Sei in: Home < Articoli <La Dda di Palermo a caccia dei "mandanti"

speciali

La Dda di Palermo a caccia dei "mandanti"

Stando a opinioni diffuse in circoli forensi, l’avvio dell’inchiesta giudiziaria ridimensiona la portata della citazione in giudizio civile da parte dell’ex sottosegretario al Ministero dell’Interno Antonio D’Alì con delega al personale, dei responsabili della trasmissione “Anno Zero” del 5 ottobre 2006 e dello stesso il prefetto, che in proposito rimane più sereno che mai.

Pubblicato il 31 maggio 2007

di Enzo Guidotto



«Arriva l’ora legale? Panico negli ambienti mafiosi, imprenditoriali e politici trapanesi ». Infatti! L’operazione di polizia attuata dal dottor Giuseppe Linares – hanno dichiarato i magistrati lo stesso giorno del blitz della settimana santa – ha scardinato un circuito di illegalità nel quale il boss mafioso è solo una piccola parte di un sistema interclassista, articolato e sinergico estremamente potente che si regge grazie al coinvolgimento di esponenti dell’imprenditoria, delle professioni, della politica, e dello Stato.

La rivincita di Sodano - I dettagli sono stati ampiamente illustrati non soltanto dalla stampa locale ma anche da moltissimi siti internet, anche stranieri. La notizia che ha colpito maggiormente l’opinione pubblica nazionale, memore della famosa puntata di Anno Zero, è stata però quella che è andata subito al nocciolo della questione, pubblicata dal Corriere della sera: «l’inchiesta – ha scritto Felice Cavallaro - è la rivincita di Fulvio Sodano, un funzionario dello Stato che voleva fare il prefetto antimafia nella città della Piovra televisiva e di quella vera trasformando l’impresa strappata ai boss, la Calcestruzzi Ericina, nel simbolo del riscatto, impedendo a mafiosi e notabili di riappropriarsene, schierato anche contro un sottosegretario all’Interno. Ma fu trasferito ad Agrigento con un ordine di servizio immediato».

Come mai? Esistevano condizioni di “necessità ed urgenza” tali da imporre o quanto meno giustificare una decisione così repentina? Di certo si sa – come rilevò su La Stampa del 25 novembre del 2005 Francesco La Licata in occasione della prima retata scaturita dalla stessa inchiesta – che dalle conversazioni tra mafiosi emergeva «un tam-tam sotterraneo che preannunciava il trasferimento del prefetto ed analoghi tentativi in direzione del capo della Squadra Mobile (Giuseppe Linares, ndr) e della stessa Procura della Repubblica di Trapani». Ma – precisò il giornalista - «sono stati omissati tutti i riferimenti a tentativi di ricorrere a protezioni di parlamentari e tutte le intercettazioni in cui emergono nomi di politici e uomini di governo… rimandando a tempi più lunghi le conclusioni di tutta una serie di approfondimenti».

“Mandanti” e lapsus freudiano - Tempi che, a quanto pare, sono ormai maturati se si tiene conto del fatto che la DDA di Palermo ha avviato un’inchiesta sui “mandanti” del provvedimento. Un particolare, questo, che - stando a opinioni diffuse in circoli forensi - ridimensiona la portata della citazione in giudizio civile, da parte del senatore, dei responsabili di quella trasmissione e dello stesso il prefetto, che in proposito rimane più sereno che mai. «Lascio il compito di accertare la verità a chi lo deve fare – ripete - ma io sono certo che il mio allontanamento da Trapani è stato voluto da D’Alì». Una certezza che ha ricevuto una specie di conferma implicita dallo stesso senatore per il “lapsus linguae” froidiano dal quale è stato colto durante l’intervista allo stesso giornale. Nel titolo del servizio, sempre di Felice Cavallaro, si legge: «D’Alì: non ho pilotato il traferimento di Sodano». Se però si riflette attentamente sulle sue dichiarazioni si arriva a tutt’altra conclusione. «La rotazione di un prefetto – da detto - è determinazione del Consiglio dei Ministri su proposta del ministro dell’Interno che la elabora con l’assoluto conforto dei vertici del Viminale».

