le costruiva queste armi, voi dove eravate? Non eravate lì? Io posso accettare che tu contesti qualcosa e quindi smetti di dare soldi, ma non che continui…
L’Inghilterra, anche dopo il 2 agosto del 1990, ha continuato a spedire armi in Iraq. Solo molto tempo dopo è cessata la vendita. L’occidente ha bisogno di petrolio, di fonti energetiche.

Anche per l’Afghanistan è andata così. Non è importante ciò che hanno fatto o non fatto i talebani o Al Qaeda. Il problema è che quel regime è stato sostenuto dagli americani quando è andato al potere. Poi, quando le cose sono cambiate, li hanno fatti fuori. Ma i contratti degli oleodotti che dovevano passare dal mare al Turkmenistan fino all’Afghanistan li avevano fatti le compagnie americane…

Per fare il nuovo governo hanno messo insieme cinque gruppi di afgani e li hanno fatti parlare in Germania… c’erano gli afgani di Cipro… ma chi li aveva mai sentiti gli afgani di Cipro???
Quest’uomo che ora fa il presidente (Karzai, ndr), lo sanno tutti che è a capo del cartello della droga! C’è scritto sui giornali!
La politica del potere è una cosa così sporca che è davvero incredibile.

E di Arafat che pensate?

L’uomo: non lo pensiamo proprio. Meglio che non se ne parli di Arafat.
Il problema della Palestina non è Arafat, né Betlemme. E’ drammatico il problema dell’insediamento di Betlemme, non sono sinceri né chiari quelli che ne parlano. Sono famiglie scappate nel luogo sacro perché sanno che condizioni ci sono lì. Quelli armati dentro la basilica sono quelli che avevano l’obbligo di proteggere la città, sono soldati del governo palestinese, che hanno i kalashnikov, le armi leggere. La realtà di Betlemme è drammatica, e sinceramente io ce l’ho con i cristiani europei che non hanno fatto molto per il loro luogo sacro.

Mi ricordo tanti anni fa quando un bulgaro, o un ungherese – ora non ricordo – prese a martellate la Pietà di Michelangelo… interruppero i programmi radiofonici e televisivi, ne parlarono per giorni. Oggi per il luogo della Natività, non fanno assolutamente niente. E’ inutile questa timida richiesta del Papa.

Per quanto riguarda Arafat e questo fatto che lui sia rinchiuso in due stanze, non è un fatto così drammatico. Perché il popolo palestinese non ha neanche una stanza… a Jenin, a Nablus, sono stati massacrati, le loro case distrutte. I miei amici son stati lì: se tu senti il popolo, due stanze sono tante. Il popolo non ha neanche un posto dove dormire.

Dunque non mi interessa di Arafat: mi interessa del popolo, della pace, della gente vera, della sofferenza reale della gente. La gente che si alza la mattina… vedi, l’insediamento non è andato male a tutti. Tanta gente tiene in casa prodotti a lunga scadenza, come qui la marmellata, il prosciutto… ma è gente benestante.

Gli operai, quelli che vivono alla giornata nei campi profughi e se non lavorano non hanno cibo, beh, quelli sono morti di fame. Nell’insediamento di Nablus il cibo non è un problema, in quello di Jenin sì. Perché a Nablus c’è gente meno povera rispetto a Jenin.
E quello che succede ora è che dopo quello che è successo nel ’48, ora vengono distrutti anche i campi profughi. La distruzione a Nablus è maggiore, ma la sofferenza è maggiore a Jenin perché lì hanno preso i più deboli.

La soluzione non è facile.
Se tu vedi i servizi televisivi può anche darsi che parlano di un dramma palestinese, ma subito devono parlare di qualcos’altro per controbilanciarla da parte israeliana. E’ vero, un fatto terroristico è grave. Ma non c’è mai la domanda: perché? Perché succede? Perché son state colpite le due torri a New York e non da un’altra parte?
Quando devo risolvere un problema, ne cerco la causa. Io sono contrario al fatto che le persone si facciano ammazzare in mezzo alla gente, ma quando tu vai nel cuore della notte, col freddo, con le ruspe e i carrarmati a Rafah e spiani il terreno bombardando le case, non dando neanche la possibilità di prendere qualcosa da mettere addosso… certamente in questo modo si creano i kamikaze.

Vorrei fare una domanda: dicono che le ragazze vengano esaltate a fare le kamikaze. Ma la donna da noi normalmente sta più in casa, non è portata alla battaglia né alla forza. Non vedi le ragazze che tirano le pietre, vedi gli uomini e i ragazzi. Quando vedi una donna che fa la kamikaze, ti devi porre certe domande, questo è il problema. E’ la grande sofferenza di un popolo che porta alla disperazione, altrimenti nessuno lo fa.

Io cerco di considerarmi una persona di pace. Se volete, ditemi che sono superbo, ma tra un palestinese che si fa esplodere in un bar pieno di gente e un altro che si alza la mattina e cerca di prendere del pane per sfamare la famiglia, mi sento più vicino al secondo.
Il problema qui è che se non ci sono i kamikaze il pane neanche arriva.
Dappertutto in Palestina la situazione è molto grave. In una società, c’è chi fa il pane, c’è chi lavora, c’è quello che va a divertirsi e quello che la notte prepara il pullman da fare esplodere. Per dirti, i primi a farsi esplodere sono stati proprio quelli che lavoravano in Israele, gli operai, i primi sotto una sofferenza enorme. I figli dei ricchi non si fanno esplodere. Si fanno esplodere quelli che non hanno il pane e non c’è nessuno che glielo porta. Perciò non è una cosa semplice.

