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DOCUMENTO DI RIVENDICAZIONE INIZIATIVA BR
caserta24ore
E' giunto ad un nostro indirizzo e-mail un files
txt di 26 pagine, allegato ad un messaggio di
posta elettronica circa un presunto "Documento
delle Brigate Rosse con rivendicazione dell'iniziativa
del 19 marzo 2002 a Bologna contro il consulente
del ministero del lavoro Marco Biagi".Il
documento è firmato Brigate Rosse per
la costruzione del Partito Comunista Combattente
Il messaggio è stato inviato in copia
carbone a diversi indirizzi di posta elettronica;
dalla denominazione e-mail della maggior parte
dei qualisi deduce siano di organizzazioni sindacali.
Pubblichiamo il documento con le dovute cautele.
Il documento è lunghissimo, lo pubblichiamo
integralmente proprio per valutare assieme a
voi lettori l'autenticità dello stesso
e per valutarne i contenuti.
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Il giorno 19 marzo 2002 a Bologna, un nucleo
armato della nostra Organizzazione, ha giustiziato
Marco Biagi consulente del ministro del lavoro
Maroni, ideatore e promotore delle linee e delle
formulazioni legislative di un progetto di rimodellazione
della regolazione dello sfruttamento del lavoro
salariato, e di ridefinizione tanto delle relazioni
neocorporative tra Esecutivo, Confindustria
e Sindacato confederale, quanto della funzione
della negoziazione neocorporativa in rapporto
al nuovo modello di democrazia rappresentativa.
Una democrazia "governante" che già
accentrante nell'ultimo decennio i poteri nell'Esecutivo
e nella maggioranza di governo ora con la riforma
dell'articolo V della Costituzione (detta "federale")
vedrà ripartite competenze e funzioni
agli organi politici locali entro i vincoli
di indirizzo e di bilancio centralizzati e legati
all'integrazione monetaria europea, con il fine
di stabilizzare l'avviata alternanza tra coalizioni
politiche incentrate sugli interessi della borghesia
imperialista, sfruttando il restringimento della
base produttiva nazionale non solo come vantaggio
competitivo nei livelli di sfruttamento della
forza-lavoro rispetto ai sistemi economici di
altri paesi, ma come condizione per riadeguare
il dominio della borghesia imperialista e rafforzarlo
nei confronti delle istanze proletarie e delle
tendenze al loro sviluppo in autonomia politica
antistatuale e antistituzionale che nascono
da queste condizioni strutturali.
Con questa azione combattente le Brigate Rosse
attaccano la progettualità politica della
frazione dominante della borghesia imperialista
nostrana per la quale l'accentramento dei poteri
nell'Esecutivo, il neocorporativismo, l'alternanza
tra coalizioni di governo incentrate sugli interessi
della borghesia imperialista e il "federalismo"
costituiscono le condizioni per governare la
crisi e il conflitto di classe in questa fase
storica segnata dalla stagnazione economica
e dalla guerra imperialista.
Una progettualità politica che si costruisce
e si sviluppa attraverso entrambi gli schieramenti
politico-istituzionali e che misurandosi con
i nodi generati dalle risposte di politica economica,
di riforme strutturali e di rifunzionalizzazione
dello Stato che sono state date negli anni passati
per governare la crisi e il conflitto di classe,
deve affrontare ora il contemporaneo maturarsi
di questi processi per cui diventa decisiva
la capacità di integrare organicamente
i passaggi di questa duplice priorità
che ha caratterizzato in generale le legislature
degli anni '90, pena l'indebolimento della capacità
di governare le contraddizioni generate dall'approfondimento
della crisi del capitalismo.
Compito di una forza rivoluzionaria come le
Brigate Rosse è attaccare questa progettualità
e così incidere nello scontro politico
tra le classi, in funzione di una linea di combattimento
che in questa fase della guerra di classe deve
riferirsi a obiettivi rivolti a produrre disarticolazione
politica dello Stato e in cui si sostanzia l'agire
da partito per costruire il Partito.
Con questo attacco le Brigate Rosse operano
per spostare in avanti lo scontro tra le classi
e collocano su un punto di forza la posizione
degli interessi politici autonomi del proletariato,
facendo così avanzare la linea politica
sulla quale indirizzare lo scontro prolungato
con lo Stato e l'imperialismo, che propongono
alle avanguardie e al proletariato rivoluzionario
e a tutta la classe.
L'azione riformatrice di Marco Biagi, esperto
giuslavorista e delle relazioni industriali,
rappresentante delle istanze e persino dei sogni
della Confindustria, si è espressa nell'Esecutivo
Berlusconi nelle responsabilità primarie
ricoperte nell'elaborazione del "Libro
Bianco", nell'aver sostenuto le misure
di abrogazione dell'articolo 18 dello Statuto
dei lavoratori, e nell'essere promotore e conseguentemente
incaricato del compito di guidare l' apposita
commissione governativa, che ne dovrà
realizzare il definitivo superamento con lo
"Statuto dei lavori" che adeguerebbe
la regolazione dei rapporti di lavoro alle nuove
condizioni di mercato, e cioè costituirebbe
uno strumento normativo che, alludendo alla
tutela dei nuovi lavoratori precarizzati, in
realtà definisce le garanzie per i padroni
nelle diverse forme di sfruttamento del lavoro
salariato.
A dimostrazione del fatto che nelle nuove forme
di democrazia governante le coalizioni politiche
sono incentrate intorno agli interessi generali
della borghesia imperialista, l'azione riformatrice
di Marco Biagi si è espressa negli Esecutivi
lungo tutto l'arco degli anni '90. Già
nel '93 collaborava con il Ministro del Lavoro
Giugni nel governo Ciampi per riformare la normativa
sull'orario di lavoro, mentre nel '96 nel governo
Prodi come consigliere al medesimo ministero
con Tiziano Treu, elabora il famigerato "pacchetto
Treu" base dell'accordo neocorporativo
tra Governo, Confindustria e Sindacato confederale
con cui fu fatto il salto di qualità
nelle varie forme di precarizzazione del lavoro
salariato che hanno così violentemente
inciso nelle condizioni materiali della classe
operaia e del proletariato. Con lo stesso Esecutivo
diventa consigliere del Presidente del Consiglio
Prodi, mentre nel successivo Esecutivo D'Alema
segue Treu al ministero dei Trasporti, e nel
contempo è consigliere di Bassolino per
gli affari internazionali e comunitari, veste
nella quale presentò il Piano nazionale
per l'occupazione in sede Ue e consulente anche
alla Funzione pubblica con il ministro Piazza.
Non meno degna di nota è la sua responsabilità
nel Patto di Milano, anticipazione del modello
di mercato del lavoro e sociale che avrebbe
voluto oggi generalizzare e con cui si è
tentato di ritagliare il prezzo e le condizioni
di impiego della forza-lavoro sulla base nuda
e cruda della ricattibilità di condizioni
sociali di dipendenza particolarmente svantaggiate,
a prescindere e persino in contrasto con le
condizioni di mercato locali della forza-lavoro,
con cui veniva dimostrato in modo inequivoco
come gli intenti odierni della borghesia non
siano affatto riferibili alla ideologia liberista
che segnò lo sviluppo del capitalismo,
non sono rivolti a lasciare al "libero
mercato" il rapporto tra capitale e lavoro,
sciogliendolo da vincoli politici, ma sono tesi
a disporne altri a proprio favore e a garanzia
della subordinazione politica del proletariato.
Le responsabilità di Marco Biagi non
si sono fermate a un piano nazionale, ma sono
state assunte anche a livello internazionale.
Ad esempio in sede Ue, dove è stato consigliere
di Prodi alla Commissione europea, e membro
di comitati ad hoc come il "Gruppo di alta
riflessione sulle relazioni industriali"
incaricati dalla Commissione stessa, per la
riforma del mercato del lavoro e delle relazioni
industriali e l'istituzione del "dialogo
sociale". Oppure in sede Onu, dove l'Organizzazione
Internazionale del Lavoro (Oil) per la quale
è stato anche consulente per l'est europeo,
con conseguenze che tutti possono immaginare
per i livelli di sfruttamento raggiungibili
in questi paesi dal capitale, l'ha incaricato
di collaborare alla riforma del mercato del
lavoro...per la Bosnia! Ciò segnala come
la sua iniziativa corrisponda agli interessi
del padronato italiano non solo nell'ambito
nazionale, ma anche nei paesi recentemente integrati
nella catena imperialista anche forzosamente
con l'occupazione militare.