«Il tentativo di autodifesa di D’Alì si è trasformato in autogol» ha infatti sostenuto Sodano dopo aver letto il giornale. «Cosa si intende per Viminale ? Il colle o il Ministero? Sicuramente il Ministero. Ma cosa del Ministero? L’edificio o le persone che ci lavorano dentro con ruoli diversi, dagli uscieri in sù? E allora sia serio: i “vertici” sono le tegole del palazzo o i personaggi dei “piani alti”? E chi sono questi ultimi se non il ministro ed i sottosegretari di turno? Ammesso che intendesse riferirsi ai funzionari vorrebbe forse far credere che contino più delle autorità politiche?».

Oppure che gli stessi – è il caso di aggiungere – abbiano sconsigliato la sua permanenza a Trapani per lo stato di salute ? In casi del genere si prendono altri provvedimenti: non si manda un funzionario che avverte qualche malessere in un ambiente nuovo e sicuramente non meno difficile, costringendolo ad un’attività ancor più stressante.

I retroscena - Una ulteriore smentita dell’ estraneità dell’ex sottosegretario emerge dalla ricostruzione dei retroscena di quella calda estate del 2003. Il trasferimento di Sodano è avvenuto il 12 luglio. «Venti giorni prima, subito dopo la chiusura della procedura degli avvicendamenti, disposti per prassi in giugno e in dicembre – ricorda lui stesso - il ministro Pisanu mi aveva fatto dire dal suo capo di Gabinetto Carlo Mosca che aveva deciso di lasciarmi a Trapani augurandomi buon proseguimento di lavoro». E non poteva essere altrimenti perché in quei giorni il ministro era alle prese con la preparazione del rapporto su “Lo stato della sicurezza in Italia”.

«Nelle aree ad alta incidenza mafiosa – si legge nel documento – il settore economico nel quale si sviluppa il ciclo del cemento rappresenta l’interesse strategico delle associazioni criminali che tendenzialmente esercitano in regime di monopolio l’attività estrattiva e la produzione del calcestruzzo. L’obiettivo di migliorare le condizioni di competitività economica non può prescindere dalla scelta di contribuire alla rimozione di un fattore di ostacolo alla crescita, qual è quello della criminalità».
Le frasi si riferivano sicuramente anche alla situazione trapanese e suonavano come un elogio nei confronti di quanti, come il prefetto Sodano, erano impegnati da tempo su quel fronte con un’ energica strategia di contrasto. L’augurio di buon proseguimento di lavoro non era stata quindi una semplice formalità. E la posizione del sottosegretario D’Alì? Diametralmente opposta sin dall’inizio.

«Basta pensare – racconta lo stesso prefetto - a quella mattina in Prefettura quando mi prese in disparte e, con tono di rimprovero, testualmente mi disse: “Ma che mi combina? Mi dicono che con la sua attività in favore dell’Ericina sta alterando il libero mercato!”». D’Alì: “Mi dicono …” - La frase, letta dalla moglie in ottobre durante la trasmissione Anno Zero, ha lasciato di stucco l’opinione pubblica nazionale trasformando il “Caso Sodano” in “Caso D’Alì”: capovolgendo la diagnosi ineccepibile del ministro, il sottosegretario, paradossalmente, attribuiva la responsabilità dei meccanismi di distorsione non alla mafia ma al prefetto.

