La lotta alla mafia. A parole
19 ottobre 2003


Ha sbagliato. Non ha sbagliato. Ha detto ciò che pensano tutti. E’ un attentato alle istituzioni. E’ l’inizio di un nuovo affondo della magistratura politicizzata contro Berlusconi. E’ una manovra per contrastare la corrente avversa all’interno dei DS. Ha ricompattato una maggioranza che sembrava sull’orlo del collasso.

Luciano Violante provoca una polemica che come centinaia di altre in questi anni si apre e si chiude nello spazio di quarantotto ore.
La novità è che stavolta l’argomento sembrerebbe essere la lotta alla mafia, che per Violante può dormire sonni tranquilli da quando Berlusconi è di nuovo al potere. Uso il condizionale perché ben presto, nello svilupparsi della polemica, questo nodo è stato via via accantonato da politici, commentatori, media.

Da questo piccolo punto di vista che è questo sito, sembra un’altra – l’ennesima – occasione perduta per cercare di ragionare lucidamente sul problema delle mafie in Italia. Nello specifico, sembra che le parole di Violante un qualche fondamento razionale ce l’abbiano, pur se nella superficialità di un’intervista televisiva, l’ex presidente della Commissione Antimafia non ha approfondito il discorso, non ha prodotto una prova a supporto del ragionamento, ha rifiutato di partecipare nuovamente al programma per spiegare la sua tesi.

Il fondamento di questa tesi proviamo a intuirlo. Potrebbe risiedere nei segnali che questo governo ha mandato a partire dai primissimi giorni della sua esistenza:
- la rimozione di Tano Grasso dalla carica di Commissario Governativo per la lotta al racket e all’usura, ruolo che Grasso aveva ricoperto con capacità e perizia confermata dai dati delle crescenti denunce dei commercianti nei confronti di estorsori e taglieggiatori.
- la revoca dello status di ente formativo all’associazione Libera di Don Ciotti, che da anni si impegna in tutta Italia a diffondere – soprattutto nelle scuole, lavorando quindi con i più giovani – un messaggio di resistenza attiva alla mentalità e al potere mafioso.
- La sfortunata (ad essere indulgenti) uscita del ministro delle Infrastrutture Pietro Lunardi, che a pochi mesi dall’incarico, in una giornata di agosto, ebbe a dire che “con la mafia bisogna convivere”
- le leggi in materia di giustizia, che rendono ad esempio l’uso delle rogatorie internazionali più soggetto di prima alla lentezza della burocrazia; la modifica della legge sul falso in bilancio, che ammorbidisce la pena nei confronti di chi falsifica bilanci di società, con evidente beneficio per le mafie ormai entrate nei mercati finanziari e per la mafia imprenditrice;
- la difesa di Giulio Andreotti dopo la sua condanna a Perugia come mandante dell’omicidio Pecorelli e dopo l’assoluzione di Palermo che però dice che fino al 1980 il senatore a vita ha prodotto una “fattiva collaborazione con i boss di Cosa Nostra”, reato caduto in prescrizione per poco più di cento giorni;
- La continua campagna di accusa nei confronti della magistratura, sfociata nell’ormai famosa intervista a “The spectator”, in cui Berlusconi dice che i giudici sono antropologicamente diversi dal resto di noi, utilizzando parole (come sottolinea Violante) già usate anni addietro da Luciano Liggio, boss mafioso, davanti ai giudici.
- l’inizio di una campagna per l’abolizione del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”, il 416 bis per l’istituzione del quale Falcone si battè strenuamente.

Di contro, c’è da registrare un intervento del Ministro degli Interni Pisanu che afferma che questo governo ha arrestato più latitanti del precedente governo. C’è da registrare la conversione in legge del contestatissimo 41 bis, il cosiddetto “carcere duro” per detenuti mafiosi.
Su questo scenario si intrecciano le teorie di governo e opposizione: la lotta alla mafia è una priorità, dicono gli uni. Ve la siete scordata la mafia, dicono gli altri.

Ora, ci sono da aggiungere un paio di cose, se vogliamo fare un discorso che abbia per tema la lotta alla mafia e non lo scontro politico che utilizza qualsiasi mezzo per colpire l’avversario.

Primo: che i governi di centro sinistra non abbiano avuto, almeno negli anni dal ’95 in poi, un’attenzione molto maggiore al problema delle mafie. Per ammissione dello stesso Violante, sono state promulgate leggi “sbagliate” (o quanto meno molto migliorabili), come quella sul giusto processo, che continua a provocare un dibattito all’interno della stessa sinistra.
Nel suo ultimo libro “Il ciclo mafioso”, Violante racconta una cena con dei magistrati di Palermo, che gli esprimono tutto il rancore per essere stati abbandonati dalla politica, per stare in prima linea senza lo straccio di una tutela. Violante chiude il libro con un “mea culpa” che sembra sincero e che chiama in causa non soltanto l’attuale governo, ma tutte le forze politiche.
Secondo: sarebbe ora di spiegare ai cittadini in che modo le mafie appoggiano ora uno schieramento politico, ora un altro a seconda della convenienza del momento. L’unica voce che si è levata chiaramente in supporto di questa tesi sembra essere quella del diessino Lumia, che chiede indagini approfondite, serie e veloci dovunque la magistratura intraveda possibili legami tra mafie, istituzioni e società civile. Anche se ciò significa indagare esponenti della propria parte politica, come sta avvenendo nel caso Crisafulli in Sicilia.

Terzo, il punto più importante. la politica non è solo Berlusconi e Violante, la mafia non è solo Totò Riina sottoposto al 41 bis o Bernardo Provenzano latitante da quarant’anni. L’occasione che si è persa a mio parere è quella di non legare questa “uscita” di Violante a due episodi avvenuti contemporaneamente: la manifestazione anticamorra tenutasi a Ercolano, espressione seppur flebile di una cittadinanza che inizia a tirare su la testa (a cui ha partecipato lo stesso Violante, peccato che non ne abbia fatto menzione nell’intervista “incriminata”); la guerra di mafia che continua a insanguinare Bari e colpisce cittadini che cadono sotto i colpi della faida. E’ per loro che ha più senso probabilmente dire che questo governo non fa abbastanza in termini di lotta alla mafia.

Mentre i politici parlamentari si scannano prendendo a pretesto ogni argomento, una gran parte del nostro paese vive una realtà quotidiana fatta di minacce, di intimidazioni, di sparatorie nel centro città, di estorsioni, di silenzi, di indifferenza. Ecco, immagino che per queste persone sentire un politico dire che il governo “non fa abbastanza” sia una boccata d’aria. Meglio in ogni caso che sentir dire a un ministro che “con la mafia bisogna convivere”.

Ma è ancora poco, è ancora pochissimo. E’ solo una boccata d’aria. Da alcuni centri più esposti alle guerre tra clan e al dominio mafioso sull’economia si sente spesso invocare l’arrivo dell’esercito. Allora, queste persone sono pazze oppure ci sono situazioni talmente gravi che non potrebbero essere ignorate? Su questi temi, il governo tace: l’esercito intanto lo mandiamo in Iraq. E la mafia continua pressoché indisturbata il suo lavoro quotidiano.

In ultimo, vorremmo sapere dove sono i commentatori che dicono che la mafia è una forma di criminalità come un’altra, quelli che sono sempre pronti a difendere i diritti umani dei sottoposti al 41 bis, quelli che dicono che i magistrati congiurano contro il governo? Perché non hanno mai parole da spendere quando la mafia ammazza un ragazzo nel centro di una città del sud? Se toccasse a loro “convivere” un giorno con questa realtà?
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