L'azione dell'Esecutivo con il Libro Bianco,
le deleghe e lo Statuto dei lavori è
tesa a realizzare un progetto di riforma a carattere
complessivo che collegata a quella sulla previdenza,
e alla prevista attribuzione del tfr dei nuovi
assunti alla previdenza integrativa, realizza
quello "scambio" tra tfr e competitività
da tempo richiesto dai padroni.
Il Libro Bianco non interviene solo sul mercato
del lavoro, sul collocamento, sulle tipologie
contrattuali, ma anche sul diritto di sciopero
proponendo l'indizione di referendum per deciderne
l'attuazione, sull'azionariato dei dipendenti,
sui comitati aziendali europei, sugli ammortizzatori
sociali, sulle controversie di lavoro. Una riforma
che avrebbe dovuto riguardare l'intera legislatura
e avere, nelle intenzioni dell'Esecutivo, come
meta la scrittura di uno "Statuto dei lavori"
in sostituzione dello Statuto dei lavoratori,
passaggio che invece, a causa delle dinamiche
dello scontro, è stato successivamente
anticipato.
Il modello sociale prefigurato da Marco Biagi
era quello di una "società attiva",
in cui ogni giovane lavoratore attraverso il
percorso a ostacoli dell'apprendistato, del
contratto a termine, dei vari tipi di contratto
precario, delle politiche attive del lavoro
e della formazione nei periodi di disoccupazione,
del contratto a tempo indeterminato ma senza
la tutela dell'art. 18, realizzi una "carriera
educativa" nella quale si forma in piena
"autonomia", quella generabile dalla
spinta del bisogno dei mezzi per vivere, spinto
quindi dal ricatto dell'assenza di alternative
insito nella "natura delle cose" ossia
i rapporti sociali capitalistici, secondo i
voleri e i desideri del capitale, o se si vuole
in funzione della propria sfruttabilità
o "occupabilità" da parte del
padrone, abbandonando ovviamente ogni velleità
di conflitto e ogni pratica antagonista, appoggiato
in ciò da "tutori" come le
agenzie interinali, il collocamento privato
e pubblico, le agenzie di formazione, i collegi
di conciliazione e arbitrato etc., e nel quadro
dei vari patti territoriali, andando a costituire
così la principale garanzia per la competitività
del capitale investito in Italia, in quanto
ciò che risulta essere "filtrato"
da questo processo e procedura è la forza-lavoro
più "adattabile" alle esigenze
di valorizzazione del capitale, senza rischi
di autoritarismi inutili e dannosi.
Il progetto del Libro bianco, insieme alla riforma
della previdenza, al nuovo ruolo delle Regioni
e degli enti locali, alla privatizzazione del
collocamento e dell'assistenza, fa fare un salto
alle relazioni politiche tra le classi, approfondendone
e complessivizzandone il contenuto corporativo.
Il "dialogo sociale" supera l'aspetto
della "concertazione" come dialettica
non conflittuale tra le parti tesa a comuni
obiettivi programmatici perseguiti in funzione
della competizione, e organizza un sistema di
relazioni sociali che lega forzosamente la condizione
del lavoro salariato alla competitività
del capitale, un dato che spiega in parte la
resistenza sindacale a fronte della maggioranza
di governo che assume tale iniziativa politica,
che non garantisce come avrebbe potuto fare
il centro-sinistra che ha un legame elettorale
con parte del sindacato confederale, la preservazione
di un peso politico.
In sostanza ciò a cui si relazionano
tanto il Libro Bianco che lo Statuto dei Lavori
è il livello di crisi a cui è
pervenuto il capitale che obbliga la borghesia
imperialista, e ciò gli è consentito
dai rapporti politici determinatisi in Italia
negli ultimi 20 anni tra le classi, a ridefinire
i termini dello sfruttamento e di governo del
conflitto di classe, in modo tale da recuperare
margini di profitto e prevenire l'esplosione
del conflitto tra interessi che si polarizzano
sempre di più, a fronte di una base produttiva
che invece si contrae, processo che come hanno
dimostrato i trent'anni trascorsi, non c'è
politica economica che possa invertire.
In questo quadro per un'economia come quella
italiana debole e sottoposta tanto alla concorrenza
dei monopoli più forti europei e americani
quanto a quella dei "paesi emergenti",
diventa necessario riorganizzare le relazioni
sociali nelle quali gli interessi antagonisti
delle classi si contrappongono.
Una riorganizzazione che deve essere operata
in funzione:
1) dell'obiettivo della competitività
del capitale, attraverso politiche rivolte non
solo alla regolazione al ribasso del costo del
lavoro, ma anche all'organizzazione del mercato
del lavoro rivolta a rendere l'esercito industriale
di riserva non solo un fattore di pressione
sul prezzo della forza-lavoro ma un fattore
forzoso (le politiche "attive") di
capacità competitiva del sistema economico
sociale.
2) della strutturazione di forme di rapporto
sociale idonee non solo a rendere "flessibili"
i fattori produttivi "umani", cioè
la forza-lavoro, ma anche a rimodellare il conflitto
per prevenirne la caratterizzazione di classe,
tramite le nuove condizioni contrattuali e normative
tese a costituire un terreno di selettività
progressiva e individualizzata dell'accesso
al lavoro salariato. Le diverse posizioni e
i diversi percorsi contrattuali compresenti
nello stesso ambito lavorativo, dovrebbero costituire
una garanzia per schierare intorno agli interessi
padronali alla competitività quelli operai
e dei lavoratori, d'altra parte proprio queste
differenze e l'arretramento che costituiscono
per le condizioni della classe inducono all'indirizzamento
delle rivendicazioni economico-sociali verso
obiettivi generali, e il sindacato confederale
a recuperare un equilibrio attraverso battaglie
sui "diritti", apparentemente universali
in quanto diritti, in realtà nella loro
"esigibilità" correlati alle
differenti condizioni di competitività
aziendale o territoriale nonostante lo sfoggio
di posizioni egualitariste professate oggi da
Cofferati.
Esempio palese è il superamento della
condizione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato
con l'attuale legittimazione e integrazione
stabile nei rapporti di lavoro di quello a tempo
determinato, che ha indotto la definizione da
parte sindacale di una battaglia sui diritti
differenziata per i lavoratori a termine che
contribuisce a stabilizzare questa forma di
sfruttamento e a subordinare le istanze di classe
a quelle del padronato, dal momento che ottenere
delle tutele relative alle forme attuali della
valorizzazione capitalistica è coerente
con la costruzione di un sistema economico competitivo,
mentre porre al centro istanze di classe e gli
obiettivi che le rappresentano, richiederebbe
di instaurare un rapporto di forza generale
con cui imporre l'autonomia di classe rispetto
alle istanze del capitale.
3) della rimodellazione, su queste basi sociali,
della rappresentanza politica e sociale correlativamente
ai processi di esecutivizzazione oggi necessari
nel governo della crisi e del conflitto articolandola
in dimensioni localizzate e tra loro, a loro
volta competitive (col supporto dei necessari
strumenti di coercizione e repressione), presupposto
questo tanto della riforma dello Stato in senso
"federale" che della tenuta del fronte
interno rispetto all'impegno bellico costante
dello Stato.
La compenetrazione tra pubblico e privato nei
settori della istruzione, della sanità,
dell'assistenza etc. con un maggior ruolo delle
fondazioni, del terzo settore..., dà
una base economica e sociale concreta a questo
disegno politico, come pure gliela dà
l'ulteriore trasformazione del sindacato confederale
in associazione di iscritti, ai quali fornisce
essenzialmente "servizi", e non più
ruolo di organizzatore del conflitto con il
capitale. In questa direzione va anche la normativa
sui comitati aziendali delle multinazionali
europee definita al vertice di Nizza, e che
prevede almeno il "diritto di informazione"
per le rappresentanze dei lavoratori di queste
aziende, come livello minimo di cooptazione
cogestionaria, come pure l'azionariato aziendale
come modo di remunerazione dei dipendenti delle
fasce alte, e l'impiego del tfr per la previdenza
integrativa privata, tutti elementi che tendono
a ridefinire il ruolo del sindacato su basi
materiali di corresponsabilizzazione nei profitti
aziendali, a farne un soggetto economico che
"vende" contrattazione, e a legare
più organicamente alle aziende la componente
di forza-lavoro maggiormente qualificata, un
aspetto questo che va a modificare i caratteri
dell'aristocrazia operaia.
Il governo Berlusconi ha in generale impostato
e gestito il suo indirizzo programmatico qualificando
come aspetto prioritario l'approfondimento del
processo di complessiva ristrutturazione e riforma
del sistema economico sociale articolando su
tempi necessariamente lunghi i passaggi rivolti
a dare attuazione alla riforma del titolo V
della Costituzione. Rispetto a questo punto
la coalizione di governo ha una sua base programmatica
che ha come terreno di unità politica
l'attuazione di una riforma della forma dello
Stato e del governo da combinare con l'avanzamento
del processo di ristrutturazione economico-sociale.
