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LA
LOGGIA P2
Nellanalisi della Commissione Stragi (relazione Pellegrino) |
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| (foto di Enrico Natoli) |
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Sono i concetti di doppia
appartenenza, di doppia lealtà
e di oltranzismo atlantico quelli
che vengono analizzati nella relazione Pellegrino.
Concetti ricavabili dallesame dei documenti
della P2, primo fra tutti il piano di rinascita
democratica.
AVVERTENZA: La relazione Pellegrino non va
letta come una sorta di maxi-sentenza definitiva,
ma soltanto come <<la formulazione di un
giudizio storico-politico globale>>.
Come ogni analisi storico-politico essa è,
comunque, soggetta a integrazioni e mutamenti.
I netti contorni della svolta del 1974 si possono
cogliere anche nel raffronto tra i contenuti di
ben noti documenti provenienti da Licio Gelli
e più in generale dalla Loggia massonica
P2.
Sull'analisi di tale fenomeno e sul suo intrecciarsi
con le vicende politiche, la relazione della Commissione
parlamentare d'inchiesta presieduta dall'onorevole
Anselmi ha fissato punti fermi che mantengono
ancora oggi la loro validità, avendo trovato
nel tempo addirittura ulteriori conferme.
E' pur vero che sul piano valutativo le conclusioni
cui si è giunti in sede parlamentare sembrano
aver trovato smentita in ambito giudiziario, dove
la Corte d'Assise romana ha recentemente negato
la fondatezza della accusa di cospirazione mediante
associazione, escludendo quindi che la P2 sia
stata una struttura in grado di interferire ad
un livello diverso da quello (di bassissimo profilo)
dello scambio di favori e di raccomandazioni.
E' vero peraltro, da un lato, che si tratta di
un accertamento penale ancora provvisorio, essendo
stato impugnato dalla pubblica accusa, dall'altro,
che sussistono differenze strutturali tra l'accertamento
giudiziario penale e la valutazione storico-politica,
in cui consiste il proprium di un'inchiesta parlamentare.
Infatti, mentre in sede giudiziaria assume fondamentale
importanza la verifica della riconducibilità
di ogni specifico aspetto ai comportamenti concreti
dei singoli imputati, in sede di valutazione politica
diventa centrale esclusivamente l'esame di insieme
del sistema delle connessioni.
Può dunque, ovviamente, non solo confermarsi
l'esistenza di un progetto politico modificatosi
e adattatosi nel tempo allo sviluppo degli avvenimenti,
ma anche la sua inerenza alla ragione d'essere
stessa dell'organizzazione, che esiste proprio
quale strumento di realizzazione di quel progetto.
Il fatto che, come osservato dalla Commissione
Anselmi, la logica ispiratrice della P2 fosse
quella del controllo e non quella del governo
dei processi politici attraverso un'articolazione
trasversale ai partiti e particolarmente attenta
agli apparati, crea una perversa sinergia tra
le diverse anime della P2 - quella del condizionamento
politico, quella della fratellanza massonica e
quella degli affari - che solo un'ottica miope
può tendere a schiacciare sul suo profilo
più basso. E' un giudizio che appare quindi
opportuno riconfermare nella sede parlamentare
dell'inchiesta affidata a questa Commissione,
dai cui specifici oggetti di indagine la Loggia
P2 può solo ad una prima approssimazione
ritenersi estranea una volta che - come si è
già evidenziato - affiliati alla Loggia
assumono rilievo centrale, in qualche modo collegandole,
in numerose vicende di sicura competenza della
Commissione. La P2 sta quindi all'interno del
contesto occulto che viene investigato; e la circostanza
che la maggior parte dei suoi affiliati fossero
personalità investite da responsabilità
istituzionali di elevato rilievo focalizza ancora
una volta l'attenzione sul tema della "doppia
appartenenza" o della "doppia lealtà",
canale attraverso cui il piano occulto degli eventi
reagisce su quello apparente, a volte con risultati
di vera e propria torsione.
