Ormai anche i non addetti ai lavori
pensano di sapere tutto sulla concertazione e
l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, formule
del tutto sconosciute fino a poco tempo fa. Eppure
mentre il dibattito si arroventa sempre più,
cresce la confusione ed è bene che i lettori
comprendano con chiarezza i termini del vivace
confronto in corso. Gli interventi del ministro
Maroni dalla Spagna sono stati utili a riguardo.
Cominciamo dalla concertazione. Il ministro sostiene
che è finita, nel senso che a nessuna delle
parti sociali verrà più riconosciuto
un diritto di veto. In questo senso ha ragione:
non ha senso ricercare un consenso a tutti i costi
in un panorama così affollato. Quando il
Governo convoca le parti sociali, si presentano
all'appello circa una quarantina di sigle e tutte
naturalmente reclamano pari dignità. Non
ha senso che una o più organizzazioni,
per quanto altamente rappresentative (il caso
della Cgil è naturalmente fuori discussione),
possano impedire ad altre di decidere. La differenza
con il dialogo sociale è tutta qui. Ricercare
un confronto con le parti sociali interessate
è non solo doveroso ma anche utile. Non
sempre si potranno però trovare intese
ed un Governo che si rispetti deve allora assumersi
le sue responsabilità. In tutto questo
non c'è davvero nulla di antidemocratico.
Qualche parola ora sull'arcinoto art. 18. Qualcuno
dice che il Governo vorrebbe che tutti possano
essere licenziati liberamente. Questa è
una falsità. Anche se si intendesse abrogare
l'art. 18 (cosa che non è nei programmi
di Governo), rimarrebbe sempre indiscusso il diritto
del lavoratore di rivolgersi al giudice per verificare
la giustificatezza del licenziamento. L'art. 18
riguarda solo le sanzioni a carico del datore
di lavoro nel caso il giudice gli dia torto. Anche
in questo caso ha ragione Maroni quando sostiene
che non si sta attentando ai diritti fondamentali
dei cittadini.
Peccato che famosi giornalisti e sindacalisti
di grido usino la televisione per propagandare
autentiche menzogne.
Tuttavia la cronaca ci consegna anche una notizia
che lascia sperare in un confronto meno ideologico
e politicizzato. Qualche giorno fa il Governo
ha concordato con tutte le parti sociali (nessuna
esclusa) la trasposizione di una direttiva comunitaria
in tema di Comitati Aziendali Europei, in attesa
fin dal 1994 di entrare a far parte del nostro
ordinamento. Si tratta del diritto dei rappresentanti
dei lavoratori di essere informati e consultati
nelle imprese multinazionali europee. Per qualche
settimana al ministero del Lavoro si sono svolti
incontri con imprenditori e sindacati ed alla
fine si è realizzata un'importante intesa.
Lontano dai clamori della politica e concentrandosi
solo sul merito si è fatto in poche settimane
un lavoro che non era riuscito negli anni precedenti.
Il dialogo sociale non è dunque una pratica
così difficile se ci si mette attorno ad
un tavolo con buona volontà. Anzi, sapendo
che nessuno ha più il diritto di prevalere
in ogni caso, si determina una dinamica più
favorevole al raggiungimento delle intese. Tutti
sono più motivati nel ricercare ciò
che unisce piuttosto che quanto divide. Chiariti
in questo modo i termini della questione, chissà
che non si determinino condizioni per una migliore
collaborazione fra Governo e parti sociali.
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