La capacità di realizzare queste riforme
avrebbe costituito un punto di forza per consolidare
il sostegno di tutti i settori confindustriali
e contenere la vulnerabilità di una maggioranza
coesa dalla figura del capo del governo Berlusconi
caratterizzata dall'anomalia di concentrare
interessi capitalistici e politici, vulnerabile
perciò all'iniziativa della concorrenza
e dell'opposizione, anche attraverso le molte
occasioni offerte all'iniziativa giudiziaria.
Rispetto alla negoziazione neocorporativa in
specifico, l'equilibrio di governo aveva trovato
nel Patto di Milano e nel Patto della Lombardia
le sue sperimentazioni. Già il governatore
della Banca d'Italia Fazio e in parte anche
la Cisl avevano espresso, nei primi mesi della
legislatura, i contenuti politici di una linea
di aggiornamento della negoziazione neocorporativa:
i cardini riguardavano l'accentuazione del livello
aziendale e territoriale della contrattazione,
la partecipazione azionaria dei dipendenti,
le modifiche rispetto al mercato del lavoro
in direzione di una maggiore flessibilità,
la diversificazione delle regole del mercato
del lavoro in relazione alle diverse condizioni
soggettive e territoriali e l'estensione della
gestione privata del mercato del lavoro (estensione
delle competenze delle agenzie interinali per
fargli assumere il ruolo di agenzie di collocamento
etc..).
Ciò non ha impedito che l'avvio di queste
riforme fosse attraversato da contraddizioni
e illinearità data la forzatura che costituiscono
nei rapporti con la classe e anche per la contingenza
delle scadenze politiche ravvicinate delle elezioni
amministrative per le quali la coalizione di
opposizione sta impostando un'alternativa progettuale
imperniata sulla difesa dei diritti e della
legalità, che la riproponga come polo
credibile di alternanza alla guida del governo;
contraddizioni e illinearità che segnalano
la vulnerabilità dello Stato nell'azione
rivolta a costruire la sua capacità di
governo degli antagonismi tra le classi e la
delicatezza del passaggio politico in atto.
L'azione di governo si è prefissa di
superare la concertazione come "metodo
per governare" che appariva ricercare l'accordo
tra tutte le parti, che vedeva la negoziazione
neocorporativa aggregare il sindacato confederale
nelle decisioni di politica economica e costituire
l'alternativa al conflitto escludendolo e marginalizzandolo,
relativamente, come rapporto tra padronato e
lavoratori e tra Stato e classe nelle materie
prerogativa dello Stato riguardanti la regolazione
del mercato del lavoro, dei rapporti contrattuali
e le erogazioni sociali. Questo accompagnava
la fase di passaggio dalla prima alla seconda
repubblica ed era funzionale a destrutturare
la democrazia parlamentare e il modo in cui
si era realizzata la rappresentanza politica
nei decenni passati, per costruire l'alternanza
e una democrazia governante; ciò necessitava
infatti il depotenziamento delle istanze antagoniste
presenti nel conflitto di classe e il loro sradicamento
dallo scontro politico in modo che questo ne
fosse sterilizzato consentendo agli schieramenti
politici contrapposti di misurarsi per la capacità
di rappresentare gli interessi della borghesia
imperialista aggregando interessi sociali particolari
intorno al programma di governo. La "concertazione"
entra in crisi manifesta con il governo D'Alema,
per la resistenza che suscitavano nella classe
le misure antiproletarie che ne giustificavano
il ruolo politico, e per la particolare difficoltà
a produrre le ulteriori trasformazioni per le
quali premeva la Confindustria.
In questo quadro era inserita l'iniziativa del
20 maggio contro Massimo D'Antona della nostra
organizzazione che incideva nello scontro politico
indebolendo l'azione dell'Esecutivo, che dovette
riadeguarsi non solo perché non poteva
più contare sul contributo antiproletario
qualificato dell'elaboratore di quel passaggio,
ma anche perché doveva trovare il calibramento
politico giusto, che evitasse di alimentare
saldature tra il conflitto di classe e un'opzione
rivoluzionaria considerata solo un'amaro ricordo.
La borghesia imperialista non abbandona i suoi
obiettivi, ma solo la coalizione di centro-sinistra
dimostratasi incapace nonostante tutti i buoni
propositi di realizzare il suo programma, e
il nuovo governo Berlusconi sperimenta il superamento
della concertazione su un piano nazionale, all'inizio
della legislatura, con l'avviso comune di Cisl
Uil e Confindustria sulla direttiva comunitaria
sui contratti a termine, avviando quel dialogo
sociale che diventa il modello di relazioni
neocorporative da realizzare per questo governo,
con cui normalizzare e funzionalizzare anche
questo piano di relazioni politiche all'alternanza,
costruendo un rapporto tra questa maggioranza
e parte dei sindacati confederali, e nel contempo
ottenendo anche il ridimensionamento del peso
politico della Cgil e l'indebolimento del centro-sinistra
e in particolare dei Ds a cui è legata.
Ciò che si è dimostrato è
che le istanze di competizione delle componenti
confindustriali nel quadro dei livelli di crisi
presenti e rispetto alle prospettive di allargamento
europeo, hanno premuto affinchè fossero
realizzate da subito delle forzature che rompessero
i vincoli preesistenti come garanzia che in
tempi politici programmabili si pervenisse alla
indispensabile rimodellazione delle relazioni
sociali coronamento di anni di logoramenti e
destrutturazioni delle posizioni del proletariato;
un'istanza che almeno in parte si è saldata
con gli interessi politici di questo governo,
ma che ha alimentato un conflitto senza riuscire
a conseguire linearmente nè l'istituzione
del dialogo sociale nè lo stringimento
del rapporto politico da parte di questa maggioranza
con parte del sindacato confederale. La rinnovata
determinazione del governo a fronte delle scadenze
della mobilitazione e della catalizzazione delle
posizioni sindacali intorno ad esse, segnala
il livello raggiunto dallo scontro, il problema
di come incidervi per parte del proletariato,
e l'importanza della posta in gioco che non
risiede nelle deroghe all'articolo 18, ma nella
modificazione dei rapporti di forza con la classe
proletaria che può consentire di avviare
la rimodellazione sociale e politica.
In relazione a questo quadro l'attacco portato
dalle Br, nella figura di Marco Biagi, alla
progettualità politica della borghesia
imperialista, si colloca nella contraddizione
dominante tra classe e Stato e sull'asse programmatico
dell'attacco allo Stato e si dialettizza con
le istanze di potere espresse dalla lotta di
classe per l'affermazione dei suoi interessi
generali contro quelli della borghesia imperialista,
sancendo nella pratica la necessità e
realizzabilità di una prospettiva rivoluzionaria
politica e sociale.
Il proletariato e la classe operaia in questa
fase politica non sono disposti nello scontro
perseguendo autonome finalità rivoluzionarie,
né sono quindi organizzati in strutture
adeguate a praticare e sostenere la guerra necessaria.
Il proletariato si misura con le forzature della
classe dominante, con l'obiettivo di resistervi
e con l'aspirazione a conquistare posizioni
sociali e politiche più avanzate e utilizza
per mobilitarsi gli strumenti organizzativi
che trova a disposizione, essenzialmente gli
apparati sindacali. Fa i conti quindi con la
capacità che ha lo Stato di sostenere
la sua lotta, e di assumere le decisioni volute
pur a fronte di ampie e determinate mobilitazioni;
in questo misura i rapporti di potere e di forza
che ci sono tra sé e lo Stato, tra gli
strumenti che usa lo Stato e quelli che trova
a disposizione per sè, misura la mancanza
di potere e la realtà del potere contro
i suoi interessi generali, oggi rivolta a erodere
gli ultimi baluardi di un rapporto politico
e di forza ottenuto in un secolo di dura e sanguinosa
lotta e a rimodellare le relazioni sociali e
politiche per consolidare un rapporto di subalternità.
E' la posta in gioco di questo scontro che rinvia
al nodo di un'alternativa complessiva, di un'alternativa
rivoluzionaria, nella quale l'emancipazione
politica apra la strada al progresso sociale,
ed è l'attacco delle Br portato oggi
alla figura politica di Marco Biagi, in continuità
con la prassi rivoluzionaria espressa in 30
anni di attività e in grado di misurarsi
con le trasformazioni subite dalla mediazione
politica tra le classi, che fornisce l'orientamento
politico e strategico in cui questa prospettiva
è realizzabile e può essere fatta
avanzare.