«A chi si riferiva con quel “mi dicono”?» si chiedono in tanti. Insomma, chi gli aveva manifestato quelle lamentele? Quali sono i retroscena che non si vorrebbero far conoscere? Secondo le indagini, ricostruite con atti giudiziari e parlamentari alla mano dai giornalisti di “Anno Zero”, la cupola imprenditorialmafiosa trapanese, per riappropriarsi a prezzo irrisorio l’Ericina, intendeva ridurla prima stato di insolvenza attraverso il dirottamento di forniture verso aziende contigue operanti nel capoluogo (Mannina) e a Paceco (Occhipinti). In quest’ultima direzione, ma ovviamente con stile diverso, si sarebbe mosso anche il senatore D’Alì relativamente a un’impresa di Partinico incaricata di eseguire delle opere nella zona industriale da Antonina Bertolino, titolare delle note distillerie.
A rivelarlo a un amministratore dell’ Ericina era stato l’addetto al settore beni confiscati dell’Agenzia del Demanio, Francesco Nasca: con una telefonata, il sottosegretario, 3 dopo aver riferito «una lamentela diffusa e cioè che l’Ericina aveva ottenuto una grossa commessa grazie all’appoggio istituzionale del Prefetto», gli aveva espresso l’invito «a lasciar spazio ad altri produttori locali di calcestruzzo, per quanto riguardava i lavori della Bertolino». Successivamente, l’imprenditore di Partinico, che aveva già acquistato delle partite di merce all’Ericina, aveva deciso di rifornirsi a Paceco asserendo che là gli avrebbero fornito il calcestruzzo a migliori condizioni. Al rappresentante dell’azienda confiscata, Nasca aveva però detto che «l’imprenditore aveva deciso di rifornirsi altrove in quanto sollecitato in tal senso dal senatore D’Alì».

Quali interessi? - E allora il sottosegretario tutelava gli interessi dell’impresa di proprietà dello Stato o quelle che facevano il gioco dei mafiosi? L’interrogativo diventa raccapricciante se si pensa che, contemporaneamente – si legge negli atti - «il vertice della cosca mafiosa» aveva contattato Nasca per «boicottare l’azienda confiscata pianificandone, artatamente, la liquidazione o la vendita ad un imprenditore del settore, suggerito appositamente» (Mannina). E, guarda caso, identico suggerimento per la cessione in blocco della stessa era giunto al prefetto Sodano da parte di un’associazione di industriali. «Non so se il geometra Nasca abbia avuto contatti per individuare imprenditori disponibili all’acquisto della società» ha dichiarato agli inquirenti un amministratore dell’Ericina.

«Ricordo però – ha precisato - che, in un certo periodo, aveva cominciato di sua iniziativa ad effettuare la valutazione dei beni aziendali, tanto che seppi dai dipendenti che si era recato all’impianto per compilare le schede tecniche di valutazione dei mezzi». La responsabile dell’Agenzia del Demanio «appresa da me tale circostanza, si meravigliò dicendo che il Nasca non era stato autorizzato e non aveva ricevuto incarico in tale senso. Dopo qualche tempo il Nasca fu esonerato dai suoi compiti in materia di beni confiscati» e poi raggiunto da avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa in occasione della retata del novembre 2005, quando vennero arrestati Francesco Pace, Nino Birrittella, Enzo Mannina ed altri.

Come si è visto chiaramente in televisione, Nasca, invitato a dire la sua, è andato in escandescenza strattonando un giornalista dopo avergli strappato il microfono. Infine, nei primi giorni dello scorso mese di aprile è stato arrestato assieme a mafiosi, imprenditori e all’ex vicepresidente della Regione Sicilia. Coincidenze e intrecci – Inserita nella vasta panoramica di eventi, coincidenze ed intrecci di relazioni verificatisi nel corso del tempo, la vicenda lascia di stucco. Guarda caso, la Bertolino, figlia di soggetto indicato negli atti dell’Antimafia come “noto mafioso” – amico del più noto Frank Coppola, l’ “indesiderabile” spedito in Italia dalle autorità USA insediatosi a Pomezia, dove ebbe modo di pilotare loschi affari e oscure manovre alla Regione Lazio - nonchè cognata di Angelo Siino, braccio destro di Totò Riina nel settore degli appalti, nella campagna elettorale del 94, a Partinico, era sul palco del candidato di Forza Italia, Silvio Liotta.

