Una svolta a voce alta
di Gad Lerner, da "Il Foglio" del 16 aprile 2002
“Per la prima volta in vita mia ho deciso di prendere parte a una manifestazione unilaterale. Me lo consento una volta soltanto, ma ieri era necessario, anche se, spero, provvisorio”.

Gad Lerner ha vissuto la Giornata per Israele come una cerimonia doverosa, in cui depositare il proprio sassolino alla Sinagoga e recitare il kaddish, la preghiera per i morti, “per tutti i morti, certamente”. Ma l’ha vissuta anche come una indispensabile sterzata, una svolta “da fare a voce alta, senza bisbigli”. Necessaria per “affermare una priorità” e porre l’attenzione su due dati fondamentali, rispetto ai quali sull’opinione pubblica italiana ha regnato finora l’inconsapevolezza: il pericolo di vita che sta correndo lo stato di Israele, che “non può farcela da solo, non potrà vivere a lungo solo grazie alla superiorità militare”; e il terrorismo suicida, l’arma terribile del sacrificio umano che sconvolge le categorie tradizionali della deterrenza, una nuova Hiroshima”.

“Quella del corteo pareva un’idea minoritaria, irrealizzabile. Fino a dieci giorni fa non avrei mai creduto che si potesse fare: l’immagine dell’assedio dei carri armati israeliani è talmente forte, temevo una spaccatura, che non c’è stata, ci sono stati invece risultati positivi e soprattutto significativi, a destra come a sinistra”.

Ma a sinistra sono stati in molti a non aderire o a rimanere in silenzio.
“Lo so, ma non importa, perché la svolta è già avvenuta anche per loro. Quando sabato scorso Cgil, Cisl Uil e Ds hanno tolto la propria adesione al corteo per la Palestina, con i manifestanti travestiti da kamikaze, ecco, quel momento è stato decisivo. So che è questo il motivo per cui le stesse persone non hanno voluto ritirare un’adesione e immediatamente offrirne un’altra, a un’altra manifestazione unilaterale”.

Ma non è certo la stessa cosa.
“No, è vero, ma ha una sua logica. La logica del massimo sforzo per una soluzione comune. Ciò non toglie che la Giornata per Israele fosse indispensabile, una risposta del paese ai pregiudizi, alla riemersione degli attacchi antisemiti, degli stereotipi, una risposta all’ignoranza”.

Romano Prodi ha detto che la difesa dello stato ebraico e del popolo israeliano sono al di sopra di qualunque divisione politica e ideale. “Considero l’adesione di Prodi importantissima, perché offre una dimostrazione di sensibilità molto forte, senza paura di piccinerie politiche. E’ un’adesione della democrazia europea, ma anche della sinistra, e ritengo molto importante anche l’adesione di Furio Colombo, che dalle pagine dell’Unità ha capito e spiegato ai lettori la necessità di questo gesto”.

Francesco Rutelli invece non ha aderito, l’ha trovata un’iniziativa “ipocrita”.
“Rutelli ha sbagliato, ha commesso un errore di piccola politica italiana. Memore dell’Usa Day, nato come una provocazione, non ha saputo cogliere la differenza, peccato”.

E’ importante che si muovano i non-ebrei Ieri anche a Washington si è tenuta una manifestazione per Israele, e ce ne sono molte in programma nelle città americane, vuol dire che chi è solidale con Israele ha capito che deve farsi vedere e sentire. “Ma lì è molto più normale” – commenta Gad Lerner – la cosa significativa e importante è che a muoversi siano stati i non ebrei”.

“L’esistenza dello stato di Israele infatti è una priorità che i cristiani devono avere, è parte della loro storia e va al di là del senso di colpa: per questo ho apprezzato l’adesione di Dino Boffo, direttore di Avvenire. Gli ebrei non vogliono soltanto compassione, con quella non si va lontano, e ieri è stato un giorno molto importante nel cammino verso il cambiamento”.

L’adesione in massa di An è emblematica?
“Sono lieto che la coda di paglia abbia provocato un effetto positivo. Sono i benvenuti, anche se nel Ghetto la memoria è molto viva. Non voglio mettere in dubbio la loro sincerità e buona fede, ma è chiaro che per An, quando si tratta di fare i conti con il passato, c’è un problema di coscienza in più”.

L’aspetto più importante però non è l’attaccamento a un passato lontano, è il cambiamento di prospettiva.
“Questa giornata deve dire qualcosa di definitivo anche alle comunità ebraiche: evitiamo i toni apocalittici. Da soli non possiamo farcela. Ma sono contento, qualcosa sta cambiando”.

Anche a sinistra? “Sì, la sinistra in passato è sempre stata critica con Israele, quando non era in pericolo di vita. Io stesso partecipai ad appelli e cortei con i palestinesi, ma oggi è diverso: la sponda comoda dell’ebreo buono contro l’ebreo cattivo non c’è. Il diritto di critica alla politica del governo israeliano resta, ma ieri è stata una svolta”.

Ezio Mauro, direttore di Repubblica, non ha aderito a una manifestazione in cui “si tace dei diritti dei palestinesi”. “E’ un peccato, anche perché se Repubblica ha preso le ottime posizioni che ha preso sul conflitto mediorientale, è anche grazie a questa iniziativa culturale. Mi dispiace che Mauro non sia con noi: lui però sa bene che tanti di quelli fra noi che ieri hanno silenziosamente sfilato e pregato, hanno anche manifestato con i palestinesi, quando non era così semplice farlo”.
 
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