Una prospettiva in cui il combattimento contro
lo Stato e la sua progettualità antiproletaria
e controrivoluzionaria è modalità
generale della prassi rivoluzionaria d'avanguardia
per trasformare lo scontro di classe in guerra
di classe necessariamente prolungata contro
lo Stato e l'imperialismo e non ha una funzione
tattica più o meno decisiva in supporto
a una azione politica sviluppata separatamente
dal piano militare, ma è carattere generale
della prassi rivoluzionaria che qualifica la
proposta della Br come Strategia della Lotta
Armata che avanzano a tutta la classe per conquistare
il potere e instaurare la dittatura del proletariato.
Il contesto politico complessivo e internazionale
in cui l'attacco è inserito, è
connotato dal livello più profondo raggiunto
dalla crisi e dalla tendenza alla guerra, fattori
che costituiscono il motore strutturale dei
processi di trasformazione rispetto ai quali
deve definirsi ogni progettualità politica
e i cui passaggi odierni sono l'approdo di un
processo che origina dalla crisi subentrata
alla ricostruzione post-bellica a cavallo tra
gli anni '60 e '70 e che portò al progressivo
superamento del sistema di produzione fordista
che, nato a cavallo tra le due guerre mondiali
ed estesosi in Italia nel dopoguerra, era sostenuto
da una politica economica statale, nella quale
peraltro prese piede il welfare state e termini
specifici di governo del conflitto di classe
oggi materia di riforme economico-sociali.
Negli anni '80 a seguito di una vasta controrivoluzione
imperialista avviata dagli Stati Uniti, la catena
si è andata compattando intorno al riarmo
in atto nel polo dominante che per primo e più
degli altri paesi, investito dalla crisi a causa
dei più alti livelli di concentrazione
e centralizzazione capitalistica che ne caratterizzano
l'economia, necessitava di una politica economica
che facesse da volano che potesse produrre un
salto nel modello produttivo e della sua capacità
di estrazione di plusvalore relativo, che riavviasse
l'accumulazione capitalistica, e su un piano
più militare operasse una pressione sul
blocco contrapposto e mettesse in grado di forzare
l'assetto degli equilibri internazionali attraverso
il rinnovato attivismo politico-militare, la
cui posta in gioco finale per la catena imperialista
a dominanza Usa era ridisegnare la divisione
internazionale del lavoro capitalistica a proprio
vantaggio.
Gli Usa finanziarono il riarmo con una politica
di alti tassi di interesse e dollaro forte,
con la quale attrassero capitali da tutto il
mondo e incrementarono oltremodo il loro livello
di indebitamento. Indebitamento che oggi, che
è stata abbandonata la politica di attivo
di bilancio per una spesa volta a creare una
domanda aggiuntiva per l'economia in recessione
e per alimentare il riarmo con cui sostenere
Enduring Freedom e riattrezzare l'apparato militare
alle nuove necessità determinate dallo
stadio raggiunto dalla guerra imperialista,
mostra le sue implicazioni, coniugandosi con
la crisi delle banche giapponesi e con la possibilità
che queste per ripianare i bilanci realizzino
fondi vendendo obbligazioni pubbliche Usa generando
una pressione ribassista sul dollaro o una necessità
di rialzare i tassi di interesse, gravando così
sugli squilibri dell'economia internazionale
e sulle prospettive della recessione mondiale.
Il crollo politico del Patto di Varsavia e della
stessa Unione Sovietica e il generale arretramento
dei processi rivoluzionari e delle lotte di
liberazione hanno portato al mutamento degli
equilibri internazionali a favore della catena
imperialista e hanno rafforzato la dominanza
in essa del polo statunitense; ciò avviene
però senza una guerra generalizzata e
prolungata come la prima e la seconda guerra
mondiale, che distruggendo masse ingenti di
capitale e di forze produttive sovrapprodotte
rispetto ai livelli di crisi raggiunti dal capitale
stesso, facesse ripartire un ciclo espansivo
a partire dal grado di concentrazione e centralizzazione
capitalistica presente ma da un livello di accumulazione
complessiva adeguatamente ridotto. Si è
invece sviluppato un processo di penetrazione
capitalistica e di integrazione economica relativa
degli ambiti con economie socialiste pianificate,
sostenuto dagli Stati dominanti della catena
imperialista, nel quale è stato instaurato
un rapporto di dipendenza di tipo peculiare,
essendo queste economie industrializzate, non
assimilabili a quelle del sud del mondo ma nemmeno
a quelle capitalisticamente avanzate, e che
ha portato alla loro destrutturazione e spoliazione
economica e al crollo verticale delle condizioni
di vita della popolazione ampiamente al di sotto
dei livelli di sussistenza storicamente determinatisi,
condizione che ha spinto migliaia di persone
all'emigrazione in occidente, ed entro cui ha
trovato spazio persino l'intervento politico
europeo-occidentale volto a definire le linee
di riforma del mercato del lavoro in quei paesi,
più confacenti a realizzare livelli di
sfruttamento profittevoli.
In generale questo esito ha indotto l'ulteriore
e crescente drenaggio di risorse dai paesi dipendenti
mentre il rafforzamento ottenuto negli equilibri
internazionali dalla catena imperialista e dal
suo polo dominante, hanno aperto la strada a
una maggiore proiezione ed intervento bellico
degli Usa e dei suoi alleati con cui l'imperialismo
ha potuto sostenere i propri interessi militarmente
o con la propria capacità di ricatto
economico-politico e militare.
L'ulteriore concentrazione e centralizzazione
capitalistica, l'incremento dello sfruttamento
del lavoro salariato, le risposte di politica
economica ristrutturatrici e riformatrici o
anticicliche date alla crisi, e le posizioni
di vantaggio negli equilibri internazionali
della catena, non hanno affatto annullato la
crisi e le sue cause, ma anzi proprio i livelli
più elevati di accumulazione e l'ulteriore
internazionalizzazione del capitale le ha potenziate,
in quanto queste sono intrinseche al meccanismo
di esistenza del capitale, al meccanismo dell'accumulazione,
alla sua propria natura, non sono cause esterne.
Questo dato strutturale è ciò
che con il finire degli anni '90 fa arretrare
l'economia in un nuovo ciclo recessivo nel quale
sono messe a nudo le contraddizioni in cui si
muove il capitale monopolistico e la borghesia
imperialista. Tutte le principali aree capitalistiche
sono in crisi contemporaneamente manifestando
fenomeni diversi e che possono alimentarsi a
vicenda: gli Usa che hanno fatto da locomotiva
mondiale per dieci anni sono esposti agli alti
livelli di indebitamento e di capacità
produttiva inutilizzata, il Giappone che è
la seconda economia al mondo è in recessione
da anni (solo nel 2001 ha avuto un calo del
pil del 4,5%), subisce una deflazione galoppante
e dovrà arginare il crack delle sue banche,
in Germania la recessione va a premere sulla
produzione industriale provocandone cadute verticali
e sminuendone il peso nella coesione europea
proprio mentre l'imminente allargamento ad est
avrebbe dovuto vedere una sua solida funzione
di perno, un paese come l'Argentina che ha osservato
alla lettera i dettami impostigli dal Fmi, si
è avvitato in una crisi economico-finanziaria
senza vie di uscita prevedibili. Persino un
paese come l'Arabia Saudita che ha avuto una
funzione centrale nel sostenere le spese di
guerra degli Usa, le vendite delle sue industrie
militari e le necessità strategiche dell'imperialismo,
ha subito il crollo verticale del reddito pro-capite
ed è scosso da crisi politica, a causa
della presenza delle truppe Usa e delle trasformazioni
sociali imposte dalle riforme economiche indirizzate
alla privatizzazione dei settori produttivi
e all'internazionalizzazione del capitale. A
ciò si aggiungono i livelli di miseria
diffusi nel sud del mondo e quelli che attanagliano
l'ex-campo socialista, e che si approfondiranno
in Cina con il suo ingresso nel Wto, che accompagnano
il loro "sviluppo" capitalistico.
Un quadro che riconferma l'attualità
e approfondimento delle cause che generano la
necessità storica del superamento del
modo di produzione capitalistico e del dominio
della borghesia imperialista e che indica come
il completo abbandono della transizione socialista
nei paesi che per primi hanno realizzato la
rottura rivoluzionaria, per l'apertura e l'instaurazione
di un sistema capitalista, non è che
una battuta di arresto nel processo storico
della rivoluzione comunista, rispetto a cui
il proletariato, avendone fatto esperienza,
può riadeguare i termini della conduzione
del processo rivoluzionario, quanto che l'imperialismo
manifesta sempre più diffusamente punti
di vulnerabilità storicamente determinati
e determinabili intorno ai quali si può
elaborare la strategia rivoluzionaria e condurre
lo scontro rivoluzionario.
