Segreti di stato

film di Paolo Benvenuti
Italia, 2003, durata 86
recensione di Maria Mazzei

Segreti di Stato, segreti d'Italia, segreti negati, ma soprattutto memoria oscurata di 11 morti e 27 feriti. Il film di Paolo Benvenuti racconta la storia della strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) e il processo che ne seguì. Protagonisti della storia, banditi, mafiosi, uomini dello stato, avvocati. Sullo sfondo, la Sicilia del dopo guerra, caratterizzata da un inedito quanto compatto movimento di contadini che occupano le terre incolte demaniali rivendicandone l’uso e la proprietà. Nel ’47 il movimento festeggiava a Portella non solo la festa dei lavoratori ma la vittoria del fronte delle sinistre, che sosteneva i contadini nella loro fame di terre e giustizia (quelle terre erano per legge demaniali dal 1812 ma furono occupate abusivamente dai latifondisti, spalleggiati dal nascente potere mafioso).

Ufficialmente i responsabili della strage furono Salvatore Giuliano e i suoi sodali, la banda di criminali che aveva messo sotto scacco per anni il neonato stato italiano.
Di tutt’altro orientamento la versione del regista (e dello storico Giuseppe Casarrubea, cui si ispira). Portella, nella ricostruzione di Benvenuti, non fu solo un atto criminale del bandito Giuliano ma piuttosto un atto eversivo, la “prima volta” dello Stato italiano nel noto esercizio di quella strategia della tensione che caratterizzerà la nostra storia per i decenni a seguire. Protagonisti di questa strategia, i governi democristiani, in collaborazione con i servizi americani e il Vaticano, con l’obiettivo di indebolire il movimento comunista in Italia. Accusa pesante, anche a distanza di decenni, su cui il regista si interroga.

Perché infatti il bandito Giuliano, eroe popolare anche tra i contadini di Portella, avrebbe dovuto uccidere chi lo amava, difendeva, nascondeva, rifocillava? Il protagonista del film, l’avvocato Crisafulli (Antonio Catania, nel film) cerca di ricostruire l’evento della strage attraverso testimonianze e perizie balistiche, racconti dei banditi e sopralluoghi. La verità che ne emerge è triste, brutta come un segreto inconfessabile, nega i presupposti su cui si fonda la neonata Repubblica italiana: non c'è solo l'anticomunismo di Giuliano, non ci sono solo gli interessi dei latifondisti protetti dai mafiosi dietro la strage. C'è anche lo Stato - democratico - che fa le sue prime prove di depistaggio, di collusione, di trattativa con i poteri forti, violenti e antidemocratici. E allora sfilano i nomi di capitani e generali dei carabinieri, questori e commissari di polizia che incontrano il bandito e il suo braccio destro Gaspare Pisciotta (David Coco, nel film) per trattare la resa, per concordare strategie, coprire, depistare, uccidere.

Il film di Benvenuti – seppur troppo didascalico, talvolta pedante - è principalmente un tributo alle vittime, una delle quali ha partecipato alla presentazione del film alla Mostra di Venezia: vittime e familiari che per quella strage non hanno ricevuto alcun risarcimento. L’operazione di Benvenuti è anche il tentativo di ripensare alla nostra storia recente, come ad un passato troppo presto dimenticato per non “infangare” i padri, figli e nipoti della nostra Repubblica ma carico di verità ancora da rivelare, di conti ancora da fare.

E non stupisce – ma indigna – il coro di sdegno dei quei nipoti che contestano al regista una ricostruzione che non rispetta la deontologia della ricerca storica, che esigono l’esibizione di prove, che rivendicano per i padri un’aurea di intoccabilità, non fosse per tutti gli anni che ormai sono passati. E invece di impegnarsi ed offrire nuovi materiali documentali ancora secretati per ragioni di stato, pretendono l’innocenza davanti alla storia.

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