E' un profilo che appare di indubbia rilevanza
afferendo ad uno dei temi conduttori delle inchieste,
e che non viene né smentito, né
sminuito dalla considerazione della P2 come un
luogo di "oltranzismo atlantico", come
autorevolmente suggerito dall'ex Capo dello Stato
Francesco Cossiga, perché oltranzismo
atlantico richiama appunto il tema della
"doppia lealtà" arricchito dal
vincolo di fratellanza massonico che operava come
filtro selettivo del riferimento.
Non diversamente - e sia pure per altro profilo
- le più recenti acquisizioni che incrinano
un'immagine monolitica della P2, evidenziando
le dinamiche di forte contrapposizione esistenti
al suo interno, non escludono la possibilità
di ritenere che progetti politici siano stati
nel tempo elaborati all'interno della Loggia P2,
cogliendone le differenze e quindi le linee evolutive.
In tal senso assumono rilevanza i documenti provenienti
da Gelli fra i quali il "Memorandum sulla
situazione politica del paese" ed il "Piano
di rinascita democratica" che furono rinvenuti
all'aeroporto di Fiumicino nel sottofondo malamente
camuffato di una valigia di Maria Grazia Gelli,
figlia di Licio, in arrivo da Nizza. Si tratta
di due documenti databili intorno al 1976 di diverso
contenuto, pure se complementari tra loro.
Dopo averli fatti rinvenire, Gelli ha avuto cura
di introdurre nuovi elementi di confusione precisando,
nella memoria trasmessa dall'avvocato Dean al
Presidente della Commissione Anselmi nel giugno
del 1984, che:
"il Piano di rinascita democratica non è
mai esistito, posto che ciò che fu trovato
nella borsa di mia figlia Maria Grazia non era
altro che una quantità di appunti, che
dovevano servire da scaletta per una serie di
articoli e relazioni sul tipo del mio "Piano
R", che consegnai nelle mani del Presidente
della Repubblica Giovanni Leone; non era altro
che un'esposizione sullo stato della nazione,
lecita per qualsiasi cittadino che voglia esprimere
il suo punto di vista sull'andamento generale
del paese".
Lo "schema R", verrà poi pubblicato
da Gelli nel suo libro "La verità",
mentre il Presidente Leone, che non fu ascoltato
in audizione dalla Commissione Anselmi, ma che
ebbe con l'Ufficio di Presidenza un incontro il
cui contenuto fu reso noto al plenum negò
recisamente di aver avuto qualsiasi documento
da Gelli; al contrario del presidente Cossiga
che, in sede di deposizione processuale, anche
questa resa fuori udienza, ha ricordato di aver
avuto da Gelli, in un incontro, materiale documentale
che ragionevolmente potrebbe essere quello dei
documenti programmatici, senza aver dato ad esso
soverchio rilievo.
Il contenuto di tali documenti smentisce con evidenza
l'ipotesi di un Gelli solitario elaboratore di
appunti personali su fantasiose ingegnerie costituzionali
per diletto o per la soddisfazione di qualche
accolito nostalgico e sprovveduto.
Lo stile dei documenti, pur infarciti di luoghi
comuni cari alla tradizione più gretta
e reazionaria, non è riconducibile né
allo stile stentato che Gelli dimostra possedere
negli scritti a lui sicuramente attribuibili,
né al livello assai mediocre della sua
preparazione culturale anche sul piano istituzionale.
Peraltro ciò che ora interessa è
il raffronto contenutistico tra lo "schema
R" da un lato, ed il "Memorandum"
ed il "Piano di rinascita" dall'altro.
