dal nostro inviato Piero Mannironi
VILLAPUTZU. Il sottosegretario alla Difesa Salvatore
Cicu, l'8 febbraio scorso, non aveva lasciato
spazio ai dubbi: «Nel poligono di Perdasdefogu
non è mai stato usato munizionamento contenente
uranio impoverito». Un'affermazione netta,
decisa, che sembrava voler chiudere subito il
"caso Quirra". Poi, esattamente il 15
di questo mese, è tornato sull'argomento,
modificando però la sua posizione.
«Confermo quanto una settimana fa ho dichiarato
proprio a Perdasdefogu - ha detto infatti Cicu
-. E cioè che nei poligoni sardi, esaminati
tutti i documenti degli ultimi 10 anni, non si
è rilevato l'utilizzo di munizionamento
all'uranio impoverito in alcuna attività
addestrativa e sperimentale». Dalla negazione
assoluta sull'uso di materiale radioattivo, si
è passati quindi a restringere il problema
agli ultimi dieci anni. Come se non bastasse,
poi, proprio tre giorni fa, il sottosegretario
alla Difesa è tornato sull'argomento, rilasciando
una dichiarazione di fuoco a un quotidiano sardo:
«Voglio la verità sui morti di Quirra».
E, quasi a confermare la sua determinazione, Cicu
ha annunciato che il ministero della Difesa aprirà
un'inchiesta, per far luce sul caso.
Le certezze iniziali del governo sembrano quindi
essersi progressivamente indebolite. Anche il
sottosegretario alla Difesa, evidentemente, sente
ora l'esigenza di fare chiarezza su cosa è
accaduto in quel poligono. E non solo negli ultimi
anni.
Sembra quasi ci si sia dimenticati che, in quel
pezzo di Sardegna off-limits, per anni abbiano
circolato segretamente strani personaggi. Alcuni
perfino inquietanti.
Tutti, a Muravera e a Villaputzu, ricordano infatti
quel gruppo di libici, che diedero anche qualche
problema di ordine pubblico. Il loro "capo"
si dice fosse addirittura un parente stretto del
colonnello Muhammar Gheddafi. «Quando entravano
in un ristorante - ricorda qualcuno a Muravera
- erano guai: il locale doveva essere infatti
tutto per loro».
Già, i libici. Falco Accame, ex presidente
della Commissione Difesa della Camera, fa riemergere
fatti che sembrano essere stati cancellati dalla
memoria collettiva: «Prima del giugno 1995,
quando i magistrati Priore e Mastelloni si recarono
insieme in Sardegna, pochi sapevano che i libici
operavano nel poligono del Salto di Quirra. Stando
nel poligono, i libici potevano venire a sapere
ciò che accadeva là dentro. E, dopo
di loro, la stessa cosa si verificò per
gli iracheni».
«Dunque - continua Accame - personale di
due Stati che oggi gli Stati Uniti chiamano "stati
canaglia", avevano libero accesso a informazioni
alle quali non avevano accesso gli italiani. Comprese
le autorità locali della Sardegna. Ora
ci troviamo, forse, nelle condizioni paradossali
che, se vogliamo avere informazioni sull'uso di
uranio impoverito nel poligono, dovremmo chiederle
ai libici e agli iracheni. E certamente questi
paesi erano interessati alle armi all'uranio impoverito,
visto che tali armi erano, e sono, in possesso
degli Usa e di Israele».
«Uno dei problemi che si pongono oggi -
conclude Accame - è questo: chi aveva concesso
a libici e iracheni il nuallosta di sicurezza?
Nullaosta che, occorre ricordare, viene negato
anche a moltissimi iltaliani. C'è da chiedersi
anche se libici e iracheni abbiano sperimentato
armi all'uranio, magari senza informare della
loro natura le nostre autorità. O se, comunque,
abbiano potuto avere conoscenza delle sperimentazioni
eseguite da altri paesi nel poligono».
Ma nel 1995 Priore e Mastelloni ripercorsero una
strada che aveva cercato inutilmente di battere
il giudice istruttore di Trento, Carlo Palermo.
Anche lui, infatti, indagando su un colossale
traffico internazionale di armi, arrivò
alla base di Capo San Lorenzo e alla fabbrica
Avioelettronica, che vive in stretta simbiosi
con le stellette.
E anche Palermo arrivò a scoprire quelle
strane e inquietanti presenze nell'area militare.
Libici, soprattutto.
Oggi, quindi, tutto deve essere storicizzato e
si deve certo anche capire cosa imponeva in quegli
anni la ragion di Stato. Sta di fatto che il poligono
era molto di più di un'area nella quale
venivano sperimentati missili e radiobersagli
per le nostre forze armate e per gli alleati della
Nato. C'è quindi una verità, sicuramente
scomoda, che ancora non è venuta a galla.
Una realtà che oggi non si può far
finta di ignorare. Per capire cosa sta accadendo,
ed è accaduto, a Quirra e a Escalaplano,
alcuni veli devono essere sollevati.
Abbiamo il diritto di sapere se, oltre che sperimentare
strumenti di morte, si sia seminata morte. |
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