Il fatto che i sovrapprofitti del capitale risultanti
dall'approfondimento dello sviluppo ineguale
non si siano realizzati lasciando invariate
le condizioni del lavoro salariato del proletariato
metropolitano negli Stati imperialisti, anzi
parallelamente siano stati approfonditi tutti
i termini dello sfruttamento relativi e assoluti,
dimostra empiricamente sia che il proletariato
metropolitano occidentale non è aggregato
alla borghesia imperialista nell'avvantaggiarsi
di questi sovraprofitti, sia che l'incremento
dello sfruttamento con cui il proletariato è
chiamato a sostenere la competitività
del capitale, non solo non è una soluzione
alla crisi del capitale né definitiva
né temporanea, non potendo che consentire
la tenuta relativa e transitoria del singolo
capitale sul mercato, ma converge ad approfondirne
le cause che risiedono nel meccanismo di accumulazione
del capitale, che proprio perché il capitale
aumenta mentre proporzionalmente il lavoro vivo
sfruttato diminuisce, periodicamente e in misura
sempre maggiore non riesce più a valorizzarsi
e a garantire la tenuta delle forze produttive.
Sul piano degli equilibri internazionali la
catena imperialista formata a partire dal secondo
dopoguerra intorno al polo dominante statunitense
su livelli di internazionalizzazione del capitale
e di integrazione ed interdipendenza delle economie
crescenti, ha maturato progressivi passaggi
di avanzamento della tendenza alla guerra lungo
la direttrice est/ovest che non assumono per
tutta una fase carattere di guerra generalizzata
ma di conflitti limitati e altamente distruttivi
per i paesi aggrediti dall'imperialismo, nel
quadro di schieramenti variabili intorno all'Alleanza
occidentale e di disposizioni articolate nei
compiti bellici relative al complesso di condizioni
politiche militari ed economiche di ogni Stato.
Gli anni '90 già sono stati caratterizzati
dal ripetersi di guerre di aggressione espressione
dell'azione della catena imperialista rivolta
a ridisegnare gli equilibri internazionali e
a riorganizzare la divisione del lavoro. In
questo processo gli Stati imperialisti sono
impegnati ad attivizzarsi per sostenere il proprio
capitale monopolistico, e dato il carattere
integrato e interdipendente della catena anche
a concordare politiche comuni.
Questo processo di ridefinizione ed espansione
delle aree di influenza non è però
risolutivo delle cause della crisi capitalistica,
come è empiricamente dimostrato dalle
condizioni stagnanti dell'economia mondiale
e dall'incapacità sempre maggiore del
capitalismo di assorbire le forze produttive
crescenti. Un nuovo ciclo espansivo richiederebbe
un'ampia distruzione di capitali e mezzi di
lavoro realizzabile con una guerra imperialista
di grandi proporzioni per la quale finora non
ci sono state le condizioni politiche né
militari, perciò nella fase attuale l'imperialismo
è in grado di sostenere livelli di crescita
dell'economia essenzialmente nel polo dominante
e sviluppa politiche e iniziative rivolte ad
attrezzare gli Stati della catena per far avanzare
ulteriori fratture degli equilibri internazionali
a proprio favore, con una strategia articolata
che contrasta l'opposizione dei popoli che cercano
di sottrarsi al giogo imperialista e con manovre
destabilizzatrici tende a sottomettere quei
paesi che presentano modelli economici e sociali
non integrabili in quanto tali nella divisione
del lavoro capitalistica, oppure la cui posizione
politica fosse disfunzionale alla strategia
imperialista.
E' in questo quadro che sono comprensibili tanto
la natura del processo di coesione politica
europea, che ha come motore lo sviluppo dei
capitali monopolistici, quanto le politiche
di allargamento a est della Nato e della Ue
ed il processo di riadeguamento degli strumenti
militari e controrivoluzionari in atto in tutti
gli Stati imperialisti pilotati dalla iniziativa
di riarmo e di aggressione statunitense, e se
ne possono individuare le linee di sviluppo
e i passaggi di qualità.
Sono infatti i fattori strutturali storici di
integrazione della catena imperialista che spingono
a salti di qualità in direzione dell'approfondimento
della coesione politica europea e al riarmo
e riadeguamento militare e controrivoluzionario
dei paesi dell'Europa occidentale. La direzione
di questi passaggi di qualità, stanti
le diseguaglianze di sviluppo interno e le contraddizioni
della gerarchia della catena imperialista, e
a fronte dell'integrazione dei paesi dell'Est
europeo nella Nato e nella Ue, va a fare dell'approfondimento
della coesione politica, un processo che si
sviluppa prevalentemente sul piano della riforma
delle sue istituzioni e su quelli della costruzione
di comuni indirizzi di politica economica spinti
dall'integrazione monetaria, della definizione
di politiche e di strumenti controrivoluzionari
e repressivi, mentre il riarmo e il riadeguamento
militare complessivi si misurano con i concreti
sviluppi della guerra imperialista e dell'iniziativa
assunta dal polo dominante statunitense.
Il piano delle politiche controrivoluzionarie
e repressive è stato tra i primi ad essere
sviluppato per contrastare la guerriglia rivoluzionaria
operante in Europa occidentale, poi proceduto
con gli accordi di Schenghen e sullo spazio
giuridico europeo, con la creazione di forze
di polizia integrate etc..
Con il recente mandato di cattura europeo e
le liste di organizzazioni rivoluzionarie e
in generale antimperialiste, integrate con la
definizione di criteri di discriminazione delle
attività possano essere identificate
come minaccia terroristica, e che includono
forme di opposizione tra le più varie,
si è aperta la strada ad un'amplissima
discrezionalità funzionale anche al necessario
calibramento della repressione alle diverse
condizioni politiche e giuridiche degli Stati
europei, si è infine esteso all'intero
ambito europeo quanto già consolidato
in paesi come l'Italia in materia dei cosiddetti
reati associativi con cui lo Stato identifica
dei nemici politici e li combatte in quanto
tali e non si limita a perseguirne le specifiche
attività a cui i codici penali attribuiscono
valenza di reato.
Un filo nero lega le disposizioni del codice
Rocco, che perseguivano un reato di sovversione
che la qualificava con i contenuti politici
della rivoluzione proletaria, segno della maturità
politica che aveva raggiunto il proletariato
che faceva sì che il codice penale potesse
mettere per iscritto in che cosa consisteva
la sovversione politica, e che poi sono state
mantenute in vigore dal ministro della giustizia
Togliatti nell'immediato dopoguerra, fino al
recente allungamento dei termini di carcerazione
preventiva per il reato di associazione sovversiva
realizzato dal governo Amato con l'appoggio
politico di R. C., e alla estensione del principio
di sovversione in ambito U.e. sotto la definizione
di terrorismo, generalizzato a qualsiasi fenomeno
antiistituzionale, esplicitando la sostanza
politica della futura carta europea dei diritti
fondamentali.
Un piano di nodi e politiche, quindi, più
che mai centrale nel catalizzare l'interesse
comune degli stati imperialisti europei, che
può supportare il governo del conflitto
di classe all'interno dell'Europa occidentale
accompagnando le riforme strutturali, e arginare
e comprimere lo sviluppo delle tensioni nei
paesi dell'est derivanti dai riflessi della
crisi e dall'integrazione nell'Ue, verso la
contrapposizione al dominio occidentale. Tale
piano oggi si coniuga anche con le istanze più
generali della catena di elevamento dei livelli
e di rafforzamento degli strumenti della controrivoluzione
imperialista per riadeguarli al livello di minaccia
potenziale dell'opposizione che l'imperialismo
suscita contro il suo dominio.
L'attacco alle linee di costruzione della coesione
europea, alle linee del suo approfondimento,
nella loro funzione antiproletaria e controrivoluzionaria,
qualifica un punto di programma su cui costruire
forze rivoluzionarie nell'area europee e prospettare
alleanze nel quadro di un fronte combattente
antimperialista, in quanto l'approfondimento
della coesione europea e l'attuazione delle
sue politiche è parte integrante della
strategia della borghesia imperialista per governare
la polarizzazione degli interessi divaricati
dai livelli di crisi che il capitale raggiunge
e per compattare e mobilitare gli Stati imperialisti
nella proiezione bellica, per ridefinire la
divisione internazionale capitalistica del lavoro,
e rinsaldare il dominio imperialista.