Dopo la stagione delle stragi, Totò Riina , decide di sciogliere “Sicilia Libera”, creato con la collaborazione di Vincenzo Virga che aveva coinvolto alcuni dei principali imprenditori trapanesi, per appoggiare massicciamente FI, partito voluto da Marcello Dell’Utri. A Paceco, comune confinante con il capoluogo, la prima sezione dello stesso, situata nella centralissima Via Amendola, viene costituita da Peppe Maiorana, “u prufissuri”, condannato per mafia con sentenza della Cassazione. In città, Dell’Utri, presidente di Publitalia manda Vincenzo Virga, capomafia del mandamento di Trapani dal dottor Vincenzo Garaffa, presidente della Pallacanestro per esigere il “pizzo” su una sponsorizzazione e vengono entrambi condannati per tentata estorsione.

«Abbiamo uomini e mezzi che La possono convincere a cambiare opinione» aveva detto Dell’Utri a Garaffa che si rifiutava di pagare la mazzetta. Chi aveva messo in contatto Dell’Utri con Virga? I canali potevano essere due: uno politico e l’altro mafioso. Sempre Dell’Utri appoggia D’Alì durante i contrasti con Giulia Adamo, legata a Gianfranco Miccichè.

Tela di Penelope e “carta bianca” – Sulla Calcestruzzi Ericina, una valutazione assai più realistica di quella fatta nel più ampio contesto dal ministro Pisanu nel citato rapporto, viene ora fatta da Roberto Scarpinato, il magistrato della DDA che ultimamente ha diretto l’inchiesta. «Certi soggetti sono riusciti ad annullare la democrazia economica e politica, ad annullare il mercato libero» ha dichiarato alla stampa. Poi, paragonando la lotta alla mafia alla tela di Penelope ha precisato che «mentre si lavora per il ripristino della legalità ci sono funzionari e politici che disfano la tela».

Nella vicenda, iI funzionario è stato Francesco Nasca. E i politici? Della categoria faceva parte anche D’Alì? L’ipotesi, allo stato puramente teorica, rafforzerebbe la certezza del prefetto Fulvio Sodano sul responsabile principale del suo allontanamento da Trapani. D’altra parte, il senatore, consapevole di poter esercitare un … “potere assoluto” nel “suo” territorio, aveva manifestato in modo inequivocabile le proprie intenzioni allo stesso prefetto all’indomani della nomina a sottosegretario. Per festeggiare il “grande evento” lo invita a pranzo e fra un discorso e l’altro butta lì la frase: «Ho avuto carta bianca dal ministro per tutto ciò che riguarda la provincia di Trapani! Da me dipendono la nomina e il trasferimento del Prefetto e del Questore».

Impressione avvertita? «La stoccata finale – ricorda oggi Sodano – fu il primo tentativo di assoggettarmi psicologicamente. E’ come avesse detto: stai attento a quello che fai. E le vicende successive hanno dimostrato che non scherzava». “I mafiosi tifavano” - Così come non raccontavano certo barzellette gli imprenditori legati direttamente o indirettamente a Cosa Nostra e a Matteo Messina Denaro in particolar modo. «I mafiosi – ha infatti dichiarato Nino Birrittella, arrestato nel novembre 2005, oggi collaboratore di giustizia - tifavano perché venisse trasferito quel prefetto che aveva sventato il tentativo dei boss di riappropriarsi della Calcestruzzi Ericina».

Essendo stato presidente della Trapani Calcio, Birrittella di certe cose se ne intende e non usa le parole a caso: il tifo, si sa, viene manifestato nei confronti di una precisa squadra o per i beniamini della stessa. Per chi tifavano i boss? E perché ? Lungi dall’avanzare insinuazioni pretestuose ci limitiamo a riportare alcuni brani di una conversazione ambientale fra l’imprenditore Matteo Bucaria ed il mafioso Salvatore Alestra, risalente al 29 dicembre 2000. Rispondendo all’interlocutore sul ruolo di Vincenzo Virga, all’epoca latitante – si legge in un documento giudiziario - Alestra «recava, a titolo esemplificativo, il genere di rapporto esistente tra il Virga e il senatore Antonio D’Alì, il quale – secondo l’Alestra – non poteva prescindere dall’intrattenere contatti con lo stesso capo mafia» e lasciava «intendere, sarcasticamente, che il D’Alì non aveva un peso politico del tutto autonomo»; poi, a domanda, precisava «che quasi il 50% del supporto elettorale pervenuto al D’Alì era stato fornito da Virga, soggiungendo altresì come quel parlamentare intrattenesse stretti rapporti con i noti Messina Denaro, esponenti di vertice della famiglia mafiosa di Castelvetrano» con le testuali frasi: «Ma tu non sapevi questa cosa? Ma D’Alì con Messina Denaro come sono? Sono meglio di fratelli».

