film
Ragazzi di malavita
Giovanni Bianconi, Baldini Castoldi Dalai 1995
Pubblicato il 16 luglio 2007
Una recensione su un libro uscito più di dieci anni fa è già un esercizio pericoloso: se poi il libro tratta una storia come quella dei "bravi ragazzi" della banda della Magliana, la faccenda è quasi irrimediabilmente compromessa. Non c'é da scrivere nulla di particolarmente originale, ma tant'é.
Leggo questo libro perché da romano mi accorgo di non sapere un granché su questa storia. Ho saltato i vari "romanzi criminali" - libro e film, che spesso mi dicono essere ben fatti - , ho deliberatamente accantonato i libri comprati per la biblioteca di Cuntrastamu che trattavano quest'argomento. Fino ad oggi. E mi accorgo che probabilmente questa decisione era un tentativo maldestro di immaginare la mia città, la mia regione, senza mafia, senza mentalità mafiosa, come un luogo che ancora può svolgere un ruolo da inversione di rotta rispetto all'andazzo nazionale. E invece è probabilmente troppo tardi per questo - le cronache riportano ormai sempre più frequentemente incursioni mafiose in territori come l'agro pontino, il litorale romano, Latina, Civitavecchia.
Tornando al libro c'é da dire che non si tratta di una vera e propria inchiesta. Il testo è basato principalmente sulla lettura degli atti processuali. Ed è un tratto importante, perché caratterizza ormai il giornalismo odierno. Senza nulla togliere a questo buon lavoro di Bianconi, che si legge a passo spedito e limitando la dispersione dovuta a tanti nomi e cognomi presenti, avverto la mancanza di un testo completo di testimonianze, di una descrizione più approfondita dei luoghi dove la barbarie della banda prende forma e si compie, di uno sguardo più allargato sul contesto storico in cui inserire questi personaggi pittoreschi. Che sì è praticamente ieri: ma si sa che in questo paese la memoria arriva al massimo fino a mezz'ora fa, poi si cancella tutto, perché troppi cominciano a diventare gli episodi che separano la realtà dal mito di "Italiani brava gente". Siamo un popolo terribile, questa è la verità, e in qualche modo abbiamo bisogno di scordarcelo.
E' innegabile che un certo fascino questi artisti del crimine ce l'abbiano. Selis, De Pedis, Abbruciati, Toscano, Lucioli, la famiglia Proietti sono nomi che per taluni saranno probabilmente simili ad una leggenda. I soprannomi rigorosamente "romanacci", il banco del pesce a Piazza San Giovanni di Dio, il Rolex e la Mercedes, le corse dei cavalli a Tor di Valle, e poi Testaccio e Trastevere, la Magliana e il Prenestino, fino a spingersi sul litorale di Ostia e Acilia. Rientra tutto nell'immaginario collettivo di questa città. "Li conoscevo a quelli quanno erano pischelli, erano tutti bravi regazzi" vi direbbe probabilmente qualcuno che ha abitato gli stessi palazzi di quelli della banda.
Le azioni di queste persone anche rientrano nello stereotipo più ovvio ma non per questo meno brutale. La ricerca di una strada per fare tanti soldi col minimo sforzo, il rifiuto della società, la costituzione di un gruppo con il quale condividere valori (?) come omertà, silenzio, onore, vendetta. Nel libro e nella storia della banda c'é proprio tutto questo, a partire dalle rapine che i capostipiti dell'organizzazione mettono a segno in regioni confinanti con il Lazio.
E c'é anche tutto il resto: le connivenze, i favori da parte delle istituzioni, le coperture e le fughe dal carcere e i permessi premio. E ci sono in mezzo i servizi segreti, ché tanto in queste storie c'entrano sempre; i medici compiacenti che scrivono referti falsi e danno per morenti di tumore giovani criminali in piena forma; i poliziotti e i carabinieri e i funzionari statali che per una mazzetta rinnegano la fiducia che i cittadini - volenti o nolenti - gli accordano; i custodi di palazzi ministeriali che vengono "messi in mezzo" per debolezza, probabilmente, più che per convinzione, e finiscono a fare da deposito delle armi della banda. E poi ci sono gli attori di spalla, che in tante altre storie sono invece i protagonisti assoluti. E qui si parla di Cosa nostra, a quell'epoca in periodo di gran fermento (sul finire degli anni '70 la guerra tra Palermitani e Corleonesi per il controllo assoluto del potere), della camorra che non è ancora "O' sistema" ma che è già in grado di gestire fiumi di miliardi grazie a droga e terremoto. Lo scambio con quelli della Magliana è continuo: droga, edilizia, riciclaggio di denaro sporco, corse truccate. Tutto quello che può convenire si mette in piedi.
Quando qualcuno fa di testa sua o "sgarra" venendo meno al "patto d'onore" non scritto viene ammazzato senza troppi indugi. Ed è così che ognuno di loro sa che finirà, e infatti quelli della banda, che a un certo punto si trasforma in piccoli gruppi che si fanno la guerra tra loro, muoiono quasi tutti.
Altra storia già scritta, ma non meno importante, è il ruolo dei "pentiti", che anche in questo caso contribuiscono ad alzare il livello delle indagini sulla banda. Gli anelli più deboli del sodalizio iniziano a parlare e anche lì i motivi sono simili a quelli di storie che accadono altrove nella penisola: la paura di essere ammazzati dagli ex amici, la voglia di garantire un futuro migliore a un figlio, il desiderio di tirare il fiato dopo anni vissuti con l'adrenalina sempre in circolo.
Per finire, i legami con servizi segreti e eversione di destra, altri ingredienti che appaiono spesso nella storia oscura del nostro paese. Coincidenza di interessi, scambi di favori, depositi di armi condivisi. Quelli della Magliana finiscono nel giro grande, quello dove per dirla con Falcone "chi tocca i fili muore". Droga, omicidi, rapine, tutto per gestire il potere legandosi tanto con cosa nostra siciliana quanto con i clan della camorra.
Non mancano nel libro nomi che ricorrono in questo tipo di storie, come quello del senatore a vita Andreotti, la cui storia politica e giudiziaria si intreccia con molti episodi poco chiari nei quali anche i "bravi ragazzi" della Magliana giocano un ruolo affatto secondario: dall'omicidio del giornalista Pecorelli all'attentato al vicepresidente del Banco Ambrosiano Rosone.
È un'Italia criminale, insomma, che vorremmo lasciarci alle spalle per sempre e che invece torna ciclicamente a far parlare di lei.
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