Marco Biagi
testo di Gian Luca Spitella
Nel mio primo giorno di università allo stordimento generale di aver cambiato vita e di essere improvvisamente diventato “grande”, si aggiunse un’altra prima volta.
Vidi - per la prima di tante e tante volte - nella scala che separa il pian terreno dal primo piano di Scienze Politiche (alla Sapienza) una targa di marmo, con incisioni in caratteri rosso e oro. Nella targa si ricordava il professor Ezio Tarantelli.

A memoria non ricordo esattamente il testo, ma a ripensarci oggi non avevo mai considerato quanto fosse bianca e pulita.
Le targhe fanno sempre pensare al “passato” e normalmente gli si da un connotato storico, per questo io e quella targa convivemmo per tanto tempo senza renderci conto che dentro quella università eravamo entrati praticamente insieme.
Ezio Tarantelli – un economista che aveva il torto di avere idee ed opinioni - fu ucciso il 27 marzo del 1985. Era novembre del 1986 quando cominciai a frequentare Scienze Politiche.

Nei mesi che seguirono ne sentii parlare solo in qualche rarissima occasione ed io stesso, una volta capito per quale motivo esistesse quella targa nella scala del corridoio, non mi preoccupai più di tanto di andare a fondo e di seguire la vicenda. Lo vivevo in maniera distaccata. Mi sembrava una sorta di tardivo rigurgito degli anni ’70. E gli anni ’70 li avevo visti come un rigurgito violento del ’68.

Ma come, nel pieno dello sviluppo dello “yuppismo” in Italia? Dopo anni di rassicuranti notizie della trasmissione “Mixer” di Gianni Minoli in cui un primissimo piano di Bettino Craxi ci spiegava come l’Italia avesse superato l’Inghilterra nella classifica dei paesi più importanti del mondo? Che c’entrava un omicidio delle Brigate Rosse con la mia generazione?
Quella era roba che aveva vissuto mio fratello, non io.
Noi eravamo quelli del “Drive In”, quelli che (criticamente o meno) vivevano il periodo dei “paninari” delle “cuccate” e della spensieratezza.

Il cuore pulsante dell’Italia si era concentrato nella Milano “da Bere” tra sfide di Via Montenapoleone e “Sotto il vestito niente”. Io non c’entravo niente con la lotta di classe. Io avevo il ruolo di spiegare ai miei genitori cosa fossero un broker, un manager, un fax, un fast-food, i fondi comuni d’investimento, le holding e tutto quello che la cultura anglofona era in grado di trasmetterci (d’altronde ero io quello che studiava e andava all’università, no?).
Le Brigate Rosse non sono scomparse dopo Moro…???
Non pensavo che quella targa all’università mi avesse lasciato dentro qualcosa.
Non pensavo che una scritta letta distrattamente in cinque anni di passaggio da un piano all’altro mi lasciasse una traccia più o meno invisibile.

Non ci pensavo finché non hanno ucciso Massimo D’Antona, professore di diritto del lavoro.

Un professore? Proprio come “quello” di cui leggevo nella targa dell’Università? Quello di cui è più facile ricordare il nome di battesimo della moglie?
Che cazzo c’entra un professore di diritto del lavoro con gli obiettivi di una qualsiasi mente rivoluzionaria, politica? Quali minacce possono rappresentare persone che studiano ed insegnano e che non hanno potere decisionale per le sorti del Paese?
La loro colpa è di essere consulenti dei “potenti”? E’ di avere un ruolo attivo nei sindacati? È di costruire l’impianto teorico su cui qualche ministro opererà la propria costruzione?
Sarei sciocco se non collegassi a doppio filo il mondo universitario (di giurisprudenza, scienze politiche ed economia e commercio) con quello politico. Sarebbe un errore grossolano come non collegare benemeriti scienziati con il mondo delle multinazionali farmaceutiche.

Dovrei non far caso che il mio professore di Storia e Politica Monetaria, Antonio Martino, oggi è ministro della difesa (anzi mi torna alla mente la domanda che mi sono fatto: “che c’entra con le sue competenze?”). O non accorgermi che il mio professore di Politica Economica, Antonio Marzano, oggi è ministro delle attività produttive. Dovrei non ricordare di aver fatto un esame di diritto pubblico di fronte alle “guardie del corpo” di Francesco D’Onofrio.
Non lo so perché dal ricordo di quella targa dedicata a Tarantelli si siano scatenati questi pensieri. Non so perché proprio oggi - dopo tanto tempo nonostante i costanti e ripetuti appelli di una delle persone che ho più care al mondo - ho provato il bisogno di scrivere per questo sito.

Ma è da troppo tempo che sento le cose vanno in una direzione pericolosa.
Di targa ce ne sarà una nuova a Bologna che si sommerà a tutte quelle che già esistono.
Cosa bisogna fare affinché servano “prima” e non dopo?

P.S. Una cosa mi ha colpito. In un recente articolo del gennaio scorso Marco Biagi ha fatto espressamente riferimento al 1985… l’anno in cui fu ucciso Tarantelli.
Oltre a questo articolo ce ne sono altri che possono aiutare a capire quanto “colpevole” sia stato il suo pensiero. (gli articoli li trovate nelle altre pagine di questo speciale, ndr)
 
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