E ciò perché nel loro collegamento
cronologico (lo "schema R" è
almeno di qualche tempo anteriore rispetto al
"Memorandum" ed al "Piano di rinascita",
i quali appaiono il frutto di una elaborazione
databile intorno al 1976) i documenti consentono
di cogliere anche all'interno della P2 il passaggio
di fase che si colloca a cavaliere della metà
del decennio. Il senso di insieme che è
dato cogliere dal raffronto del documento più
antico con i due più recenti è appunto
quello dell'evoluzione, da un'idea di colpo di
Stato per la costruzione di un assetto politico
e sociale autoritario e paternalista, ad un progetto
di conquista del controllo dello Stato con mezzi
più morbidi e secondo una visione più
moderna di un assetto sociale "ordinato",
che si connota di efficientismo, meritocrazia,
esaltazione dei valori individuali ed esasperazione
della preminenza delle esigenze economiche, ma
che conserva una sostanziale continuità
con le impostazioni autoritarie precedenti.
Lo "Schema di massima per un risanamento
generale del paese", che fu pubblicato da
Gelli, è un progetto politico di taglio
decisamente golpista.
Il documento si fonda su un'analisi politica assai
più grossolana e datata di quella relativa
al "Piano di rinascita nazionale" (ed
al "Memorandum" a questo allegato).
L'anticomunismo (inteso come contrasto all'ideologia
e insieme all'espansionismo anche militare dell'URSS)
e l'avversione alla formula politica del centro-sinistra
richiamano in parte i documenti del convegno dell'Istituto
Pollio (di circa un decennio anteriori), assumendo
un notevole rilievo sul piano storico specie con
riferimento al succedersi e all'intrecciarsi delle
istanze golpiste che vanno esaurendosi proprio
tra il 1974 ed il 1975 e al loro stretto concatenarsi
con la P2.
Dal punto di vista cronologico lo "Schema"
si direbbe immediatamente successivo alla tornata
elettorale del 1975, e precedente di qualche tempo
il "Memorandum" che contiene una lettura
assai più articolata della situazione generale.
Per queste ragioni desta qualche perplessità,
peraltro priva oggi di conseguenze sul piano pratico,
l'affermazione di Gelli secondo la quale sarebbe
stato questo e non il "Piano" il documento
sottoposto all'attenzione del Presidente della
Repubblica.
Come già accennato il pericolo di una eccessiva
ascesa del partito comunista in Italia è
il dato politico ispiratore di tutta la parte
introduttiva del documento, che paventa la possibilità
di un assorbimento dell'Italia nell'area di influenza
del mondo comunista e vede nella crisi della Democrazia
Cristiana il venir meno di un possibile baluardo
a tale ascesa.
La soluzione per una tale possibile catastrofica
degenerazione della situazione politica italiana,
che determinerebbe imprevedibili reazioni anche
in campo internazionale per la impossibilità,
da parte degli Stati Uniti, di prendere atto passivamente
di una così rilevante modifica degli equilibri
concordati dopo la fine della guerra, è
condensata in un programma di interventi affidati
all'iniziativa del Presidente della Repubblica,
il quale dovrebbe varare immediatamente tre provvedimenti
urgenti indispensabili:
-revisione della Costituzione con la trasformazione
dell'Italia in Repubblica presidenziale; - proclamazione
dello stato di "armistizio sociale"
per un periodo non inferiore a due anni;
-nomina ed insediamento di un "comitato di
coordinamento" composto da non più
di undici membri, scelti tra tecnici di provata
esperienza e capacità nelle rispettive
specializzazioni con il compito immediato e principale
di studiare e proporre eventuali riforme all'attuale
Costituzione.
In epoca immediatamente successiva si dovrebbero
concedere al Comitato di coordinamento i poteri
necessari per poter esaminare, analizzare ed eventualmente
modificare gli schemi di riforme sociali ed economiche,
nonché tutti i progetti di legge da rimettere
al Parlamento.
Inoltre il predetto Comitato dovrebbe avere pieni
poteri per poter procedere al riesame di tutta
la legislazione attualmente in vigore.
