Anche il Consiglio europeo di
Barcellona non ha avuto esitazioni nell'indicare
agli Stati membri la strada per modernizzare il
mercato del lavoro. Si tratta di principi molto
chiari e utili per approfondire il dibattito in
corso in Italia.
La cosiddetta «Strategia europea per l'occupazione»
ad avviso dei capi di Stato e di Governo «si
è dimostrata valida», ma deve «essere
semplificata». Gli orientamenti che vengono
definiti ogni anno dal Consiglio devono vincolare
più efficacemente gli Stati membri. Questo
genere di soft laws deve essere ulteriormente
perfezionato, condensando in pochi ed essenziali
principi gli obblighi per i Governi nazionali.
Con buona pace di quanti in Italia sostengono
che il ricorso alle "norme leggere"
è un attentato alla democrazia.
La scelta strategica dell'Europa è quella
di concentrare gli sforzi per aumentare il tasso
di occupazione. Si tratta esattamente della prospettiva
assunta dal Libro Bianco del Governo che ha accolto
l'indicazione, ribadita dal vertice di Barcellona,
di eliminare «gli ostacoli e i disincentivi
a entrare o rimanere nel mondo del lavoro».
Non c'è quindi nulla di diabolico nella
pretesa di rivedere istituti che, come il part-time,
sono oggi regolati in modo da scoraggiare la partecipazione
al mercato del lavoro, in particolare da parte
delle lavoratrici.
Quanto poi al tema della flessibilità,
le conclusioni di Barcellona ricordano che deve
essere coniugata con la sicurezza (intesa sul
mercato, cioè con una forte enfasi sulla
formazione continua). Non solo, ma i Governi sono
invitati a "riesaminare -la normativa sui
contratti di lavoro- al fine di promuovere la
creazione di più posti di lavoro».
Dunque chi si oppone strenuamente alla revisione
della nostra legislazione sul lavoro si colloca
in una prospettiva anti-europea. Difendere lo
status quo normativo significa non tener conto
di cinque anni di richiami comunitari.
La dimensione locale o territoriale diviene centrale
nel documento di Barcellona che richiama le istituzioni
e i «sistemi di contrattazione collettiva»
a migliorare l'occupazione «per tutte le
aree geografiche».
Quando poi si raccomanda di consentire «l'evoluzione
dei salari in base agli sviluppi della produttività»,
per un Paese come l'Italia l'indicazione non potrebbe
essere più chiara: le parti sociali devono
tener conto dei diversi mercati locali del lavoro.
E allora non può certo essere definita
«vergognosa» la scelta del Governo
di sperimentare normative differenziate al Sud
per favorire l'occupazione. I sindacati scozzesi
o gallesi, oppure ancora quelli di alcune province
spagnole, non si sono mai vergognati di agire
per attrarre investimenti stranieri, anche rivedendo
elementi attinenti al costo del lavoro.
L'invito ad aumentare «gradualmente di circa
cinque anni» l'età pensionabile entro
il 2010 è semplice e, al tempo stesso,
perentorio. In Italia nessuno sembra preoccuparsi
troppo dell'invecchiamento della popolazione e
quindi della necessità di incentivare i
lavoratori anziani a rimanere nel mercato del
lavoro. Adottare formule di «pensionamento
flessibile e graduale» è una scelta
senza alternative. Opporsi a tutto ciò
è antistorico e non serve ad altro se non
a peggiorare la situazione. Vivere all'interno
dell'Unione europea significa sottoporre il confronto
tra istituzioni e parti sociali a una rigorosa
verifica di compatibilità con le indicazioni
comunitarie.
Poiché in Italia abbiamo il peggior mercato
del lavoro d'Europa non vi sono davvero alternative.
Ignorare le richieste di modernizzazione provenienti
da Barcellona sarebbe in fondo una scelta egoistica,
propria di chi pensa a se stesso e non immagina
un futuro migliore per i propri figli. La solidarietà
è effettiva se davvero si cerca di costruire
una società diversa e più giusta.
19 marzo 2002
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