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La barba bianca che lunga avvolge
il suo viso come una nube. La sua scura faccia come
la terra e i suoi due occhi che posati ai lati come
sassi, indicano la strada, luccicando. Le sue parole
che leggere si posano sui fogli e con altrettanta
leggerezza entrano nell'animo di chi le legge. Fanno
di Tiziano Terzani un personaggio che sembra uscito
da un romanzo di Naipaul. I suoi pezzi valgono più
delle molte troppe immagini che invadono i nostri
occhi. I suoi pensieri sono preziosi come opere
d'arte e mai banali. Non esagero, chi vuole parlare
di giornalismo o avere a che fare con questo non
può prescindere da Tiziano Terzani. È
un viaggiatore della vita, Terzani, come lo era
Chatwin, e possiamo tranquillamente dire che è
uno dei più grandi narra-(viaggia)-tori del
nostro tempo. Da molti anni ci narra dell'Asia e
delle sue diversità senza mai perdere il
vizio della verità. Senza filtri e senza
ideologie da difendere, a guidarlo solo la sua curiosità
di viaggiatore, solo la sua voglia di "dire"
ciò che accade. Ha visto molte guerre Terzani
e moltissimi morti, scene da apocalisse e raccontato
storie di umili immolati alle ragioni della storia.
Dalla morte di Mao alla guerra in Cambogia e nel
Vietnam, fino al ritorno cinese di Hong Kong (raccontati
"In Asia"). Da uno straordinario viaggio
fatto con mezzi di fortuna attraverso il quale ci
ha raccontato incontri strani nati da una coincidenza
facendoci scoprire un'altra Asia ("Un indovino
mi disse").
Dalla Cina "vissuta" da "cinese"
al crollo dell'impero sovietico, sempre sotto forma
di viaggio. Non è stato mai fermo Terzani
ed ha sempre rischiato molto pur di non tradire
se stesso.
Oggi torna con un suo nuovo libro "Lettere
contro la guerra" che sconquassa le certezze
televisive sulla guerra in corso, rivoltando le
questioni, facendoci "vedere" ciò
che c'è sotto e ciò che può
accadere. Terzani ne sa molto di guerre e avendole
vissute scrive queste lettere all'oggi per scongiurare
il domani buio che si prefigura se l'uomo continua
a perseguire le balorde idee che abbiamo sentito
profferire e viste mettere in pratica, durante questi
mesi. Sette lunghe lettere che ci fanno riflettere
sul conflitto in corso, che ci portano in giro fra
le bombe americane e le convinzioni dei popoli bombardati,
che ci conducono fra paesi sedi di antiche civiltà
cancellate e modi di vivere "diversi"
spiegandoci i numerosi debiti della nostra solo
apparente civiltà superiore.
Fra uomini donne e bambini costretti al dolore,
tra polvere e macerie, beffati dalla bellezza dei
posti e dall'importanza strategia, del proprio paese,
per traffici che la maggior parte di loro nemmeno
conosce. Terzani è stato inviato di guerra
e ha visto da vicino cosa vuol dire quella parola.
Cosa sono le bombe e che corredo di morti si porta
dietro quella parola che noi europei siamo facili
a pronunciare. Dall'Afghanistan al Pakistan e l'India,
ci dice cosa succede sul serio chi paga i debiti
della campagna elettorale di Bush, altro che terrorismo.
Ci fa sentire la voce di Strada e di Cairo due italiani
per cui vale ancora la pena di dirsi connazionali,
ma questo non fa odiens. Ci fa sentire la voce profonda
e saggia di Gandhi che nemmeno i suoi connazionali
sembrano voler ascoltare.
Ci porta in giro fra sabbie e città che erano,
portici e patate a basso costo, musei che non ci
sono più e pietre che fanno da testimoni
alla cancellazione di una generazione che anche
se sopravvive zoppicherà e avrà come
stampella il dolore. Insomma la guerra fa schifo
opponetevi con quanta più forza possibile,
ve lo dice uno che le ha dato del Tu spesso e volentieri
e no, non ce la fa più a vedervi ancora una
volta scannarvi per lenzuoli di terra, petrolio,
denaro o altro. Nessun motivo vale una guerra.
***
Terzani mostra di conoscere la teoria della signora
Barbara Ehrenreich da nessuno citata (durante questi
mesi) nonostante la sua autorevolezza e lungimiranza.
La guerra è, in un senso che ancora in parte
ci sfugge, un modello di comportamento autoreplicante
dotato di un dinamismo interno, non diversamente
da tutto ciò che è vivo, tutto sta
nell'innescarla. Le scienze sociali non dispongono
di categorie adatte a contenere un'entità
del genere, ma altri campi incominciano a proporre
schemi di riferimento, uno di questi è il
concetto di "meme", proposto dal biologo
Richard Dawkins per descrivere l'evoluzione culturale
in analogia con il gene dell'evoluzione biologica.
Il "meme" sarebbe "un'unità
culturale" autoreplicante; al pari dei geni,
i memi tendono a diffondere il maggior numero possibile
di copie di se stessi. Un altro possibile modo di
pensare la guerra come attività autoreplicante
ci viene dall'informatica, quale che sia l'analogia
cui ci ispiriamo, quella con il gene o quella con
i programmi per computer, ciò che vogliamo
capire è come possono le società umane
cadere preda di entità "viventi"
create inizialmente dagli uomini stessi. Questa
tragica possibilità è implicitamente
prefigurata, a nostro avviso, nella descrizione
che Marx ci dà del capitalismo. Nel Capitale,
come in quell'altro classico ottocentesco che è
il Frankestein di Mary Shelley, la creatività
umana pone in essere qualcosa, il mercato o il mostro,
che sfugge al controllo dell'uomo.
Se guardiamo alla guerra come un prodotto dell'uomo
ma che poi autonomamente si assolve dal suo controllo,
solo alimentato da esso, perché poi è
l'uomo stesso a divenirne strumento, allora possiamo
vedere la guerra come parassita che si autoreplica,
un'entità fondamentalmente estranea e supremamente
indifferente al nostro destino che però lo
condiziona fino a rendere l'uomo schiavo di idee
aberranti, fino a portarlo all'autoestinzione, vista
la tecnologia bellica e anche vista la classe dirigente
di questo brutto brutto mondo. |
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