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Le parole di Paolo Borsellino

L'intervento pubblico del 25 giugno 1992 tratto dal libro "L'agenda rossa di Paolo Borsellino" di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzo, Chiarelettere 2007.

Pubblicato il 19 luglio 2007

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Questa sera sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai, come in questo momento, sia necessario che io ricordi a me stesso e a voi che sono un magistrato. In questo momento, inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone - non voglio dire più di ogni altro (...) - e avendo raccolto comunque, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico delle opinioni, delle convinzioni che mi sono fatto raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me devo per prima cosa assemblarli e riferirli all'autorità giudiziaria, l'unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell'evento che ha posto fine alla vita di Giovanni, e che soprattutto nell'immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita. Quindi questa sera io devo astenermi rigidamente (...) dal riferire circostanze che molti si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate ai giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Falcone. Per prima cosa ne parlerò all'autorità giudiziaria, poi (...) in pubblico. Posso dire soltanto, per evitare che si possano, anche su questo punto, innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul "Sole 24 ore", dalla giornalista (...) Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che un giorno potessero essere avanzati dei dubbi. Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione (...) un'affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell'evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa conoscere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all'autorità giudiziaria, non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio 1988 e che questa strage del 1992 sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Caponnetto è vero, perché oggi tutti ci rendiamo conto di quale sia stata la statura di quest'uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo stato, la magistratura, che forse ha più colpe di chiunque altro, cominciò a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l'anno prima, in quella data che ora ha ricordato Leoluca Orlando: cioé quella dell'articolo di Leonardo Sciascia sul "Corriere della Sera" che bollava me come un professionista dell'antimafia, l'amico Orlando come un professionista della politica, dell'antimafia nella politica. Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, propose la sua candidatura a succedere ad Antonino Caponnetto, il Csm con motivazioni risibili, gli preferì il consigliere Antonino Meli. C'eravamo tutti resi conto che c'era questo pericolo e a lungo sperammo che Caponnetto potesse restare e passare ancora gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest'uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pur estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, che lo convincemmo, lui riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Si aprì la corsa alla successione dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Csm ci fece questo regalo: preferì Meli. Falcone, dimostrando l'altissimo senso delle istituzioni che egli aveva, e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinati, cominciò a lavorare con Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Csm, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante che io (...) mi resi subito conto che nel giro di pochi mesi Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Falcone sarebbe morto professionalmente nel silenzio, e senza che nessuno se ne accorgesse.
Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro sulla mafia ad Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo, con un intervento che venne subito commentato da Leoluca Orlando (...) dicendo che quella sera l'aria ci stava pesando addosso per quello che era stato detto. Orlando ha ricordato cosa avvenne subito dopo: per avere denunciato questa verità io rischiai conseguenze personali gravissime, ma quel che è peggio, il Csm immediatamente scoprì qual era il suo vero obbiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, Falcone poteva essere eliminato al più presto. E forse questo io l'avevo messo pure nel conto, perché ero convinto che l'avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l'opinione pubblica lo deve sapere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.
L'opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell'agosto 1988: l'opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Csm a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant'é che il 15 settembre, seppur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l'intervento nefasto della Cassazione, cominciato allora e continuato fino a ieri (perché nonostante quello che è successo in Sicilia, la corte di Cassazione insiste sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste), continuarono a far morire Falcone. E Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello stato, nonostante tutto questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla Procura della repubblica di Palermo, dove a un certo punto ritenne (...) che lì non poteva continuare a operare al meglio. Falcone è andato al Ministero di Grazia e Giustizia (e questo lo posso dire, sì, prima di essere ascoltato dai giudici) non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante, e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo che ebbi appreso dalla radio della sua nomina a Roma (...), Falcone, alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala, prese l'ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e (...) cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, a illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa. Certo, anche io talvolta ho assistito, con un certo disagio, a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell'attività di un magistrato, improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch'esse gerarchiche ma in un altro senso, previste dall'ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Falcone è andato lì solo per questo: con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di potere e volere fare per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio, anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare, specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare, in campo nazionale, e con leggi dello stato, quell'esperienza del pool antimafia che era nata artigianalmente e senza che la legge la prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggior successo, la sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la Superprocura, sulla quale anch'io ho espresso nell'immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla Superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai, neanche un istante, ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Falcone aveva lavorato, servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, per ritornare. Soprattutto per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva. Il suo intento era questo, e l'organizzazione mafiosa (...) quando ha preparato e attuato l'attentato del 23 maggio, l'ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Csm, fosse ormai a un passo (secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del palazzo) dico ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia. Ecco perché forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice che "cominciò a morire nel gennaio del 1988", aveva proprio ragione, anche con riferimento all'esito di questa lotta che egli fece soprattutto per poter continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate le critiche, se avanzate in buona fede, e se avanzate riconoscendo questo intento di Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l'indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone, in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale, lavorò soprattutto per poter al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

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