Lettere contro la guerra

di Tiziano Terzani


Longanesi Editore
recensione di Marco Ciriello
La barba bianca che lunga avvolge il suo viso come una nube. La sua scura faccia come la terra e i suoi due occhi che posati ai lati come sassi, indicano la strada, luccicando. Le sue parole che leggere si posano sui fogli e con altrettanta leggerezza entrano nell'animo di chi le legge. Fanno di Tiziano Terzani un personaggio che sembra uscito da un romanzo di Naipaul. I suoi pezzi valgono più delle molte troppe immagini che invadono i nostri occhi. I suoi pensieri sono preziosi come opere d'arte e mai banali. Non esagero, chi vuole parlare di giornalismo o avere a che fare con questo non può prescindere da Tiziano Terzani.

È un viaggiatore della vita, Terzani, come lo era Chatwin, e possiamo tranquillamente dire che è uno dei più grandi narra-(viaggia)-tori del nostro tempo. Da molti anni ci narra dell'Asia e delle sue diversità senza mai perdere il vizio della verità. Senza filtri e senza ideologie da difendere, a guidarlo solo la sua curiosità di viaggiatore, solo la sua voglia di "dire" ciò che accade. Ha visto molte guerre Terzani e moltissimi morti, scene da apocalisse e raccontato storie di umili immolati alle ragioni della storia. Dalla morte di Mao alla guerra in Cambogia e nel Vietnam, fino al ritorno cinese di Hong Kong (raccontati "In Asia"). Da uno straordinario viaggio fatto con mezzi di fortuna attraverso il quale ci ha raccontato incontri strani nati da una coincidenza facendoci scoprire un'altra Asia ("Un indovino mi disse").
Dalla Cina "vissuta" da "cinese" al crollo dell'impero sovietico, sempre sotto forma di viaggio. Non è stato mai fermo Terzani ed ha sempre rischiato molto pur di non tradire se stesso.

Oggi torna con un suo nuovo libro "Lettere contro la guerra" che sconquassa le certezze televisive sulla guerra in corso, rivoltando le questioni, facendoci "vedere" ciò che c'è sotto e ciò che può accadere. Terzani ne sa molto di guerre e avendole vissute scrive queste lettere all'oggi per scongiurare il domani buio che si prefigura se l'uomo continua a perseguire le balorde idee che abbiamo sentito profferire e viste mettere in pratica, durante questi mesi. Sette lunghe lettere che ci fanno riflettere sul conflitto in corso, che ci portano in giro fra le bombe americane e le convinzioni dei popoli bombardati, che ci conducono fra paesi sedi di antiche civiltà cancellate e modi di vivere "diversi" spiegandoci i numerosi debiti della nostra solo apparente civiltà superiore.

Fra uomini donne e bambini costretti al dolore, tra polvere e macerie, beffati dalla bellezza dei posti e dall'importanza strategia, del proprio paese, per traffici che la maggior parte di loro nemmeno conosce. Terzani è stato inviato di guerra e ha visto da vicino cosa vuol dire quella parola. Cosa sono le bombe e che corredo di morti si porta dietro quella parola che noi europei siamo facili a pronunciare. Dall'Afghanistan al Pakistan e l'India, ci dice cosa succede sul serio chi paga i debiti della campagna elettorale di Bush, altro che terrorismo. Ci fa sentire la voce di Strada e di Cairo due italiani per cui vale ancora la pena di dirsi connazionali, ma questo non fa odiens. Ci fa sentire la voce profonda e saggia di Gandhi che nemmeno i suoi connazionali sembrano voler ascoltare.

Ci porta in giro fra sabbie e città che erano, portici e patate a basso costo, musei che non ci sono più e pietre che fanno da testimoni alla cancellazione di una generazione che anche se sopravvive zoppicherà e avrà come stampella il dolore. Insomma la guerra fa schifo opponetevi con quanta più forza possibile, ve lo dice uno che le ha dato del Tu spesso e volentieri e no, non ce la fa più a vedervi ancora una volta scannarvi per lenzuoli di terra, petrolio, denaro o altro. Nessun motivo vale una guerra.

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Terzani mostra di conoscere la teoria della signora Barbara Ehrenreich da nessuno citata (durante questi mesi) nonostante la sua autorevolezza e lungimiranza. La guerra è, in un senso che ancora in parte ci sfugge, un modello di comportamento autoreplicante dotato di un dinamismo interno, non diversamente da tutto ciò che è vivo, tutto sta nell'innescarla. Le scienze sociali non dispongono di categorie adatte a contenere un'entità del genere, ma altri campi incominciano a proporre schemi di riferimento, uno di questi è il concetto di "meme", proposto dal biologo Richard Dawkins per descrivere l'evoluzione culturale in analogia con il gene dell'evoluzione biologica.

Il "meme" sarebbe "un'unità culturale" autoreplicante; al pari dei geni, i memi tendono a diffondere il maggior numero possibile di copie di se stessi. Un altro possibile modo di pensare la guerra come attività autoreplicante ci viene dall'informatica, quale che sia l'analogia cui ci ispiriamo, quella con il gene o quella con i programmi per computer, ciò che vogliamo capire è come possono le società umane cadere preda di entità "viventi" create inizialmente dagli uomini stessi. Questa tragica possibilità è implicitamente prefigurata, a nostro avviso, nella descrizione che Marx ci dà del capitalismo. Nel Capitale, come in quell'altro classico ottocentesco che è il Frankestein di Mary Shelley, la creatività umana pone in essere qualcosa, il mercato o il mostro, che sfugge al controllo dell'uomo.

Se guardiamo alla guerra come un prodotto dell'uomo ma che poi autonomamente si assolve dal suo controllo, solo alimentato da esso, perché poi è l'uomo stesso a divenirne strumento, allora possiamo vedere la guerra come parassita che si autoreplica, un'entità fondamentalmente estranea e supremamente indifferente al nostro destino che però lo condiziona fino a rendere l'uomo schiavo di idee aberranti, fino a portarlo all'autoestinzione, vista la tecnologia bellica e anche vista la classe dirigente di questo brutto brutto mondo.
 
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