“Due popoli, due stati”
di Enrico Natoli
Nel raccogliere le interviste di questo speciale su Israele e Palestina ho cercato di dar voce a entrambe le parti, senza imporre le mie opinioni personali a proposito, che sono sicuramente meno importanti di quelle dei diretti interessati.
Spero che questa documentazione racconti sufficientemente bene quali siano i punti di vista che si scontrano in questa guerra, quali le incomprensioni e le difficoltà nel progettare una pace che sia giusta e duratura e che tuteli entrambe le parti.
Per quel poco che può valere la mia opinione, la confino in queste righe e invito chiunque abbia qualcosa da aggiungere – o da criticare - a scrivere al sito. Pubblicheremo senz'altro ogni contributo.

Istantanee a parole


La sera dell’ “Israele day”, la manifestazione organizzata da Gad Lerner e Giuliano Ferrara, iniziativa presentata come una festa in sostegno di Israele e del suo sacrosanto diritto a esistere. Appena arrivato, sento due signori che scherzano: “Santoro non c’è stasera, eh?” “Nun me parlà de Santoro… io je darei fuoco co’ ‘na latta de benzina!”. Risate grasse tra i due. Come conciliare queste parole con quelle di Mario Mieli, il ragazzo ebreo che avevo intervistato la settimana prima, che quando mi vede mi viene incontro per stringermi la mano e mi ringrazia incitandomi a “continuare così”, contento che non avessi distorto le sue parole e del fatto che “Hai visto, stasera non c’è stata una parola di odio… noi non odiamo nessuno!”?

Santoro, Lerner e Ferrara… incredibili, noi Italiani. Riusciamo sempre a dividerci in fazioni drasticamente incompatibili, irrimediabilmente non conciliabili, anche quando la guerra riguarda altri. Se sei Ferrara dici sempre cose giuste e se sei Santoro dici solo cazzate, o viceversa. Ma se siamo così manichei, così certi delle nostre ragioni e dei torti altrui, con che faccia possiamo chiedere poi a palestinesi e israeliani di trovare un terreno comune per far nascere “Due popoli in due stati”?

Alla fiaccolata per la pace parlano i rappresentanti della comunità palestinese e di quella israeliana a Roma. Ci si aspettano dei toni almeno un poco concilianti, invece l’intervento palestinese è di nettissima condanna dell’azione militare israeliana e quello ebraico si rifugia in uno stentato “preferisco non rispondere in questa sede”. La mia impressione è che se i due fossero stati di fronte in uno studio televisivo, sarebbero volate – ancora una volta – parole grosse, un altro piccolo contributo al distanziamento tra le posizioni. E' vero che almeno, però, è stato un piccolo tentativo, questo. E forse questa pace non può essere raggiunta se non a passi minuscoli.

"La mia famiglia è senz'acqua da quaranta giorni", mi dice il ragazzo palestinese che ho intervistato.
In effetti, si può vivere senza molte cose. Si può sopravvivere illudendosi che stiamo vivendo. Possiamo "vivere" senza leggere, senza ridere, senza uno spazio in cui muoverci, senza medicine se ci va bene almeno per un po'.
Possiamo "vivere" senza amare, senza pregare, senza avere rapporti sessuali, senza lavoro, senza giocare. Le uniche cose che non possono mancarci sono aria e acqua e cibo.
Quaranta giorni senz'acqua. Lo chiedo a me stesso. Poi lo chiedo a voi che leggete. E poi alle persone che affollano gli studi televisivi, che scrivono pagine e pagine sui giornali, ai teorici de "La vita è dura, non lo sapevate? La guerra oggi è inevitabile".
Secondo voi, una famiglia che vive senz'acqua da quaranta giorni, che tipo di garanzie può dare e cosa può chiedere a una futura convivenza pacifica? Ve lo chiederete almeno una volta nella certezza incrollabile della vostra convinzione, ossia che è inevitabile che parlino le armi, che di fronte alla miopia politica sia la popolazione civile a pagare il prezzo più alto?

Per me dipende dagli obiettivi.
Se si vuole far passare il principio che ogni torto subìto va risolto con la forza, allora che continuino così i governi. Che passi quest'equazione "un popolo intero=terrorismo", oppure "alcune bombe sono inevitabili, altre vanno condannate". Che mandino a macellare civili, a seminare odio, a incarcerare dei militari dissidenti, a mostrare posizioni ambigue e fraintendibili quando una persona si fa esplodere in una strada affollata di altre persone. Chè l'odio ci mette poco ad attecchire: se questo è l'obiettivo, allora state facendo un ottimo lavoro.
Ma se si vuole una pace sicura e durevole, bisogna allenare le persone a rispettarsi. Come? Ma questo è principalmente compito dei governi, delle diplomazie, degli insegnanti nelle scuole, delle persone che vivono lì. E per una parte, seppur minima, è un preciso compito di ognuno di noi. Ed è faticoso, richiede uno sforzo pazzesco, e chi cerca di operare per la pace da anni questo lo sa bene. Dalla ricca e "pacificata" Europa, il minimo che possiamo fare noi è non gettare ulteriore benzina su un fuoco che non sembra destinato a spegnersi in breve tempo.

Da qui, se vogliamo aiutare questi popoli a trovare la pace, non possiamo permetterci dei comportamenti fraintendibili. Non si può andare vestiti da kamikaze a un corteo e illudersi di promuovere un messaggio di pace e di giustizia e addirittura che vada bene a entrambi. Se qualcuno crede davvero che la via per la libertà del popolo palestinese passi per le esplosioni nei bar, che agisca di conseguenza: invece di passeggiare a Piazza del Popolo, vada a Tel Aviv e si faccia scoppiare.

E' un bel dire, da qui, "siamo tutti palestinesi", "siamo tutti israeliani". Finiamola con questa retorica: siamo italiani, almeno io che scrivo lo sono. E posso agire da Italiano, al massimo creando degli spazi dove palestinesi e israeliani possano incontrarsi e confrontarsi. Faccio fatica a concepire come "giusto" un qualsiasi confine tra due pezzi di terra secondo il quale da cinquant'anni si massacrano migliaia di persone, i bambini vanno a scuola in autobus e ogni giorno sperano di tornare a casa senza averne la certezza, oppure non hanno mai vissuto un giorno senza incontrare un soldato.

E come si fa a considerare un'intera popolazione come terroristi, collusi con la logica delle bombe, spietati assassini? Che colpa deve scontare mai una donna palestinese incinta il cui figlio muore perchè la donna viene bloccata ad un check point? Fino a dove si deve spingere il nostro cinismo perchè questo venga considerato un inevitabile effetto collaterale?

Ma i check point e l'occupazione esistono per colpa "loro". Ma i "kamikaze" esistono per colpa "loro". Ma Sharon è un boia fascista e Arafat è un difensore della pace. Ma Sharon è un uomo di pace e Arafat il capo dei terroristi. Ma sì, il nostro governo farà pure cose discutibili, ma quegli altri sono assassini.
Se passa il concetto che qualsiasi cosa accada, "è colpa loro", è ovvio che non ci sono e non ci saranno mai margini per una pace duratura. Ma se siete convinti di questo, per favore, non dite di volere la pace. Perchè è ovvio che la pace richieda lo sforzo di accordarsi con qualcuno, di tollerare l'esistenza di qualcuno che magari non ti piace neanche un po', e di riconoscere dove si sono commessi degli errori.

Di questo si tratta: pensare di poter costruire un futuro per due popoli con bombe e carrarmati mi sembra un'ipocrisia insostenibile, o al massimo un'illusione.
 
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