Quattordici anni e una faccia fotogenica
29 marzo 2004

Se avesse avuto quarant’anni, la giovanissima uccisa a Napoli nell’ennesimo scontro a fuoco in strada tra malavitosi, a malapena sarebbe arrivata alla pagina delle cronache nazionali.

Ma quattordici anni e una faccia simpatica e sorridente le sono state sufficienti per guadagnarsi le prime pagine. Nulla di nuovo, in realtà: il dolore dei famigliari è sempre quello, il grido che si leva dalle parole misurate e pacate del parroco del quartiere è sempre quello: “Qui non c’è lo Stato”. La piccola neovittima si guadagna le prime pagine e domani tutto sarà ancora dimenticato, ancora rimosso, cancellato.
Sì, perché c’è da risolvere la crisi delle società di calcio, c’è un nuovo fronte della contesa politica su un argomento di una gravità impressionante: più ferie o meno ferie?

Si affilano le baionette dei politici professionisti, la campagna elettorale che tra poco assorbirà tutto e tutti già fa capolino dai cartelloni stradali sei per tre: noi abbiamo già fatto tutte queste cose, gli altri non hanno fatto niente. Noi siamo affidabili, gli altri sono collusi coi terroristi. Noi siamo per la pace, gli altri no. Noi teniamo alla giustizia sociale, gli altri vogliono dividere il Paese.

Nel frattempo in Sicilia continuano a finire sotto indagine politici di destra e di sinistra, di fronte a Procure che sembrano ben poco politicizzate e molto molto orientate a fare i conti con la loro realtà quotidiana. In questo caso, di politici deputati regionali che favorivano finte associazioni culturali – gestite dalla mafia – per restituire loro i beni confiscati. E anche su questo nessuno ha qualcosa da dire, tra i commentatori abituali di qualsiasi evento che vada dalla separazione tra Tom Cruise e Penelope Cruz e l’intervento dell’Onu in Iraq.

Basta parlare di qualsiasi altra cosa. Qualsiasi altra cosa che non sia il cancro che attanaglia le vite della maggior parte di noi, che avvelena qualsiasi aspirazione a una vita migliore, che ci tiene ad essere “invisibile”. Ma che solo a fermarsi un attimo, uno solo per leggere delle cifre, fa impressione: 105 morti ammazzati in Calabria negli ultimi trenta mesi, quindici omicidi di camorra dal gennaio 2004 ad oggi a Napoli. Quella realtà che uno dei commentatori più in voga dell’ultimo decennio, che tiene banco tutte le sere all’ora di cena sugli schermi di La7, chiama criminalità ordinaria.

“Annalisa”: la chiamano per nome diverse testate giornalistiche. Con una confidenza che i gestori dell’informazione dedicano solo alle storie da prima pagina, a quelle che hanno un impatto mediatico forte per un popolo assetato di emozioni forti ma non durature, non costruttive. E da domani le stesse testate si dimenticheranno di Piero, Ciro, Valentina, che continueranno a uscire di casa e aver paura di finire con la testa aperta da una pallottola mentre vanno a scuola.

Noi questa confidenza con la quattordicenne uccisa non ci permettiamo di averla. Anzi, le facciamo le nostre scuse perché la sua vita sia finita così. Perché noi, “società civile e democratica”, permettiamo ancora che tutto questo accada.
Ci stancheremo mai di tenere la testa bassa?
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