 |
 |
 |
 |
| Li chiameremo suicidi
eccellenti |
 |
3 novembre 2003
Una previsione fin troppo facile, quella dello scorso
editoriale: l’uscita di Violante che diceva sotto
questo governo la mafia dormiva sonni tranquilli è
stata semplicemente spazzata via. L’occasione per
la politica di ragionare lucidamente sui possibili legami
tra mafie e politica accantonata per l’ennesima
volta.
Fin troppo facile anche il pretesto per non ragionare
lucidamente: la rumorosa assoluzione di Andreotti nel
processo di Perugia, quello che lo vedeva mandante –
insieme a don Tano Badalamenti, anch’egli assolto
– dell’omicidio del giornalista Mino Pecorelli.
Quello che in appello lo aveva visto condannato a 24 anni
di reclusione, misteri delle vie giudiziarie che a una
tornata danno mazzate terrificanti e a quella dopo assolvono.
Trionfano i vecchi democristiani. Vedono nell’assoluzione
di Andreotti un riconoscimento – seppur tardivo
– a “milioni di democristiani” (parole
del Presidente della Camera Casini) infangati dieci anni
fa dalle inchieste di Palermo.
Trionfano i garantisti di oggi, quelli che oggi si dichiarano
scandalizzati dal fatto che si potesse anche solo ipotizzare
un processo simile contro Andreotti, mentre dieci anni
fa erano lì a chiedere l’autorizzazione a
procedere contro il senatore.
Trionfano tutti quelli che alzano le barricate ogni qualvolta
si arriva a sfiorare il nodo dei legami tra mafie e politica:
non esiste questo legame, non è mai esistito.
Trionfa il senatore a vita Andreotti che oggi si toglie
i "sassolini dalle scarpe" indicando in Luciano
Violante il "burattinaio" della trappola che
qualcuno gli tese dieci anni fa, in piena epoca di Tangentopoli,
per "spazzare via una classe politica".
Commentatori più o meno neutrali, nel frattempo,
affermano - facendo una provocazione, a detta loro - che
la mafia è economia che tira, che in un momento
di quasi recessione come questo sarebbe il caso che la
mafia prendesse in mano le redini dell'economia "legale"
per risanare i conti, visto che con quelli ci sa fare.
E andiamo avanti così, allora: con la politica
sempre più ripiegata su se stessa, incapace di
fare i conti con un passato recente costellato di "morti
eccellenti", e con una continua e incessante operazione
di rimozione collettiva e sottovalutazione del problema
mafia.
Ennesima prova di ciò sia l'affermazione (trionfalistica?
ottimistica? mah...) del Ministro degli Interni Pisanu,
che al tg1 afferma che la cattura di Provenzano è
ormai prossima e avverrà "in tempi ragionevoli".
Tempi ragionevoli!!! Sono quarant'anni che quest'uomo
è latitante, sono anni che ci raccontano che qualcuno
è a un passo dalla cattura di Provenzano, ma per
un motivo o per un altro non si è mai andati fino
in fondo; sono anni che qualcuno ci racconta che "si
stringe il cerchio attorno a Bernardo Provenzano".
E il ministro degli Interni parla ora di "tempi ragionevoli".
Dopo quarant'anni di latitanza, che vorrà dire?
Che prenderanno il boss prima che costui muoia per cause
naturali?
Andrà a finire che qualcuno un giorno ci racconterà
che tutti quelle che credevamo stragi, tutti quelli che
credevamo omicidi efferati, in realtà erano suicidi.
Suicida Mino Pecorelli, giornalista che aveva pubblicato
carte riguardanti un giro di assegni per niente limpido;
suicida Salvo Lima, referente siciliano di Andreotti;
suicidi Falcone e Borsellino, che si saranno ammazzati
per brama di notorietà; suicide le centinaia di
persone più o meno note che credevamo uccise dalla
mafia, a partire da quelle che si suicidarono in massa
a Portella della Ginestra nel 1947. Le bombe del'93? se
le saranno messe gli abitanti dei quartieri di Roma, Firenze
e Milano.
Il problema mafia e politica, per la politica "alta",
semplicemente non esiste.
E magari diventerà un reato chiedersi, se davvero
questi legami non esistono, come possa aver attecchito
così tanto la mafia nel nostro paese. Lorsignori,
intanto, hanno cose più importanti a cui pensare.
|
 |
|
 |
|
|
 |
|
|