 |
 |
 |
 |
| La riappropriazione
dell’illecito: dalla confisca allo sviluppo |
 |
8 ottobre 2003
La confisca dei beni si è rivelata negli ultimi
anni un formidabile strumento nella lotta alla mafia,
più efficace, concreto e distruttivo forse anche
del carcere. La confisca ha effetti nefasti per il mafioso
perché gli toglie potere e visibilità, lo
priva di mezzi di “lavoro” essenziali quali
la reputazione, lo status. Inoltre, un mafioso è
disposto ad accettare anche il carcere, come esperienza
che forma e tempra il carattere di un uomo d’onore;
ma non la confisca. La confisca è atto pubblico
e concreto.
Da sempre in cima ai pensiere di Cosa Nostra, l’abolizione
della confisca dei beni mobili e immobili è uno
dei punti all’ordine del giorno del famoso “papello”
di Totò Riina, la base di discussione per la trattativa
con lo stato. È per l’introduzione di
questa legge che Pio La Torre si impegnò all’inizio
degli anni 80 ed è per questo che il segretario
regionale dell’allora Partito Comunista fu assassinato.
Nella lotta alla mafia lo stato italiano ha saputo affinare
la legge voluta da La Torre, tanto che negli anni Novanta
si è arrivati addirittura ad affiancare alla confisca
la riconversione dell’illecito in lecito, il riutilizzo
dei beni mafiosi per fini sociali. Un bene appartenuto
ad un boss, grazie alla legge del ’96, oggi diventa
una scuola, un centro sociale, un azienda agricola o artigianale,
una caserma. Ecco che la confisca oggi è diventata
una vera e propria iattura per i mafiosi, che vedono popolarsi
di civiltà e legalità i luoghi un tempo
di loro proprietà, soggetti al loro incontrastato
dominio.
Non mancano tuttavia punti critici. I tempi medi per il
passaggio dalla confisca all’assegnazione del bene
per attività sociali si misurano in anni, circa
10. Anni che evidenziano l’inerzia, l’incapacità
strutturale del nostro sistema amministrativo di rispondere
ad esigenze sociali e di giustizia (quando non addirittura
vere e proprie collusioni, zone grigie dei cosiddetti
colletti bianchi). Anni di attesa con il fiato sospeso.
E’ evidente che in questo modo viene meno - o viene
fortemente annacquato - il potenziale di sviluppo e simbolico
di un atto come la confisca. Sono molti infatti i soggetti
istituzionali e le associazioni impegnate al recupero
di questi beni che chiedono una revisione della legge,
con l’obiettivo di sveltire le pratiche, di rivitalizzare
uno strumento tremendamente efficace e pacifico.
Purtroppo, l’attivismo parlamentare registra ben
altri orientamenti. Ci sono disegni di legge di modifica
dell’attuale impianto legislativo che vorrebbero
prevedere la possibilità per lo stato di vendere
all’asta i beni confiscati, per alleggerire il sistema
amministrativo di un compito che non è evidentemente
capace di svolgere, ma anche per far cassa. Con il rischio
- neanche troppo difficile da immaginare - che a farsi
avanti attraverso prestanomi siano gli stessi mafiosi. |
 |
|
 |
|
|
 |
|
|