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La penna uccide?
L'informazione e la criminalità organizzata nel libro di Valerio Martorana.
Pubblicato il 15 aprile 2008
di Maria Mazzei
Un libro di istruzioni all'esercizio del mestiere di giornalista in Sicilia, terra dove le signorie mafiose si spartiscono il territorio palmo a palmo. Il giornalismo siciliano -con suoi tanti caduti - crea “opinione pubblica” o è "una stampa a omertà controllata"? Questa la domanda da cui parte Valerio Martorana, giornalista trentenne di Caltanissetta, autore de “La penna uccide?” (Bonanno Editore), che racconta di giornalisti e stampa in terra di mafia."La mafia è un elemento fondante della società siciliana, non dobbiamo prenderci in giro", racconta a Martorana Francesco La Licata, decano dei giornalisti siciliani. "E' una lobby che funziona "invasiva fino all'inverosimile" che vive del rapporto con la politica e la pubblica amministrazione”. E per essere dominante, le “basta anche un basso profilo: un assessore, un geometra".
Il patto con le imprese viene da sè, racconta l'autore. Con mafiosi che diventano estorsori, imprenditori e usurai. A Gela, però, le cose stanno cambiando; a dimostrazione che l'impegno e la trasparenza pagano.
Dopo la guerra di mafia dei primi anni Novanta, culminata con l'omicidio del commerciante Gaetano Giordano che si ribellava al pizzo, la città ha cominciato a respirare.
Rosario Crocetta, sindaco nel mirino delle cosche fin dal suo insediamento – racconta a Martorana cosa significa far vincere la legalità nelle pratiche amministrative del Comune, imporre regole a imprenditori talvolta vicinissimi ai mafiosi. Dalla nuova esperienza gelese è derivato un circuito virtuoso tra Comune e Stato, insieme alle associazioni, ai commercianti e al mondo dello sport. E anche con l'associazione antiracket, che finalmente ha visto la luce.
L'informazione è peraltro al centro dell'interesse dei mafiosi, attenti nella lettura dei giornali e dei nomi citati. I mafiosi – intervistati da Martorana nel carcere di Opera (Milano) – accusano i giornalisti di essere schierati con i pubblici ministeri, di rovinare reputazioni, di condannare prima dei giudici. Ed ecco la distinzione tra giornali "buoni e obiettivi" e giornali "cattivi e faziosi", che sono poi quelli che mostrano più simpatia per le forze dell'ordine.
I giornali, in particolare, preoccupano i mafiosi; chè la tv passa distrattamente.
L'autore disegna un quadro complessivo in cui fare il giornalista in terra di mafia è un rischio reale. Come per quegli otto giornalisti ammazzati solo in Sicilia, troppo piccoli in un gioco così grande, troppo soli.
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