Nel mio primo giorno di università
allo stordimento generale di aver cambiato vita
e di essere improvvisamente diventato grande,
si aggiunse unaltra prima volta.
Vidi - per la prima di tante e tante volte - nella
scala che separa il pian terreno dal primo piano
di Scienze Politiche (alla Sapienza) una targa
di marmo, con incisioni in caratteri rosso e oro.
Nella targa si ricordava il professor Ezio Tarantelli.
A memoria non ricordo esattamente il testo, ma
a ripensarci oggi non avevo mai considerato quanto
fosse bianca e pulita.
Le targhe fanno sempre pensare al passato
e normalmente gli si da un connotato storico,
per questo io e quella targa convivemmo per tanto
tempo senza renderci conto che dentro quella università
eravamo entrati praticamente insieme.
Ezio Tarantelli un economista che aveva
il torto di avere idee ed opinioni - fu ucciso
il 27 marzo del 1985. Era novembre del 1986 quando
cominciai a frequentare Scienze Politiche.
Nei mesi che seguirono ne sentii parlare solo
in qualche rarissima occasione ed io stesso, una
volta capito per quale motivo esistesse quella
targa nella scala del corridoio, non mi preoccupai
più di tanto di andare a fondo e di seguire
la vicenda. Lo vivevo in maniera distaccata. Mi
sembrava una sorta di tardivo rigurgito degli
anni 70. E gli anni 70 li avevo visti
come un rigurgito violento del 68.
Ma come, nel pieno dello sviluppo dello yuppismo
in Italia? Dopo anni di rassicuranti notizie della
trasmissione Mixer di Gianni Minoli
in cui un primissimo piano di Bettino Craxi ci
spiegava come lItalia avesse superato lInghilterra
nella classifica dei paesi più importanti
del mondo? Che centrava un omicidio delle
Brigate Rosse con la mia generazione?
Quella era roba che aveva vissuto mio fratello,
non io.
Noi eravamo quelli del Drive In, quelli
che (criticamente o meno) vivevano il periodo
dei paninari delle cuccate
e della spensieratezza.
Il cuore pulsante dellItalia si era concentrato
nella Milano da Bere tra sfide di
Via Montenapoleone e Sotto il vestito niente.
Io non centravo niente con la lotta di classe.
Io avevo il ruolo di spiegare ai miei genitori
cosa fossero un broker, un manager, un fax, un
fast-food, i fondi comuni dinvestimento,
le holding e tutto quello che la cultura anglofona
era in grado di trasmetterci (daltronde
ero io quello che studiava e andava alluniversità,
no?).
Le Brigate Rosse non sono scomparse dopo Moro
???
Non pensavo che quella targa alluniversità
mi avesse lasciato dentro qualcosa.
Non pensavo che una scritta letta distrattamente
in cinque anni di passaggio da un piano allaltro
mi lasciasse una traccia più o meno invisibile.
Non ci pensavo finché non hanno ucciso
Massimo DAntona, professore di diritto del
lavoro.
Un professore? Proprio come quello
di cui leggevo nella targa dellUniversità?
Quello di cui è più facile ricordare
il nome di battesimo della moglie?
Che cazzo centra un professore di diritto
del lavoro con gli obiettivi di una qualsiasi
mente rivoluzionaria, politica? Quali minacce
possono rappresentare persone che studiano ed
insegnano e che non hanno potere decisionale per
le sorti del Paese?
La loro colpa è di essere consulenti dei
potenti? E di avere un ruolo
attivo nei sindacati? È di costruire limpianto
teorico su cui qualche ministro opererà
la propria costruzione?
Sarei sciocco se non collegassi a doppio filo
il mondo universitario (di giurisprudenza, scienze
politiche ed economia e commercio) con quello
politico. Sarebbe un errore grossolano come non
collegare benemeriti scienziati con il mondo delle
multinazionali farmaceutiche.
Dovrei non far caso che il mio professore di Storia
e Politica Monetaria, Antonio Martino, oggi è
ministro della difesa (anzi mi torna alla mente
la domanda che mi sono fatto: che centra
con le sue competenze?). O non accorgermi
che il mio professore di Politica Economica, Antonio
Marzano, oggi è ministro delle attività
produttive. Dovrei non ricordare di aver fatto
un esame di diritto pubblico di fronte alle guardie
del corpo di Francesco DOnofrio.
Non lo so perché dal ricordo di quella
targa dedicata a Tarantelli si siano scatenati
questi pensieri. Non so perché proprio
oggi - dopo tanto tempo nonostante i costanti
e ripetuti appelli di una delle persone che ho
più care al mondo - ho provato il bisogno
di scrivere per questo sito.
Ma è da troppo tempo che sento le cose
vanno in una direzione pericolosa.
Di targa ce ne sarà una nuova a Bologna
che si sommerà a tutte quelle che già
esistono.
Cosa bisogna fare affinché servano prima
e non dopo?
P.S. Una cosa mi ha colpito. In un recente articolo
del gennaio scorso Marco Biagi ha fatto espressamente
riferimento al 1985
lanno in cui fu
ucciso Tarantelli.
Oltre a questo articolo ce ne sono altri che possono
aiutare a capire quanto colpevole
sia stato il suo pensiero. (gli articoli li
trovate nelle altre pagine di questo speciale,
ndr)
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