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(...) Sono stato pesantemente attaccato sul
tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere
con loro rapporti "intimistici", del
tipo "conversazione accanto al caminetto".
Si sono chiesti come avevo fatto a convincere
tanta gente a collaborare e hanno insinuato
che avevo fatto loro delle promesse mentre ne
estorcevo le confessioni.
Hanno insinuato che nascondevo "nei cassetti"
la "parte politica" delle dichiarazioni
di Buscetta. Si é giunti a insinuare
persino che collaboravo con una parte della
mafia per eliminarne un'altra.
L'apice si é toccato con le lettere del
"Corvo", in cui si sosteneva che con
l'aiuto e la complicità di de Gennaro,
del capo della Polizia e di alcuni colleghi,
avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno
affidandogli la missione di sterminare i "Corleonesi"!
Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto
nella lotta contro la mafia era perché,
secondo quelle lettere, avevo calpestato il
codice e commesso gravi delitti. Però
gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi
di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie
di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno
provato, ma invano.
La domanda da porsi dovrebbe essere un'altra:
perché questi uomini d'onore hanno mostrato
di fidarsi di me? Credo perché sanno
quale rispetto io abbia per i loro tormenti,
perché sono sicuri che non li inganno,
che non interpreto la mia parte di magistrato
in modo burocratico, e che non provo timore
reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto
perché sanno che, quando parlano con
me, hanno di fronte un interlocutore che ha
respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.(...)
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