E’ molto, molto diverso parlare stando qui. Perché lì la gente muore ai checkpoint, ci sono città tagliate in mille pezzi, devi fare un pezzo in autobus e poi prosegui con l’asino. Le donne incinte muoiono perché non hanno la possibilità di arrivare all’ospedale in tempo. Non dimentichiamo che a Jenin non ci sono feriti, ci sono morti.

La cosa che ha choccato tutti, compresi gli osservatori esterni, è che i feriti all’ospedale sono tutti lievi. Quindi o ci sono persone incolumi oppure morti. L’aggressività di Israele è il problema, e non è vero che questa aggressività combatte i kamikaze, al contrario porta i kamikaze a essere più violenti, a cercare luoghi più abitati.

Io sono d’accordo sul fatto che l’uso dell’esercito non può fermare i kamikaze, e mi sembra che i fatti abbiano dimostrato che Sharon su questo ha torto: prova ne sia l’ultimo attentato di qualche giorno fa. Ma forse è vero anche il contrario, cioè che i kamikaze portano i carrarmati. Come si esce da questo circolo vizioso?
L’uomo: non ho mai sentito nel mondo che uno vuole la pace, e al tempo stesso vuole che si fermi la guerra prima della pace. Nel Vietnam gli accordi sono iniziati a Parigi. Quando sono stati abbastanza chiari, è finita la guerra. Invece Sharon dice: se si fermano tutti gli attentati, dopo tre settimane io comincio a pensare alla pace! Sharon non mette i palestinesi in condizioni di smettere, questo è il fatto. Una volta è successo, per tre settimane non ci sono stati attentati e non è cambiato proprio niente.

Quando distruggi le cose basilari, dove vuoi arrivare? Quando ci togli l’acqua e la luce, cosa speri di ottenere? L’aumento delle sofferenze non risolve il problema. Considerando che gli arabi non vivono bene dappertutto… devi sapere che quando ci fu il massacro di Sabra e Chatila ad opera di Sharon e di altri, il governo libanese si è rifiutato di far ricostruire le case. C’è un ospedale lì che viene usato come abitazione, perché non hanno le case dove vivere. E di questo non si parla… noi viviamo qui in Italia. Io adesso sono Italiano. Ma tu sai quante volte vengo fermato, quante volte sono andato alla polizia? All’aeroporto, alla stazione, quando vedono che sei palestinese ti fermano.

Mio fratello è qui da 32 anni, ha figli, è in regola con il permesso di soggiorno. Lui una volta andava a Genova per divertirsi, in cinque in macchina. Incontrano delle ragazze e iniziano a corteggiarle, poi arrivano dei ragazzi italiani e cominciano a litigare, finiscono col fare a botte. Quando arriva la polizia e si accorgono che mio fratello è palestinese – considera che mio fratello parla con accento romano, l’arabo lo parla male – finisce che il prefetto gli dà il foglio di via obbligatorio.

Dovunque andiamo ci sono dei problemi per noi. Una volta lui è andato in Giordania ed è stato subito rimandato in Palestina perché palestinese. C’è una legge in Giordania, per la quale chi ha il passaporto giordano – lui aveva il passaporto giordano – e passa per un aeroporto israeliano, va in galera. Perciò lui non può venire qui in Italia dove c’è tutta la sua famiglia e sta da solo lì a Nablus. In Palestina non può vivere per strada perché il vagabondaggio è proibito. In Giordania non può tornare. In Israele non può andare. Se finisce in Libano, dove in quegli anni si combatteva, che cosa vai a fare senza niente altro da fare? Finisce che ti unisci ai combattenti. Quando hai tutto il mondo addosso, che altro puoi fare? Siamo sempre soffocati dal mondo.
Negli anni ’60 se andavi a chiedere un visto e vedevano che eri nato in Palestina, non te lo davano, a meno che non avessi tanti soldi. A Gaza era ancora più grave perché non avevano il passaporto. Col lasciapassare dovevano andare in Egitto, ma anche per l’Egitto il visto non è semplice. Il palestinese che vive in Siria e quello che vive in Giordania non possono andare l’uno dall’altro con il lasciapassare. Vedi che così si dividono le famiglie? E tutto questo viene fatto dai governi arabi!

L’uomo se ne va, lo ringrazio per il tempo che mi ha concesso, rimango col ragazzo. A registratore spento, mi racconta la sua storia personale. Dice che studiava ingegneria in un paese arabo. Una volta che tornava a trovare la sua famiglia a Gaza, è stato arrestato. Ha passato sei mesi in un carcere israeliano dove gli hanno rotto una spalla. Uscito dal carcere, non è potuto tornare nel paese dove studiava.
Il suo racconto è interrotto spesso, il ragazzo cerca le parole giuste, si vede che ci tiene ad essere preciso, vuole che la sua storia io la capisca bene. Gli occhi ogni tanto si perdono nel vuoto, mi pare di capire, quando cerca di spiegarmi il senso di smarrimento che deve aver accompagnato la sua vita. “Tu non puoi immaginare cosa ho fatto per ottenere il visto per venire in Italia”, mi dice, mentre ci incamminiamo a prendere un caffè dopo questa lunga intervista. Gli chiedo se mi racconta tutto a registratore acceso. Preferisce di no. Mi dice che questa pace lui la vede lontana, ma che non vuole parlarne perché ha paura che poi si dica che i palestinesi questa pace non la vogliono. “E’ in quella direzione che si deve andare, nella direzione della pace” ripete qualche volta, anche se mi sembra di capire che non abbia nessun idea di come sia possibile riparare i danni che questa guerra ha prodotto dentro di lui. “Ma cosa si può sperare? La mia famiglia è quaranta giorni che sta senz’acqua. Che vita è questa?”.
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