|
Segreti di Stato, segreti d'Italia,
segreti negati, ma soprattutto memoria oscurata
di 11 morti e 27 feriti. Il film di Paolo Benvenuti
racconta la storia della strage di Portella della
Ginestra (1° maggio 1947) e il processo che
ne seguì. Protagonisti della storia, banditi,
mafiosi, uomini dello stato, avvocati. Sullo sfondo,
la Sicilia del dopo guerra, caratterizzata da
un inedito quanto compatto movimento di contadini
che occupano le terre incolte demaniali rivendicandone
l’uso e la proprietà. Nel ’47
il movimento festeggiava a Portella non solo la
festa dei lavoratori ma la vittoria del fronte
delle sinistre, che sosteneva i contadini nella
loro fame di terre e giustizia (quelle terre erano
per legge demaniali dal 1812 ma furono occupate
abusivamente dai latifondisti, spalleggiati dal
nascente potere mafioso).
Ufficialmente i responsabili della strage furono
Salvatore Giuliano e i suoi sodali, la banda di
criminali che aveva messo sotto scacco per anni
il neonato stato italiano.
Di tutt’altro orientamento la versione del
regista (e dello storico Giuseppe Casarrubea,
cui si ispira). Portella, nella ricostruzione
di Benvenuti, non fu solo un atto criminale del
bandito Giuliano ma piuttosto un atto eversivo,
la “prima volta” dello Stato italiano
nel noto esercizio di quella strategia della tensione
che caratterizzerà la nostra storia per
i decenni a seguire. Protagonisti di questa strategia,
i governi democristiani, in collaborazione con
i servizi americani e il Vaticano, con l’obiettivo
di indebolire il movimento comunista in Italia.
Accusa pesante, anche a distanza di decenni, su
cui il regista si interroga.
Perché infatti il bandito Giuliano, eroe
popolare anche tra i contadini di Portella, avrebbe
dovuto uccidere chi lo amava, difendeva, nascondeva,
rifocillava? Il protagonista del film, l’avvocato
Crisafulli (Antonio Catania, nel film) cerca di
ricostruire l’evento della strage attraverso
testimonianze e perizie balistiche, racconti dei
banditi e sopralluoghi. La verità che ne
emerge è triste, brutta come un segreto
inconfessabile, nega i presupposti su cui si fonda
la neonata Repubblica italiana: non c'è
solo l'anticomunismo di Giuliano, non ci sono
solo gli interessi dei latifondisti protetti dai
mafiosi dietro la strage. C'è anche lo
Stato - democratico - che fa le sue prime prove
di depistaggio, di collusione, di trattativa con
i poteri forti, violenti e antidemocratici. E
allora sfilano i nomi di capitani e generali dei
carabinieri, questori e commissari di polizia
che incontrano il bandito e il suo braccio destro
Gaspare Pisciotta (David Coco, nel film) per trattare
la resa, per concordare strategie, coprire, depistare,
uccidere.
Il film di Benvenuti – seppur troppo didascalico,
talvolta pedante - è principalmente un
tributo alle vittime, una delle quali ha partecipato
alla presentazione del film alla Mostra di Venezia:
vittime e familiari che per quella strage non
hanno ricevuto alcun risarcimento. L’operazione
di Benvenuti è anche il tentativo di ripensare
alla nostra storia recente, come ad un passato
troppo presto dimenticato per non “infangare”
i padri, figli e nipoti della nostra Repubblica
ma carico di verità ancora da rivelare,
di conti ancora da fare.
E non stupisce – ma indigna – il coro
di sdegno dei quei nipoti che contestano al regista
una ricostruzione che non rispetta la deontologia
della ricerca storica, che esigono l’esibizione
di prove, che rivendicano per i padri un’aurea
di intoccabilità, non fosse per tutti gli
anni che ormai sono passati. E invece di impegnarsi
ed offrire nuovi materiali documentali ancora
secretati per ragioni di stato, pretendono l’innocenza
davanti alla storia.
|