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Iddu
La cattura di Bernardo Provenzano
di Enrico Bellavia e Silvana Mazzocchi (Baldini, Castoldi Dalai, Milano 2006)
Pubblicato il 23 marzo 2007
Volete entrare nel “gruppo duomo” della polizia di Stato e dare la caccia a Provenzano inseguendolo mentre si nasconde dietro la rete dei suoi accoliti? Volete stare ore attaccati alle cuffie ad ascoltare dialetti siciliani di tutti i paesi sperando che qualcuno faccia un passo falso e dica qualcosa di compromettente alla moglie o ai compari nel raggio della vostra microspia?…Beh non è necessario che vi arruoliate in polizia o che vi compriate un videogioco, basta un libro: IDDU, la cattura di Bernardo Provenzano di Enrico Bellavia e Silvana Mazzocchi (Baldini Castaldi Dalai 2006).
Non pensate però che si parli qui di una cronaca romanzata, il libro in questione è qualcosa di più: è il racconto di una indagine. Un’indagine di mafia che è durata anni, che ha dovuto compiere un percorso tortuoso contrassegnato da tappe per giungere al risultato previsto. Per arrivare a trovare Bernardo Provenzano, l’inafferrabile boss della mafia corleonese infatti è stato necessario ripercorrere tutto il suo mondo, gli uomini più vicini a lui, i suoi affari, la sua catena di comunicazione riavvolgendo un filo sottilissimo, sempre sul punto di spezzarsi. Il libro racconta questo percorso soffermandosi ad osservare il mondo della mafia di Provenzano dando modo al lettore di comprendere meglio le ragioni della imprendibilità del boss corleonese ma anche i meccanismi che regolavano i suoi interessi e la sua rete di relazioni e di protezione.
Dai primi anni novanta, l’epoca delle stragi, a prendere Provenzano ci provano un po’ tutti: Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia di Stato. Le indagini si accavallano, le informazioni si incrociano, ma questo non è un male secondo gli uomini della Polizia di Stato che dalla fine degli anni novanta cominciano il percorso che li porterà a catturare Provenzano. Renato Cortese, il dirigente di Polizia che guiderà questo percorso infatti afferma che le indagini precedenti sono delle miniere di indizi che interpretati nuovamente alla luce di informazioni più recenti offrono spunti investigativi talvolta decisivi.
L’indagine di Cortese e dei suoi si svolge sostanzialmente in due fasi: la prima, che dura sostanzialmente dal 1997/1998, anche se dal 2003 c’è un’accellerazione, al 2004, che lavora sull’insieme degli affari e delle relazioni di provenzano che ne consentono insieme la latitanza e il ruolo di massimo dirigente degli affari di Cosa nostra. E’ l’”acqua” dove nuota il boss di Corleone. Questa fase si conclude con l’operazione Grande Mandamento dove questo mondo di coperture viene definitivamente messo alla luce e neutralizzato attraverso numerosi arresti e anche qualche “pentimento”. La fase successiva è la cattura di Provenzano, ormai ritirato nella “ridotta” di Corleone, a stretto contatto con la famiglia, costretto a fidarsi solo di un nucleo ristretto di persone.
Nel lungo percorso che porta alla cattura di provenzano si incontrano molte persone con ruoli e comportamenti diversi, persone che emergono tra le altre e persone che rimangono più sullo sfondo. Tra tutte quelle che si incontrano, hanno colpito chi scrive soprattutto in due. I due che moriranno nel corso dell’indagine: Francesco Pastoia, detto “ciccio” e Luigi Ilardo. Pastoia è un vecchio boss di Belmonte Mezzano che gli inquirenti incontrano seguendo il filo dei pizzini inviati a Provenzano. Pastoia si rivelerà determinante nelle indagine poiché era un uomo di assoluta fiducia del boss, da oltre trent’anni si curava della sua latitanza. Pastoia era un uomo anziano, accorto, rappresentava la solidità della mafia delle campagne dell’entroterra palermitano. Però commette un errore, o meglio, ha un colpo di sfortuna: si mette a parlare all’aperto sotto un albero dove gli uomini della Polizia hanno piazzato una microspia. Attraverso l’ascolto dei colloqui di Pastoia gli inquirenti vengono a conoscenza di molti degli elementi fondamentali per portare in porto l’operazione Grande Mandamento. Arrestato Pastoia viene a conoscenza della dimensione e delle modalità con cui è stato portato un colpo così forte a Cosa nostra e agli uomini di Provenzano. Non regge alla vergogna: due giorni dopo l’arresto si impicca in cella.
La storia di Luigi Ilardo è diversa. Ilardo è un confidente dei Carabinieri. Dalla prima metà degli anni novanta sarà una preziosa fonte di informazioni dall’interno dell’organizzazione per gli inquirenti e in particolare per il Colonnello Michele Riccio che ha costruito e mantiene questo contatto. Grazie a Ilardo i Carabinieri riescono a fotografare la geografia del potere di Provenzano negli anni novanta. Nel 1996 Ilardo chiede di passare formalmente a Collaboratore di Giustizia, poco dopo però viene ucciso. Evidentemente qualcosa negli apparati di sicurezza non ha funzionato, qualcuno ha fatto trapelare informazioni. Questo a testimonianza del fatto che scardinare la rete di complicità che proteggevano la latitanza di Provenzano è stato un percorso lungo e difficile.
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