14 aprile 2002
Riflessioni a margine delle dichiarazioni
del Procuratore di Palermo Grasso e del Presidente Antimafia
Centaro
Pochi giorni fa il Procuratore di Palermo Piero Grasso,
nel corso di un convegno a Spoleto, ha lanciato un grido
d'allarme preoccupante e circostanziato a proposito
di alcuni provvedimenti legislativi che a suo giudizio
mettono a rischio la lotta alla mafia da parte dello
stato.
Il "giusto processo", applicato alla realtà
della Sicilia e delle aree interessate da fenomeni di
tipo mafioso, sarebbe - secondo il procuratore - un
potente strumento a favore della mafia. In pratica,
chi denuncia un abuso, una rapina, un tentativo di estorsione
dovrà ripetere in Tribunale le sue accuse perché
"la prova si forma in aula": non dimenticando
che il denunciante, dopo aver vinto se stesso e le paure
per le possibili ritorsioni da parte di una criminalità
potente e capace di far rispettare la "propria"legge
al pari - se non meglio - dello stato, dovrà
vincere anche le pressioni di parenti, amici e forse
anche di mafiosi che cercheranno in tutti modi di dissuaderlo
dall'atto sì eroico e ad alto contenuto civile,
ma decisamente pernicioso e molesto.
Il "giusto processo" stabilisce una norma
di garanzia per l'imputato, il quale potrà essere
scarcerato e assolto se il denunciante non ripeterà
le accuse rese nella fase istruttoria al processo, che
magari si celebrerà a distanza di mesi - se non
di anni - dalla denuncia. Niente di più garantista,
liberale e democratico di questa norma può essere
immaginato, soprattutto da un mafioso.
In una società normale, nella quale lo stato
esercita in esclusiva il pieno controllo del territorio
e il monopolio della violenza (inteso in difesa dei
cittadini), nella quale la fiducia della collettività
nell'efficienza dello stato e nella sua opera di contrasto
alla delinquenza è indiscussa, questa legge è
senz'altro sinonimo di degnissimo garantismo. Ma essendo
la mafia, particolarmente la mafia siciliana, una struttura
concorrenziale allo stato, che esercita un controllo
sul territorio capillare ed efficace, che amministra
giustizia sanzionando chi non rispetta le sue leggi,
emettendo sentenze ed eseguendo condanne, che riscuote
tasse, che gestisce bilanci, eserciti e imprese e che
impone la sua cultura che è quella dell'omertà,
del silenzio, della sfiducia nello stato, questa stessa
legge ci appare una mera illusione di una società
e di uno stato che non esistono.
Così come sembra non esistere più la
mafia, per lo meno a giudicare dallo spazio che le notizie
di mafia trovano sui quotidiani nazionali e sui telegiornali;
per lo meno a giudicare dall'agenda politica attuale
e dai temi affrontati durante l'estenuante campagna
elettorale dello scorso anno.
Per lo meno a giudicare dalla reazione - unica voce
fino ad oggi del governo - del Presidente della Commissione
Parlamentare Antimafia, On. Roberto Centaro secondo
cui le parole del procuratore Grasso sarebbero solo
elucubrazioni. E aggiunge: "Forse, se i magistrati
tornassero ad un riserbo quasi del tutto dimenticato,
si renderebbe un servizio al cittadino."
In conclusione, Cuntrastamu è capace solamente
di annusare la pericolosità del "giusto
processo" nell'opera di contrasto alla mafia. Ma
riteniamo il dialogo in atto tra i poteri dello stato
(magistratura e politica) inadeguato e insufficiente:
ad accuse dettagliate e motivate di chi lavora in prima
linea contro la mafia vanno contrapposte ragioni politiche
valide e convincenti affinché i primi non si
trovino in trincea con la sensazione di essere stati
abbandonati e i secondi con il sospetto di avere uomini
dello stato infedeli e sleali.
Il "riserbo", cui accenna il Presidente Centaro,
non vorremmo significasse silenzio.
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