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| Andreotti contro
Violante |
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9 novembre 2003
Assolto Andreotti in Cassazione dall’accusa di essere
stato il mandante dell’assassinio di Carmine Pecorelli,
il giornalista di OP. Anzi di più: il procuratore
generale ha espressamente sostenuto la necessità
di annullare la sentenza della Corte d’Appello di
Perugia (che aveva condannato il senatore a 24 anni di
carcere) per l’intrinseca incoerenza delle prove
d’accusa.
Benissimo: non possiamo che sentirci sollevati da questo
giudizio: sapere che un senatore della repubblica non
è stato il mandante di un omicidio ci rasserena,
ci conforta. La giustizia ha fatto il suo corso. Dieci
anni sono serviti per arrivare a questa verità
e oggi si grida allo scandalo, si manifesta totale solidarietà
al senatore per le lunghe e ingiustificate pene patite.
Ci uniamo al coro, constatando però che ben poca
solidarietà ha trovato ad esempio Felicia Bartolotta
(vedova Impastato) che ha dovuto attenderne venticinque
di anni prima di vedere condannati gli assassini del figlio
Peppino. Ma questa è un’altra storia ed attiene
ai tempi della giustizia, scanditi da lungaggini procedurali
messe a punto dal potere legislativo di cui Andreotti
è stato ed è parte.
Pochi minuti dopo il verdetto dell’Alta Corte, Andreotti
ha sentito il bisogno di togliersi “i sassolini
dalle scarpe”, accusando di complotto, di complicità
con le procure di Palermo e Perugia l’onorevole
Luciano Violante, nel ’93 (anno della doppia incriminazione
del senatore) Presidente della Commissione Parlamentare
Antimafia. Ne è seguito un dibattito parlamentare
chiesto da Violante, che alla Camera ha confutato le accuse
di Andreotti; proseguito al Senato, dove il senatore ha
ribadito le sue accuse (leggi
i resoconti parlamentari).
Pur senza entrare nel dettaglio del dibattito, alcune
cose vogliamo sottolinearle, attenendoci alla sostanza
degli interventi. La famosa telefonata anonima ricevuta
da Violante e girata alla Procura di Roma e poi di Palermo
(che riferiva della possibilità di recuperare dei
documenti per il processo Pecorelli) è del 5 aprile
’93, successiva cioé alle due richieste di
autorizzazione a procedere inoltrate al Senato contro
Andreotti. Ci chiediamo stupefatti quale altro comportamento
avrebbe dovuto tenere il presidente di una commissione
parlamentare, se non quello di “complottare”
con la magistratura: forse quello tenuto dal senatore
Trantino che in commissione Telekom Serbia ha usato documenti
anonimi (poi risultati costruiti ad arte) sulla base dei
quali ha accusato – guarda caso – gli avversari
politici di pesante corruzione?
E ancora: se la politica rivendica autonomia rispetto
al potere giudiziario, perché la storia non si
scrive nei tribunali, non è forse venuto il momento
che il Parlamento riveda certi comportamenti politici
(passati e presenti) sanzionandoli a dovere? Se negli
anni ’70 la politica l’avesse fatto, forse
Salvo Lima si sarebbe affrancato dai suoi grandi elettori
mafiosi, forse Palermo non avrebbe subito la più
terribile speculazione edilizia del paese, forse i clan
non avrebbero riciclato tanti soldi. Se oggi la politica
lo facesse forse Vladimiro Crisafulli (DS) o Totò
Cuffaro (UDC) entrambi accusati di concorso esterno in
associazione mafiosa, non esisterebbero.
Certi che per il momento si sia trattato solo di una svista,
attendiamo fiduciosi che il Parlamento lavi i suoi panni
sporchi. |
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