La dinamica della crisi che spinge l'imperialismo
all'integrazione di nuovi ambiti economici per
il loro sfruttamento, genera dunque una tendenza
alla guerra che si muove e si muoverà
sulla direttrice est/ovest perché è
verso le aree dell'est Europa e dell'Asia centrale
che l'imperialismo deve indirizzare il suo espansionismo
aprendo conflitti con gli interessi antagonisti.
Un movimento, che spinto dalla naturale dinamica
del capitale, non si instrada dunque, come nelle
prime guerre imperialiste verso lo scontro militare
tra Stati imperialisti che sono oggi ambiti
attraversati dalla internazionalizzazione del
capitale che ha creato profonde condizioni di
integrazione e interdipendenza delle economie
e in cui si è formata una frazione dominante
di borghesia imperialista, espressione di un
capitale monopolistico multinazionale aggregato
al capitale finanziario Usa e intorno a cui
ruotano tutte le altre frazioni di borghesia
imperialista.
Negli anni '90 la guerra all'Iraq, la destabilizzazione
e poi la sottomissione e occupazione dei Balcani,
e gli accordi di Oslo per realizzare la normalizzazione
del Medioriente, dovevano costituire nella strategia
Usa e occidentale altrettanti passaggi di avanzamento
e di consolidamento delle posizioni della catena
imperialista che ne avrebbero spostato in avanti
gli obiettivi strategici, in quanto proprio
l'area mediterranea-mediorientale, costituendo
uno snodo degli equilibri strategici tra est
e ovest diventava, mutati gli equilibri, da
terreno di forzature tese a erodere le posizioni
dell'avversario, terreno di conquista di posizioni
più avanzate nel confronto a est, da
parte della catena imperialista.
Le contraddizioni innescate da questi stessi
passaggi sono i fattori che indicano la dimensione
della contrapposizione che possono suscitare
gli interessi e le spinte dell'imperialismo
a cui vanno ascritte le cause dei conflitti
collocati su questa direttrice, e in particolare:
la resistenza dell'Iraq alla continua aggressione
imperialista che ha obbligato gli Stati Uniti
all'insediamento militare in Arabia Saudita,
la resistenza afgana alle pressioni statunitensi
da tempo esercitate per ottenerne la sottomissione
e garantirsi il controllo strategico del paese,
corridoio naturale dell'Asia centrale e infine
la resistenza palestinese alla sottomissione
all'entità sionista, reale contenuto
dei patti di Oslo che nel medio periodo hanno
alimentato la lotta di liberazione. Una lotta
che gli Stati Uniti vorrebbero contenere oggi
spingendo gli Stati arabi a un riconoscimento
di "Israele" per legittimarne l'azione
militare che, a maggior ragione a fronte del
livello elevato raggiunto dallo scontro, fungerebbe
da autorizzazione al genocidio costituendo una
precondizione di governo dell'area per scatenare
l'offensiva all'Iraq:.
In questo quadro l'attacco dell' "11 settembre"
ha rappresentato un concreto elemento di contrasto
della strategia imperialista, ne ha dimostrato
la vulnerabilità, l'ha costretta a modificarne
piani e passaggi, senza poter ovviamente farne
venire meno gli interessi strategici su cui
si muove. L'intera catena imperialista si è
dovuta misurare con le implicazioni possibili
del rapporto di sfruttamento e oppressione che
ha istituito e approfondito, con quelle della
sua costante azione di aggressione, che si attrezzava
e si apprestava ad intensificare con i progetti
di scudo antimissilistico rilanciati da Bush,
con quelli di riarmo e di costruzione di una
forza di rapido intervento europeo, con la propaganda
avviata per giustificare l'aggressione all'Afghanistan.
Ha dovuto perciò accelerare la propria
mobilitazione, estendere il campo di intervento,
e innalzare le misure controrivoluzionarie interne,
sostenendone i costi economici e quelli militari
della dispersione delle forze su più
fronti, esponendosi alle contraddizioni di scelte
operate per reazione e non nel momento e nel
modo voluto e dovendosi limitare a costruire
una coalizione a sostegno dell'aggressione all'Afghanistan,
non interamente attivizzata nell'azione offensiva,
a causa delle contraddizioni politiche interne
e dei rischi sul campo.
L'elevata potenza distruttiva dell'attacco e
la sua specifica selettività avendo inferto
un colpo destabilizzante sistemico, ha imposto
alla controrivoluzione imperialista un salto
di qualità obbligandola ad adottare misure
specifiche uniformi, e non più solo indirizzi
e strutture comuni, che costituiscono forzature
della mediazione politica rendendo più
rigide e delimitate le risposte che possono
essere date per normalizzare gli antagonismi
di classe o anche gli equilibri internazionali
per la pace imperialista, approfondendo la frattura
con componenti sociali borghesi dell'area mediorientale
che hanno costituito il naturale punto di appoggio
delle strategie normalizzatrici dell'area e
indebolendo la posizione delle classi politiche
aggregate all'imperialismo.
Fattori questi di concreta debolezza politica
dell'imperialismo solo parzialmente compensata
dalla sua propaganda politico-ideologica tesa
a sfruttare le vittime civili provocate dalla
potenza distruttiva dell'attacco per ottenere
il sostegno delle popolazioni alla guerra imperialista
e alle misure controrivoluzionarie. Una propaganda
che non può mistificare l'evidenza che
le guerre e le controrivoluzioni imperialiste,
a differenza dell'attacco al Pentagono e alle
torri gemelle del Wtc di New York, non provocano
affatto vittime civili solo come "effetto
collaterale" di un obiettivo di guerra
che è quello di ottenere la destabilizzazione
di un nemico per farlo recedere dai suoi intenti
di aggressione e ritirare dai paesi in cui si
è insediato militarmente. L'imperialismo
provoca vittime civili perché aggredisce
per sottomettere i popoli al suo dominio e poterli
sfruttare, esse quindi sono un obiettivo di
guerra parte integrante delle finalità
della guerra imperialista, oppure obiettivo
terroristico di una politica controrivoluzionaria
volta a far recedere il proletariato dai suoi
obiettivi politici autonomi, come ha ripetutamente
dimostrato lo stragismo Nato in Italia con le
bombe di piazza Fontana a Milano, a Piazza della
Loggia a Brescia e alla stazione ferroviaria
di Bologna...
L'attacco dell'11 settembre ha aperto una fase
in cui la catena imperialista a partire dal
suo polo dominante statunitense è stata
costretta ad accelerare la sua proiezione bellicista,
a sviluppare nuove aggressioni e a preparare
innanzitutto un nuova campagna di guerra tesa
a risolvere in via definitiva il nodo della
sottomissione dell'Iraq. Oggi infatti lasciare
vivere un popolo e un governo come quello iraqueno
che combattuto da 10 anni non si è mai
arreso, sarebbe una manifestazione d'impotenza
degli Stati Uniti e perciò dell'intera
catena, in un contesto strategico in cui è
stato dimostrato che è possibile portare
un attacco altamente distruttivo nel cuore del
territorio del nemico anche con effetti destabilizzanti
sistemici e senza impiegare le sue tecnologie
avanzate.
Una realtà nuova che priva gli Usa del
potere deterrente costituito dall'inattaccabilità
delle sue forze e del suo territorio nazionale,
costringendoli a mantenere una costante disposizione
offensiva sia per estirpare le forze guerrigliere
che gli si contrappongono, che per fare di questa
"offensiva permanente" il nuovo fattore
di deterrenza centrale affiancato dall'arma
nucleare, dallo scudo antimissilistico, dai
bombardamenti d'alta quota e dal complesso di
tecnologie avanzate di cui dispongono che ne
connotavano la superiorità strategica
e che sono stati depotenziati dall'attacco subito.
L'azione politico-militare della catena imperialista
guidata dagli Usa e sviluppata a seguito della
fine dell'equilibrio bipolare, messa in crisi
nella valenza deterrente della sua superiorità
strategica su cui si basava anche la sua capacità
di condizionamento politico, ma nel contempo
obbligata a reagire per recuperarla dando dimostrazione
della inopportunità di realizzare attacchi
non convenzionali contro di essa, pena l'alto
prezzo in termini di distruzione che la potenza
militare occidentale e la sua rapida e diffusa
capacità di intervento può far
pagare, non può costruire le condizioni
politiche che nel quadro di un avanzamento lineare
della sua strategia sarebbero state la base
su cui le vittorie e i successi militari avrebbero
potuto consolidare equilibri internazionali
più favorevoli agli ulteriori avanzamenti,
come dimostrano le pressioni e le forzature
che vengono fatte per imporre la pace israeliana
al popolo palestinese ed aprire la strada all'intervento
contro l'Iraq.
