da "Cose di Cosa Nostra", di Giovanni Falcone e Marcelle Padovani
(foto di Enrico Natoli)
 

(...) Sono stato pesantemente attaccato sul tema dei pentiti. Mi hanno accusato di avere con loro rapporti "intimistici", del tipo "conversazione accanto al caminetto". Si sono chiesti come avevo fatto a convincere tanta gente a collaborare e hanno insinuato che avevo fatto loro delle promesse mentre ne estorcevo le confessioni.

Hanno insinuato che nascondevo "nei cassetti" la "parte politica" delle dichiarazioni di Buscetta. Si é giunti a insinuare persino che collaboravo con una parte della mafia per eliminarne un'altra.
L'apice si é toccato con le lettere del "Corvo", in cui si sosteneva che con l'aiuto e la complicità di de Gennaro, del capo della Polizia e di alcuni colleghi, avevo fatto tornare in Sicilia il pentito Contorno affidandogli la missione di sterminare i "Corleonesi"!

Insomma, se qualche risultato avevo raggiunto nella lotta contro la mafia era perché, secondo quelle lettere, avevo calpestato il codice e commesso gravi delitti. Però gli atti dei miei processi sono sotto gli occhi di tutti e sfido chiunque a scovare anomalie di sorta. Centinaia di esperti avvocati ci hanno provato, ma invano.

La domanda da porsi dovrebbe essere un'altra: perché questi uomini d'onore hanno mostrato di fidarsi di me? Credo perché sanno quale rispetto io abbia per i loro tormenti, perché sono sicuri che non li inganno, che non interpreto la mia parte di magistrato in modo burocratico, e che non provo timore reverenziale nei confronti di nessuno. E soprattutto perché sanno che, quando parlano con me, hanno di fronte un interlocutore che ha respirato la stessa aria di cui loro si nutrono.(...)