Allo stesso Matteo Messina Denaro avevano condotto due mesi prima le parole di altri noti personaggi. Sempre Bucaria, stanco della soffocante pressione estorsiva da parte delle famiglie mafiose di Trapani e di Marsala, chiedeva aiuto ai colleghi Nino Birrittella ed Enzo Mannina, i quali indicavano come soluzione la concreta possibilità di far intervenire i “giudici istruttori” del tribunale di Cosa nostra: i soggetti della cosca di Castelvetrano legati al delfino di Provenzano.

Matteo “uber alles” ? - Tutte le strade portavano a Matteo, dunque? Per gli inquirenti, queste ultime conversazioni fornivano già nell’ottobre del 2000 «una prima indicazione sull’inserimento dei due imprenditori nel circuito relazionale dei soggetti gravitanti nell’orbita dell’organizzazione mafiosa trapanese». Ma stranamente entrambi , in un modo o nell’altro, hanno avuto a che fare con i tentativi di condizionamento e di accaparramento dell’Ericina e con i lavori supercontrollati per l’America’s Cup al porto, peraltro eseguiti in fretta e furia prescindendo – rileva ora il Ministero per l’Ambiente – dal rispetto delle leggi in materia.
E le “rivelazioni” di Alestra? Se dopo sette anni non hanno avuto conseguenze giudiziarie, potrebbero essere state frutto di mera millanteria. «Vecchie calunnie cui siamo purtroppo abituati che non hanno bisogno di alcun commento e che si condiscono di grottesco dal punto di vista procedurale …» dichiarò nel giugno del 2004 il senatore D’Alì alla rivista “Antimafia 2000” che riportava le intercettazioni.

Non è però da escludere l’ipotesi che anche questi particolari possano finire nel fascicolo dei magistrati per i più opportuni approfondimenti sul “mandanti” del trasferimento del prefetto. Quale sarà la base di partenza del loro lavoro? Inevitabilmente l’audizione del ministro Pisanu e di chi gli ha dato «l’assoluto conforto» per la decisione, opposta a quella presa venti giorni prima. Il che ripropone il dilemma: burocrate o politico? Di certo si sa che al Viminale la delega per il personale l’aveva un solo sottosegretario: Antonio D’Alì. Ma lui, nel corso delle polemiche di questi mesi, si è guardato bene dal fare la “rivelazione” : che fosse un … “segreto di Stato” ?

ENZO GUIDOTTO

Articolo pubblicato su “EXTRA”, rivista bimestrale di Trapani, n° 45, maggio giugno, integrato da brani di articoli precedenti sull’argomento che possono essere scaricati dal sito: Trapani antica . La parte della trasmissione ANNO ZERO che si riferisce alla provincia di Trapani con l’intervista al prefetto Sodano e la mancata intervista al sottosegretario D’Alì è inserita nel sito gracc.iobloggo.com assieme a un articolo di Enzo Guidotto sull’argomento.

Enzo Guidotto, collaboratore della rivista, è presidente dell’ “Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso”, ed è componente del Comitato interdirezionale “Scuola e Legalità” del Ministero della Pubblica Istruzione. E’ stato referente regionale di “Libera” per il Veneto e consulente della Commissione parlamentare antimafia nella passata legislatura.

recensioni

Scarica l'articolo in formato pdf (funzionalità non attiva)

risorse e articoli correlati

Una lettera di Fulvio Sodano

Il Ministro dell'Interno Amato incontra Sodano (da "La Sicilia") L'ex prefetto racconta le sue speranze per il futuro

link esterni

Trapani antica
Sito con alcuni articoli sull'argomento

gracc.iobloggo.com
Il servizio di Anno Zero sulla vicenda della Calcestruzzi Ericina