Mario Cuomo: "Guerra giusta, ma le colpe sono anche nostre"
Il documento é stato inviato da Graziella, alla quale va il nostro ringraziamento
(foto di Enrico Natoli)
 
Parla l'ex governatore dello stato di New York e punta il dito sul fallimento dell'intelligence: "Perchè la pace sia duratura occorre gestire meglio il nostro benessere e dividerlo. Non basta neutralizzare chi ci ha attaccato"

NEW YORK, 3 OTTOBRE 2001 - Controcorrente, come sempre. Come quando, nel '94, coscientemente, difendendo la sua contrarietà alla pena di morte, consegnò la poltrona di Governatore dello Stato di New York a George Pataki, dopo averla occupata per 12 lunghi anni.
Controcorrente come adesso, nel puntare il dito sul fallimento di un intelligence che non ha saputo prevedere ciò che era stato già previsto, o nel sottolineare come in questa guerra al terrore, che pure va combattuta, non si tenga nel dovuto conto un aspetto "culturale" che sarebbe l'unica via per una pace duratura.

Eccolo, Mario Cuomo, classe 1932, figlio di Andrea e Immacolata, eterno candidato a una presidenza che non è mai arrivata e che ora, sotto sotto, sogna per il figlio maggiore, Andrew, già pronto a sfidare Pataki per riportare in famiglia il governatorato di New York.

Ecco Mario Cuomo, il newyorkese: "Quell'11 settembre ho provato quello che abbiamo provato tutti, dolore, tormento, angoscia. Una tragedia come questa è una sfida per tutte le persone che cercano di essere religiose e che si chiedono perchè un Dio buono dovrebbe permettere tutto questo. Sono domande che scuotono le nostre profondità".

Ed ecco l'ex Governatore: "Mi sono sfogato la mattina dopo a Good Morning America. Ero lì nel '93 quando i terroristi attaccarono le torri la prima volta. Avevano minacciato di buttarle giù e in quei giorni si dissero le stesse cose che diciamo oggi: dobbiamo migliorare l'intelligence, conoscere i terroristi, migliorare le nostre comunicazioni. Be', oggi devo concludere che abbiamo fallito nel fare ciò che avremmo dovuto fare".

Di chi è stata la colpa?
"Di tutti noi. Siamo ancora una nazione molto giovane. Siamo cresciuti su un pezzo di terra tra i più preziosi del mondo e in soli 200 anni siamo diventati la nazione più potente nella storia del pianeta. Ma qualche volta ci comportiamo come adolescenti che mostrano i muscoli nella piazza del villaggio, e che si sentono di poter sconfiggere qualsiasi adulto. Ma restano sempre ragazzini che hanno ancora molto da imparare. Dobbiamo crescere, maturare. Ecco perchè siamo tutti responsabili per non aver saputo evitare ciò che era stato ipotizzato perfino nei libri di Tom Clancy"

E' per questa pericolosa immaturità che tanta gente nel mondo odia gli Americani?

"No questo succede per una serie di ragioni. La prima è una sorta di invidia. Invidia verso i più ricchi, o meglio i più fortunati del mondo. Vede, noi abbiamo così tanto e abbiamo pagato relativamente così poco! La sola guerra combattuta sulla nostra terra è quella che abbiamo combattuto fra noi: la Guerra Civile. Mai in questo paese abbiano dovuto fronteggiare attacchi, fino all'11 settembre 2001. Insomma un prezzo molto basso per lo straordinario benessere che abbiamo"

E la seconda ragione?

"Spesso abbiamo usato paesi e popolazioni, parliamo pure del Pakistan o dell'Afghanistan, chiedendo loro di aiutarci, e poi ce ne siamo andati lasciandoci dietro nient'altro che terre disastrate. Dovrebbero esserci grati per questo? Quando andiamo in questi paesi facciamo affari per i nostri conti in banca ma non per i loro popoli. Ecco perchè c'è tanto risentimento arabo nei nostri confronti: che naturalmente si aggiunge all'odio per essere sempre stati i più forti alleati di Israele".

Questa contro il terrorismo è una guerra difficile, ai limiti del possibile. Bush è in grado di guidarla?
"Sì, il Presidente non poteva gestire meglio questa crisi. Ha riconosciuto che in questa guerra ci sono molti aspetti e che quello militare è solo uno di essi. Sa che non si può sconfiggere il terrorismo con un singolo attacco o con una guerra combattuta esclusivamente sul piano militare. Sa che la diplomazia è essenziale e avverte in pieno la necessità di avere alleati ovunque".

Nessun errore dunque?

"Un'omissione, direi. Tutto ciò che si sta facendo va benissimo per neutralizzare chi ci ha attaccato. Ma dopo? Resteranno persone che ci odiano e vogliono distruggerci, e con noi tutto l'Occidente, forse più di prima. E a meno che non riusciamo a neutralizzare anche questo loro odio, saremo sempre vulnerabili".

Che cosa suggerirebbe al Presidente?
"Quello che consiglio a tutti noi. Di riflettere su questo: nei paesi arabi dove più forte è l'odio per gli americani, dicono che non stiamo facendo abbastanza per aiutare il terzo mondo, e molta gente - me compreso - è d'accordo su questo. E allora dobbiamo trovare il modo di dare un segnale in questo senso, di gestire meglio il nostro benessere e dividerlo con qualcun altro. Con i recenti tagli di tasse meno di 2 milioni di americani ricchi riavranno dal Governo qualcosa come 600 miliardi di dollari. Sono risorse che potrebbero essere impiegate in un altro modo, ed è solo un esempio. Dobbiamo pensarci, trovare una strada. La pace, quella vera, quella duratura, può passare soltanto da qui."