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film

L'uomo di vetro

(di Stefano Incerti, 2007)

Pubblicato il 3 luglio 2007

di Roberto Risica


L'uomo di vetro , tratto dall'omonimo libro di Salvatore Parlagreco, ripercorre la biografia di Leonardo Vitale, uomo d'onore della famiglia di Altarello di Baida. Vitale, arrestato nel 1972 con l'accusa di aver partecipato al sequestro dell'ingegner Cassina e rilasciato per insufficienza di prove 44 giorni dopo, decide dopo sei mesi dalla scarcerazione di costituirsi, presentandosi spontaneamente presso gli uffici della Squadra Mobile di Palermo.
Perseguitato da furori mistici, dal rimorso di coscienza, da un desiderio di giustizia che prima di tutto appare religioso, Leonardo Vitale intraprende una collaborazione con lo Stato, confessando di aver commesso numerosi delitti, di far parte di Cosa Nostra, descrivendone la struttura e snocciolando i nomi degli affiliati e dei collusi, un " organigramma mafioso steso sotto gli occhi stupefatti di alcuni ufficiali di polizia giudiziaria", come disse Antonino Caponnetto. Eppure Vitale non è considerato attendibile, viene dichiarato seminfermo di mente, sottoposto a numerose perizie psichiatriche e rinchiuso nel manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto per dieci anni.

Pochi mesi dopo essere tornato in libertà, Vitale paga la trasgressione dell'omertà mafiosa con la morte, assassinato alla presenza della madre e della sorella, all'uscita dalla messa domenicale.   Il film, discretamente interpretato da Davide Coco, più che soffermarsi sulla vicenda giudiziaria, appare come una parabola dell'emarginazione, descrivendo l'isolamento di Vitale, il condizionamento esterno esercitato dalla psichiatria, dalla famiglia, dall'ambiente mafioso, dagli organi di Polizia, l'angosciante esperienza del manicomio, degli psicofarmaci, della tortura dell'elettroshock, della solitudine e della segregazione, il deterioramento della sua personalità già fragile, di vetro appunto. La regia, di Stefano Incerti, è apprezzabile per l'onestà del racconto dei tormenti psicologici, delle urgenze catartiche, delle crisi religiose, dei rapporti al limite dell'incesto con la madre e la sorella del protagonista, ma soprattutto per l'accortezza di non esprimere alcun giudizio definitivo su una personalità così complessa e distorta. Discutibile invece è la scelta di far interpretare il ruolo dello zio di Vitale, Gianbattista, al solito Tony Sperandeo, eletto ormai icona indiscussa, usurata e stereotipata, dei personaggi mafiosi autorevoli e, ingiustificatamente- come anche nel caso de "I cento passi" di Marco Tullio Giordana-   considerati maestri di vita.

Inoltre, la figura di Vitale è tracciata con toni eccessivamente edulcorati, la gravità delle responsabilità per i delitti commessi, tra cui due omicidi, è incomprensibilmente sospesa e attenuata dalla sudditanza nei confronti dello zio paterno, il suo ruolo all'interno dell'organizzazione criminale è oltremodo mitigato e le continue attenzioni e manifestazioni di affetto nei confronti della fidanzata, della sorella e della madre lo fanno apparire perfino umano e benevolo. Ma quel che più dispiace è l'occasione mancata dagli autori di approfondire alcuni aspetti che nel film restano solo citati, come l'assoluta inadeguatezza dello Stato nella gestione dei collaboratori di giustizia, o le responsabilità politiche, etiche e penali di politici (tanto per citare i nomi più illustri, il sindaco Vito Ciancimino, l'assessore Giuseppe Trapani e il principe Vanni Calvello Alessandro di San Vincenzo ), imprenditori, professionisti, accusati da Vitale di essere contigui o stabilmente inseriti in ambienti mafiosi. Il mondo delle istituzioni nel film è infatti quasi totalmente interpretato solo dai volti onesti e probi degli ufficiali della polizia giudiziaria e le importanti personalità accusate da Vitale vengono, nel migliore dei casi, solo citate. In compenso, però, ampio spazio viene concesso al disegno sottile, tramato dalla mafia con la complicità di uno Stato deviato, di non ucciderlo subito e conseguentemente di rafforzare le sue accuse, ma di farlo passare come folle e quindi non attendibile. Poco tempo fa Roberto Scarpinato, magistrato della Procura di Palermo ha avuto modo di commentare il ridimensionamento, negli ultimi anni, del fenomeno dei collaboratori di giustizia, definendolo come "uno dei capitoli inscrivibili nel grande gioco del potere".

La presenza nelle sale cinematografiche di un film come "l'uomo di vetro" avrebbe consentito, perciò, se solo si fosse osato un po' di più, non solo di ricostruire la vicenda personale del "primo pentito" di Cosa Nostra, ma di soffermarsi a riflettere sulle annose ed ingombranti responsabilità delle istituzioni in merito a faccende di mafia.

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