La catena imperialista guidata dagli Usa dovrà
perciò allargare i fronti di conflitto
ed esporsi alla dispersione delle proprie forze
armate con le quali dovrà anche insediarsi
militarmente per preservare o addirittura conquistare,
come in Afghanistan, il controllo del territorio,
una condizione che favorisce la resistenza e
il contrattacco antimperialista.
L'attacco all'imperialismo è asse programmatico
della strategia che le Br praticano e propongono
alla classe, e con cui storicamente hanno sostanziato
la necessità e possibilità di
alleanze antimperialiste tra forze rivoluzionarie
dell'area europeo-mediterranea-mediorientale
da stringere nella costruzione di un fronte
combattente antimperialista che ha lo scopo
di indebolire e destabilizzare l'imperialismo.
Un punto di programma rivoluzionario che le
Brigate Rosse perseguiono con l'attacco alle
politiche centrali dell'imperialismo che sempre
più oggi si inquadrano nell'avanzata
e nell'estensione della guerra e della controrivoluzione
imperialista, che non costituiscono lineare
rafforzamento del nemico ma anche fattore di
approfondimento della sua vulnerabilità,
e mettono in risalto la funzione che può
svolgere l'attacco antimperialista nel cuore
dell'imperialismo e la necessità per
gli interessi generali e storici del proletariato
e per le forze rivoluzionarie che se ne fanno
carico, di costruire la forza e l'iniziativa
adeguata a misurarsi con il livello dello scontro
per poter incidere nei passaggi politici e militari
di sviluppo della strategia, della guerra e
della controrivoluzione imperialista.
In questo quadro internazionale e interno la
rivoluzione proletaria riconferma tutta la sua
attualità e valenza storica, mentre tutte
le aspettative riformistiche e posizioni revisioniste
che hanno accompagnato il movimento di classe
per più di un secolo hanno dimostrato
di aver solo contribuito a consolidare e perpetuare
il dominio della borghesia imperialista. Oggi
i simulacri residuali di queste opzioni politiche
si rinnovano non solo come legittimatori, ma
come veri e propri attori dell'azione degli
Stati imperialisti nel genocidio dei popoli
e nella subordinazione del proletariato alla
schiavitù salariata e alla dittatura
della borghesia, sulla base dell'attribuzione
di un valore alla democrazia rappresentativa
borghese come fattore di superiorità
e di conquista sociale in cui il proletariato
potrebbe avanzare le proprie istanze di "libertà
e di diritti", e che perciò gli
Stati imperialisti sarebbero legittimati ad
imporre nel mondo, contro il proletariato e
i popoli tramite la sconfitta di quelle forze
antimperialiste o rivoluzionarie che si pongono
sul terreno di una lotta finalizzata alla distruzione
dell'imperialismo o anche solo alla reale autonomia
nazionale di singoli paesi.
Il rilancio dell'attacco al cuore dello Stato,
con l'iniziativa del 20 maggio 1999 contro il
responsabile dell'Esecutivo nel Patto di Natale
Massimo D'Antona, colloca la proposta della
strategia della lotta armata a tutta la classe,
in un contesto caratterizzato dalla stabilizzazione
del portato della controrivoluzione nel campo
proletario e rivoluzionario, e nei compiti della
Fase della Ricostruzione delle forze rivoluzionarie
e proletarie avviatasi all'interno della Ritirata
Strategica.
Il rilancio dell'intervento combattente e con
esso della propositività politica della
strategia della lotta armata nello scontro generale
tra le classi, pur a fronte di una lunga interruzione
nella quale sono intervenuti cambiamenti sociali
e politici e che hanno riguardato i termini
della stessa mediazione politica tra le classi,
ha confermato la maturità raggiunta dalla
guerriglia nel nostro paese e dal patrimonio
politico elaborato e verificato nello scontro
rivoluzionario dalle Brigate Rosse.
Un rilancio a cui lo Stato ha risposto elevando
i livelli di controrivoluzione al fine come
sempre di annientare la guerriglia, e di esercitare
un'azione deterrente e preventiva sulle dialettiche
aperte dall'iniziativa dell'Organizzazione con
le istanze antagoniste prodotte dal conflitto
di classe, un'azione supportata dai mezzi, dalle
risorse e dagli apparati repressivi rafforzati
in questi anni, e dal collaborazionismo di quei
ceti politici che hanno fatto del controllo
delle istanze di classe il valore d'uso del
loro ruolo da parte dello Stato e quindi la
condizione della propria agibilità politica.
Questo non ha impedito, pur nelle condizioni
di arretramento del campo proletario e di svuotamento
del movimento rivoluzionario, che si realizzassero
delle dialettiche politiche che sono andate
dalla semplice espressione pubblica del riconoscimento
nella prassi rivoluzionaria delle Brigate Rosse
delle istanze di potere della classe, in varie
forme ovviamente adeguate a prevenire la reazione
della controrivoluzione, ad istanze e nuclei
rivoluzionari che hanno preso concretamente
e fattivamente posizione sia in appoggio all'iniziativa
delle Brigate Rosse che assumendosi la responsabilità
di disporsi nello scontro con contenuti e pratiche
offensivi, definendo così uno schieramento
rivoluzionario. Al di là delle specificità,
queste dialettiche rivoluzionarie hanno realizzato
un percorso politico e materiale concreto di
costruzione di un campo rivoluzionario reale,
sulla base della discriminante della Lotta Armata
per il Comunismo, un campo che instaura un rapporto
politico di guerra con lo Stato e l'imperialismo
e che lo traduce nelle forme organizzative che
assume, nella base politica dell'unità
delle forze che organizza e nel tipo di obiettivi
che persegue distinti da quelli economico-sociali
rivendicativi, un campo che si definisce in
sintesi per la sua prassi rivoluzionaria nello
scontro.
Piano diverso da quello della formazione di
uno schieramento rivoluzionario, è quello
della costruzione del Partito Comunista Combattente
che non è un'entità che si produce
spontaneamente o come frutto virtuale di un
allineamento politico, ma è una organizzazione
concreta centralizzata intorno a un contenuto
politico costituito dalla sua linea e da una
articolazione di strutture che ne realizzano
il programma politico-militare. In uno schieramento
rivoluzionario ciò che distingue le istanze
rivoluzionarie che si relazionano al nodo della
costruzione del Partito Comunista Combattente
è il riferimento all'impianto teorico-strategico
della Lotta Armata per il Comunismo con cui
può essere affrontato uno scontro di
potere e condotta la guerra di classe di lunga
durata e la capacità di contribuire alla
disarticolazione della progettualità
e dell'equilibrio politico dominante, fattori
che evidenziano il ruolo della necessaria centralizzazione
politica del combattimento contro lo Stato e
l'imperialismo intorno all'indirizzo politico
e strategico delle Brigate Rosse.
La fase politica in cui le Brigate Rosse rilanciano
la propria proposta strategica nello scontro
generale tra le classi, è profondamente
diversa da quella in cui hanno avviato 30 anni
fa lo scontro rivoluzionario con lo Stato e
l'imperialismo, a causa dell'andamento dello
scontro rivoluzionario e di classe e degli arretramenti
subiti dalle forze rivoluzionarie, dal movimento
rivoluzionario e dal movimento di classe. La
condizione di avanzata in quegli anni delle
lotte proletarie e delle lotte rivoluzionarie
e di liberazione dall'imperialismo in tutto
il mondo, faceva assolvere alla Lotta Armata
per il Comunismo una funzione di sbocco di avanzamento
per le istanze di potere che provenivano dallo
scontro di classe verso una soluzione rivoluzionaria
che dalle Brigate Rosse veniva indirizzata sulla
Strategia della Lotta Armata come proposta a
tutta la classe, i cui termini non venivano
definiti solo in relazione alla fase di scontro
presente, ma ai caratteri storici dello Stato
e dell'imperialismo, termini approfonditi dalla
stessa iniziativa rivoluzionaria delle avanguardie
organizzate dalle Brigate Rosse, nel misurarsi
con le condizioni dello scontro e con l'andamento
delle fasi rivoluzionarie.
La fase politica attuale pur nell'approfondimento
delle condizioni strutturali di crisi del capitalismo,
non è caratterizzata dalla disposizione
generalizzata delle istanze proletarie sul terreno
della lotta di potere, né dallo sviluppo
del movimento rivoluzionario.