Il meccanismo di accentramento del potere, di
sospensione delle garanzie fondamentali e di creazione
di una sorta di Comitato di salute pubblica risponde
proprio ai principi elementari della manualistica
del colpo di Stato ed il resto del documento non
delude le aspettative in questa direzione. La
limitazione del diritto di sciopero, la modifica
della legge elettorale, l'aumento dei poteri delle
forze dell'ordine e l'impiego dell'esercito nelle
operazioni di ordine pubblico, la predisposizione
di un piano di richiamo in servizio dei carabinieri
ausiliari e di un piano di ripiegamento dell'arma
territoriale con "raggruppamento in centri
di raccolta opportunamente scelti in base a criteri
operativi per fronteggiare eventuali esigenze
di ordine pubblico e per evitare che le forze
restino inoperose ed inutilizzabili...",
la trasformazione dell'esercito da esercito di
leva in esercito di volontari ed una serie di
misure a favore delle forze armate e di rafforzamento
del principio di autorità al loro interno,
il ripristino della pena di morte, la riduzione
del numero dei quotidiani, i provvedimenti in
tema di "moralità pubblica",
di economia e di istruzione costituiscono infatti
lo sviluppo, che si articola in ben cinquantaquattro
punti, delle premesse poste con il preambolo e
con l'enunciazione dei provvedimenti urgenti necessari.
Di contenuto e natura diversa sono invece i documenti
sequestrati a Fiumicino e cioè il "Piano
di rinascita democratica" ed il "Memorandum",
che lo integra e lo motiva.
Il contenuto dei documenti è tale da escludere
che si sia trattato, come Gelli afferma, di una
serie di appunti elaborati in vista di successivi
interventi sulla stampa. Si tratta invece, come
già osservato, di un progetto politico
complessivo, frutto evidente di un'elaborazione
collettiva; e cioè documenti programmatici
che assumono rilievo non tanto in sé, ma
in virtù della loro esatta coincidenza
con l'accertata attività concreta della
Loggia, e con comportamenti assunti nel tempo
dai suoi affiliati.
Vuol dirsi cioè che, analizzando i comportamenti
concreti e i criteri con cui furono individuate
le persone da reclutare, si evidenzia in controluce
un piano di azione non molto dissimile da quello
rinvenuto nella valigia di Maria Grazia Gelli
e composto, come già più volte ricordato,
dal "Piano di rinascita democratica"
e dall'allegato "Memorandum".
Quest'ultimo è un documento di analisi
della situazione politica che parte dalla constatazione
della situazione di crisi della Democrazia cristiana.
La soluzione a tale problema potrebbe venire dalla
creazione di due nuovi movimenti politici, uno
social-laburista e l'altro liberal-moderato o
conservatore, in grado di catalizzare, a destra
ed a sinistra della D.C. le aree moderate che
stentatamente convivono all'interno del partito
impegnandosi in una lotta interna esiziale.
Ma poiché tale progetto appare troppo ambizioso
in termini di costo e di tempo necessari per la
realizzazione, non rimane che avviare un processo
di rifondazione della Democrazia cristiana che
passi anche attraverso il ringiovanimento dei
quadri e la sostituzione di almeno l'80% della
dirigenza del partito.
E' necessario poi che la D.C. prenda atto della
"cetimedizzazione" della società
italiana abbandonando perciò la sua anima
più radicatamente popolare che solo nella
contrapposizione all'ideologia comunista trovava
la sua giustificazione, in favore di una "morale
fondata sull'equilibrio fra diritti e doveri,
sul principio del neminem ledere", sulla
libertà di scelta economica quale presupposto
di quella politica, sul dovere di solidarietà
cristiana e umana che ha inizio nel momento fiscale.
Anche l'apparato del partito deve adattarsi con
radicali cambiamenti articolandosi in clubs territoriali
e settoriali destinati a funzionare come centri
propulsori nel campo della propagazione delle
idee mentre il ricambio ai vertici del partito
deve essere garantito dall'eliminazione di gran
parte dei vertici nazionali e periferici e la
sostituzione con nuove leve provenienti dal mondo
esterno.
