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Cose
di questo mondo
film di Michael Winterbottom
Gran Bretagna, 2002, durata 90' |
| recensione di
Enrico Natoli |
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Mentre cercavo materiale in rete
per aiutarmi a scrivere di questo film mi sono imbattuto
in una recensione (che trovate nel sito
Gli Spietati) che lo stronca senza mezzi
termini. Trama scontata, soluzioni visive scialbe,
premio conferito (un'Orso d'oro al Festival di Berlino)
solo per il presunto valore sociale dell'opera.
Insomma, se andrete a vedere con gli occhi di un
purista del grande schermo, lasciate perdere.
Se invece siete tra quelli che si innervosiscono
perché dopo due chilometri di strada della
vostra città, rinchiusi nel comodo della
vostra macchina tra un semaforo e l'altro avete
già incrociato cinque persone che vi hanno
chiesto l'elemosina infastidendovi non poco, forse
il film merita una visione. Perché racconta
quello che spesso esiste dietro a una persona con
la mano tesa verso il vostro finestrino.
La storia è inventata, ma potrebbe benissimo
essere vera. Racconta di Jamal e di Enayatullah,
due ragazzi che lasciano un campo profughi pakistano
- dove a dieci anni invece che a scuola si va in
fabbrica a fare i mattoni - per cercare di fare
il "grande salto". In un modo o nell'altro,
la vita di entrambi subirà delle modifiche
enormi.
Ai due toccherà di fare i conti con le mafie
locali e transnazionali, con le polizie, con le
difficoltà di linguaggio, con l'impotenza
di non poter trattare da pari a pari con coloro
che gestiranno la loro sorte lungo tutto l'arco
del viaggio, in un progressivo arretramento nella
scala sociale.
Il problema dei profughi di guerra, racconta il
film in apertura, è una piaga del mondo odierno.
Attenzione: non è una questione di presunti
sensi di colpa di noi occidentali grassi, ricchi
e potenzialmente felici, nei confronti del terzo
mondo povero e arretrato. C'è molto di più
in ballo. Il film racconta in modo "asettico"
quello che succede durante il viaggio, è
quasi un freddo resoconto che però aggiunge
dettagli fondamentali. Chi usa il tema dell'immigrazione
come uno dei tanti strumenti di battaglia politica
raramente affronta i temi che questo film lascia
aperti.
Così, mentre da noi in Italia un ministro
della repubblica si è affrettato a dire -
quando è iniziato l'attacco angloamericano
in Iraq - che "profughi non ne vogliamo",
questo film ci chiede di non dimenticare questo
aspetto delle guerre, che arriva fino a casa nostra
sotto forma di persone in cerca di un qualsiasi
futuro. Ci chiede di non fidarci troppo dei mass
media che accendono e spengono i riflettori sulle
zone del mondo seguendo dei canoni che raramente
rispecchiano la profondità della notizia.
Dei profughi di guerra irakeni nessuno si occuperà
più tra qualche mese, così come è
accaduto per quelli kosovari e quelli jugoslavi,
tanto per citare due esempi a noi vicini nel tempo
e nello spazio. Ci diranno, come è già
successo in questo ultimo decennio, che grazie a
noi occidentali ora queste persone vivono meglio:
ecco, questo film racconta un'altra storia.
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