Oggi perciò la Lotta Armata per il Comunismo
rappresenta il piano su cui sostanziare il ruolo
di avanguardia rivoluzionaria che avvia dalla
consapevolezza della valenza dei termini politici
e strategici elaborati dal patrimonio delle
Brigate Rosse perché adeguati ad impattare
le forme politiche con cui lo Stato si rapporta
all'antagonismo proletario e ad incidere nello
scontro per far avanzare una prospettiva di
potere, e a fornire gli strumenti con cui operare
la frattura soggettiva che richiede l'assunzione
del piano di lotta per il potere. Per questo
assume valenza la chiarezza dei termini strategici
su cui in ogni fase l'avanguardia rivoluzionaria
può far avanzare lo scontro e che vanno
anche a ricentrare la natura stessa del processo
rivoluzionario e a liberarlo dalle incrostazioni
spontaneiste e revisioniste e a restituirgli
funzione orientativa della prassi rivoluzionaria.
I termini teorico-strategici che impostano la
Strategia della Lotta Armata per il Comunismo
muovono dalla concezione marxista della necessità
storica della Rivoluzione Comunista ad opera
della classe operaia e del proletariato, come
un processo che nasce dalle contraddizioni del
capitalismo e della sua funzione nella storia
sociale, per svilupparsi in continuità
con la concezione leninista dell'imperialismo
quale fase suprema del capitalismo, del ruolo
che adempie lo Stato nella società divisa
in classi antagoniste, e del rapporto tra Stato
e Rivoluzione, che costituiscono la base teorica
dei termini generali della conduzione della
guerra di classe e della concezione strategica
dell'attacco al cuore dello Stato, combattimento
che caratterizza la guerra di classe di lunga
durata nelle democrazie mature.
La strategia rivoluzionaria per essere tale
deve essere conseguente alla considerazione
scientifica che riconosce nello Stato borghese
come in ogni Stato in generale il suo essere
manifestazione dello scontro tra classi antagoniste,
e nel caso dello Stato borghese tra una classe
proprietaria dei mezzi di produzione e di sussistenza
e una classe che ne è priva e che è
impedita nel procedere alla loro socializzazione
e collettivizzazione, dall'esistenza e azione
politico-militare dello Stato che organizza
il potere politico della classe dominante, lo
giustifica e ne garantisce gli interessi di
proprietà privata e di valorizzazione
del capitale che ne costituiscono i principi
politico-giuridici centrali, con le sue leggi
e i suoi strumenti sanzionatori e repressivi.
Niente impedirebbe al proletariato di prendere
possesso dei mezzi di produzione o dei beni
di sussistenza che usa e produce se lo Stato
non ne difendesse la "legittima" proprietà
privata con l'azione concreta dei suoi apparati
armati, presa di possesso che nella dittatura
della borghesia assume connotato di furto e
saccheggio, fenomeno di massa che si è
verificato in questi ultimi mesi in Argentina
a causa della profonda crisi economico-sociale
in cui l'hanno ridotta i piani di drenaggio
delle sue risorse impostigli dal Fondo Monetario.
Non potendosi impossessare dei mezzi di produzione
e di sussistenza, il proletariato è costretto
a vendere la sua forza-lavoro alla borghesia
per riprodursi e alle condizioni possibili nello
sviluppo della crisi del capitale, alle condizioni
della sua valorizzazione, dinamica che sottopone
il proletariato ordinariamente a ogni genere
di ricatto (fattore strutturale su cui si fonda
in ultima istanza l'aspettativa di realizzabilità
della progettualità politica e sociale
espressa ed elaborata da Marco Biagi).
Lo Stato, che è l'organo della dittatura
della classe dominante, può essere tale
in quanto e nella misura in cui è capace
di mediare lo scontro antagonistico tra le classi
su un piano politico, che non metta in crisi
il potere della classe dominante e quindi la
propria funzione di organo della sua dittatura,
e che anzi assorba le tendenze alla reciproca
distruzione tra le classi antagoniste (in particolare
quando la classe dominata è un proletariato
che ha da più di un secolo gli strumenti
politici per proporsi concretamente obiettivi
di potere, al di là delle fasi di suo
arretramento).
Lo Stato è quindi anche un prodotto storico
dello scontro tra le classi, ed in quanto tale
è la risultante processuale della capacità
di ricondurre tale scontro con i mezzi e i modi
adeguati alle sempre nuove contraddizioni antagonistiche,
a un quadro di riproduzione della dittatura
della classe dominante.
Perciò lo Stato può essere anche
la sede formale del rapporto politico tra le
classi, e apparire in quanto tale "neutrale",
ossia il piano o la sfera entro cui i rapporti
antagonistici tra le classi assumono un carattere
politico e non di annientamento reciproco, e
quindi esercita la funzione di organo della
classe dominante in quanto e nella misura in
cui la classe dominata è politicamente
subalterna, cioè non conduce una lotta
per i suoi interessi di classe che nel caso
del proletariato sono quelli della liberazione
dai rapporti sociali capitalistici per la costruzione
della società senza classi. In generale
perciò la costruzione-organizzazione
politica autonoma per rivoluzionare i rapporti
sociali di produzione, di una classe dominata
come il proletariato che non è portatrice
di una forma di proprietà concorrenziale
con quella precedente, è sempre conseguente
alla sua prassi rivoluzionaria, ossia alla sua
contrapposizione al potere politico della classe
dominante per l'affermazione dei suoi interessi
generali e storici in funzione della tappa rivoluzionaria
che impone il processo storico.
L'autonomia politica della classe proletaria
non è cioè un presupposto, ma
è conquistabile solo in un processo di
scontro di potere, un processo che ha una sua
storia concreta di avanzate e di arretramenti.
Per sviluppare la rivoluzione proletaria è
necessario pertanto in generale che essa diventi
obiettivo dell'azione politica dei comunisti,
di una soggettività rivoluzionaria d'avanguardia
che lo assuma perchè è l'obiettivo
politico necessario, che operi una frattura
con la condizione politica storica del proletariato,
affinchè il piano rivoluzionario possa
maturare come terreno e direzione di mobilitazione
di tutta la classe proletaria contro il dominio
politico della borghesia per la distruzione
dello Stato che ne organizza ed esercita il
potere e che garantisce questi rapporti sociali
consentendone la riproduzione anche a fronte
delle contraddizioni interne del capitale e
in un rapporto tra classi con interessi generali
antagonistici sempre più polarizzati.
Senza il potere politico la borghesia, che esiste
grazie allo sfruttamento del proletariato, non
potrebbe esistere come classe, e quindi difendendo
il proprio dominio per difendere sé stessa
mette in campo tutti i mezzi di cui può
disporre per farlo adeguatamente, e solo un
livello di violenza e forza adeguato possono
sopraffarli.
Il potere non può perciò essere
conquistato senza la violenza rivoluzionaria,
e cioè senza una lotta armata che distrugga
la macchina statale che realizza la dittatura
di classe e costituisce lo strumento armato
che tutela e garantisce gli interessi della
classe dominante.
Il processo rivoluzionario comunista è
quindi sostanzialmente e fenomenicamente una
guerra di classe contro lo Stato e la classe
dominante e la strategia rivoluzionaria si definisce
in relazione alle specificità storiche
della conduzione della guerra di classe.
Il processo rivoluzionario è un processo
al contempo di distruzione dello Stato-costruzione
del Partito, cioè della forza rivoluzionaria
occorrente alla conduzione della guerra, la
cui tappa rivoluzionaria per il proletariato
è in generale fin dalla Comune di Parigi
e in particolare dalla vittoriosa Rivoluzione
d'Ottobre, quella della conquista del potere
e dell'instaurazione della dittatura del proletariato.
Una tappa che è stata modificata nei
suoi aspetti specifici dal rapporto determinatosi
storicamente tra rivoluzione e controrivoluzione.
La rivoluzione proletaria come processo storico
e politico si è avviata con la partecipazione
del proletariato alla lotta contro l'aristocrazia
terriera nella rivoluzione francese e nei moti
della prima parte dell'800 in Europa e, arrivando
ai successi della Comune di Parigi e alla vittoria
della Rivoluzione bolscevica, ha costruito i
termini di fondo di un patrimonio rivoluzionario
e gli elementi della coscienza politica rivoluzionaria
espressi dal socialismo scientifico, dal materialismo
storico-dialettico e dal pensiero politico di
Marx, di Engels e di Lenin.
La borghesia affermava ed estendeva la sua dittatura
attraverso le vittorie delle guerre napoleoniche
fino ai confini della Russia zarista e gli Stati
europei, dove si espandeva il capitalismo concorrenziale
e una borghesia nazionale, con la costituzionalizzazione
delle monarchie assumevano i primi caratteri
democratico-rappresentativi, un processo di
riadeguamento delle forme di dominio che avviene
nel vivo dello scontro tra le classi e che non
coinvolge la Russia, dove la borghesia è
debole e la sua lotta politica non incide sulla
autocrazia zarista né realizzerà
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