Solo una struttura di questo tipo sarebbe in grado
di realizzare il programma contenuto nel "Piano
di rinascita", che costituisce una sorta
di allegato al "Memorandum", mentre
d'altro canto non avrebbe senso lo sforzo necessario
per la creazione della struttura, se non per la
realizzazione di cambiamenti prospettati nel piano.
Significativamente il documento termina con una
previsione di spesa di una decina di miliardi,
necessari per inserirsi nel sistema di tesseramento
per "acquistare il partito" mentre una
cifra altrettanto consistente appare necessaria
per provocare la scissione del sindacato, altra
condizione indispensabile per la realizzazione
del progetto.
Il "Piano di rinascita democratico"
fissa, dandosi obiettivi a breve, medio e lungo
termine, i punti necessari per il raggiungimento
dello scopo e indica gli obiettivi da tenere presenti:
i partiti, i sindacati, il Governo, la Magistratura,
il Parlamento, Partiti, stampa e sindacati possono
fin da subito essere oggetto di quella opera di
"penetrazione" da parte di persone di
fiducia che, con un costo prevedibile di trenta
o quaranta miliardi, potrebbe assicurare il controllo
degli apparati rendendoli disponibili all'operazione
di salvataggio contenuta nel piano.
Il resto del documento analizza partitamente ogni
settore, individuando gli obiettivi da raggiungere
immediatamente o in tempi più lunghi e
tale disamina è preceduta da una premessa:
"Primario obiettivo e indispensabile presupposto
dell'operazione è la costituzione di un
club (di natura rotariana per l'omogeneità
dei componenti) ove siano rappresentati, ai migliori
livelli, operatori imprenditoriali e finanziari,
esponenti delle professioni liberali, pubblici
amministratori e magistrati, nonché pochissimi
e selezionati uomini politici, che non superi
il numero di trenta o quaranta unità. Gli
uomini che ne fanno parte devono essere omogenei
per modo di sentire, disinteresse, onestà
e rigore morale, tali cioè da costituire
un vero e proprio comitato di garanti rispetto
ai politici che si assumeranno l'onere dell'attuazione
del piano e nei confronti delle forze amiche nazionali
e straniere che lo vorranno appoggiare. Importante
è stabilire un collegamento valido con
la massoneria internazionale".
In questo paragrafo è in qualche modo condensata
la filosofia essenziale del "Piano di rinascita",
che è quella di una visione fortemente
economicista della società che relega in
un angolo la politica, i cui rappresentanti hanno
necessità di una garanzia che non gli viene
dalla legittimazione ma dai rappresentanti delle
élite, attribuendogli un ruolo di strumento
di mediazione tanto ineliminabile quanto sgradito
e quindi relegato in una posizione fortemente
marginale e in buona sostanza appena tollerato
per conservare il carattere democratico del sistema.
Per quanto riguarda i procedimenti si può
brevemente dire che l'obiettivo deve essere, nei
partiti, nella stampa e nel sindacato, quello
del controllo delle persone che in ogni formazione
o in ogni giornale siano ritenute sintoniche con
gli obiettivi del "Piano" e della creazione
di strutture (formazioni politiche e giornali)
che se ne facciano strumento di realizzazione.
Per il sindacato in particolare, deve essere prioritario
l'obiettivo della scissione dell'unità
sindacale per poi consentire la riunificazione
con i sindacati autonomi di quelle componenti
confederali sensibili all'attuazione del "Piano".
Tale obiettivo è preferibile (e meno costoso
in termini economici) rispetto a quello, pur esso
positivo, del rovesciamento degli equilibri di
forze all'interno della confederazione.
Per quanto riguarda i programmi, il documento
si articola con l'illustrazione di una serie di
interventi, sul piano delle istituzioni, dell'istruzione
e dell'economia, coerenti con le premesse date
e idonee alla realizzazione del progetto sia nel
breve termine che nei tempi medi e lunghi. Il
risultato finale di tutta l'operazione avrebbe
dovuto restituire una magistratura più
controllata (con la diversa regolamentazione degli
accessi e delle carriere) e meno autonoma (con
la modifica del CSM); un pubblico ministero separato
e legato alla responsabilità politica del
Ministro di giustizia; un Governo il cui presidente
viene eletto dalla Camera, libero da condizionamenti
del Parlamento e i cui decreti non sono emendabili;
un sistema della rappresentanza congelato con
elezioni a scadenza rigida e simultanee per il
Parlamento ed i consigli regionali e comunali;
un Parlamento profondamente modificato e ridimensionato
nella composizione e nelle funzioni; una Corte
costituzionale ricondotta in argini più
ristretti attraverso il divieto delle sentenze
cosiddette additive; una amministrazione forte
nei suoi apparati da contrapporre alla fragilità
del controllo politico esercitato su di essa,
una struttura sociale più rigida e meritocratica,
una stampa più controllata, un'economia
libera da eccessivi condizionamenti.
Abbastanza agevole è quindi cogliere, così
chiarendo il senso del "passaggio di fase",
una distinzione tra il "Piano R", vero
schema di colpo di Stato, ed il programma di rinascita
che assumeva i profili dell'illiceità con
riferimento non al contenuto del Piano (a parte
l'inciso sulla possibile sua realizzazione per
decreto), quanto ai mezzi che ci si proponeva
di utilizzare (non la legittimazione del voto,
ma ad esempio le cosiddette "operazioni finanziarie"
di controllo dei meccanismi della rappresentanza).
Tuttavia, anche all'interno del "Piano"
e del "Memorandum", è possibile
ritrovare tracce testuali di una continuità
di elaborazione che collega tali documenti posteriori
allo "Schema R" e che testimonia della
non episodicità e della non individualità
delle riflessioni dell'organizzazione P2 sul tema.
Anche lo "Schema" contiene infatti riferimenti
al divieto di sentenze additive per la Corte costituzionale,
alla necessità di abolire le province e
di fissare una data comune e inderogabile per
le elezioni del Parlamento e per quelle regionali
e comunali, all'accertamento dei poteri di programmazione
attraverso la riforma del Ministero delle partecipazioni
statali (che nel "Piano" diventa Ministero
dell'economia).
Su tali basi è quindi possibile rilevare
come ben relativo fosse il carattere democratico
del "Piano di rinascita" che pure i
suoi estensori pretesero di attestare in limine,
e cioè nell'incipit della premessa:
"l'aggettivo democratico sta a significare
che sono esclusi dal presente Piano ogni movente
o intenzione anche occulta di rovesciamento del
sistema".
Ad asseverare tale dichiarazione di intenti potrebbe
valere il rilievo che gli obiettivi del "Piano"
ben potrebbero considerarsi rientranti nel programma
politico di un partito conservatore, soprattutto
oggi che almeno parte di essi sono nel dibattito
politico oggetto di una condivisione abbastanza
ampia.
Ma è l'analisi dei mezzi (e non dei fini)
ad escludere, come già ricordato, il carattere
democratico del Piano, affidato ad un'operazione
occulta degli affiliati all'interno delle istituzioni,
dei movimenti politici, del sistema dell'informazione
e dell'economia.
D'altro canto tutta la storia della P2 dimostra
un tentativo di occupazione del potere e si realizza
attraverso la distribuzione di uomini "propri"
in ogni posto di responsabilità e se questo
è nella logica storicamente consolidata
della massoneria di tutte le "fratellanze"
di qualsiasi matrice, si fonde nella P2 con lo
sforzo di realizzazione di un progetto politico
e di un assetto istituzionale che stravolge radicalmente
quello esistente impossessandosene da dentro e
violando i suoi principi fondamentali.
A riprova che il carattere democratico di un ordinamento
riposa non soltanto sul profilo statico di istituzioni
che fondano e recuperano la loro legittimazione
nel consenso popolare, ma anche (e in maniera
non meno intensa) sul profilo dinamico dei metodi,
caratterizzati da trasparenza e visibilità,
ai quali l'ordinamento stesso affida le prospettive
di una sua possibile riforma. |
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