Se questo non basta
11 marzo 2003

Mi chiedevo in questi giorni cos'altro debba succedere in questo paese perché la sua cittadinanza si accorga di essere in guerra da anni nel proprio territorio.
Si parla molto di guerra in questi giorni, com'è ovvio: ma di una guerra lontana, che spacca la popolazione in "a favore dell'intervento americano" e in "contrari senza se e senza ma". Non che non sia importante schierarsi e farsi un'opinione, da cittadini, su questo argomento.

Per le persone che hanno aperto questo spazio in rete, però, la guerra in questione è un'altra: più vicina, più costante, più difficile da combattere perché quotidiana. E' la guerra che la mafia ha dichiarato molto tempo fa ormai a uno Stato che non sempre l'ha combattuta.

Tra me e me pensavo che la parola "guerra" in questo caso, forse, fosse troppo forte, quasi fuori posto. La solita esagerazione, tutt'al più una provocazione.
Poi questa parola viene usata anche in televisione da un giornalista che si occupa di "misteri" Italiani, Carlo Lucarelli, che conduce la trasmissione "Blu notte". In una puntata che va in onda in tarda serata e che riassume le vicende legate alla mafia degli ultimi vent'anni. Palermo come Beirut. La Sicilia come il Far West. La mafia corleonese che "tratta" con le bombe. La mafia dal carcere che oggi lancia messaggi ai parlamentari.
Questo raccontava Lucarelli. Tutto sommato, cose già conosciute. Il fatto è che raccontarle ancora in televisione è oggi una rara eccezione: raccontarle parlando di una guerra, poi, è una sorta di miracolo in un'epoca in cui l'informazione è anestetizzata come non mai.

Poi leggo sul sito di Repubblica una notizia proveniente dalla Calabria, da Lamezia Terme: un imprenditore è stato ucciso nel suo centro commerciale, probabilmente perché si era opposto a un tentativo di estorsione.

E allora la parola guerra non mi sembra più fuori luogo, e mi chiedo davvero cos'altro debba succedere in questo paese perché i cittadini comprendano che esiste una guerra in corso. Leggere la rassegna stampa che Cuntrastamu ospita da un paio di anni e che raccoglie principalmente le cronache locali è disarmante: intimidazioni, minacce, estorsioni, controllo del territorio in vaste aree. E poi ancora le guerre tra clan mafiosi che si consumano nell'oblìo più totale. E le cifre degli Istituti statistici che affermano che senza la mafia nel sud ci sarebbe ben altro sviluppo. E gli amministratori locali che si sentono isolati, non abbastanza protetti dallo Stato.

La storia di questo imprenditore calabrese non è nuova, non sarà la prima né l'ultima. Mi pare un segno triste se di questa storia non resterà traccia, se le mafie continueranno a vessare la popolazione che cerca di vivere onestamente. E mi domando di che cosa abbiamo bisogno per capire che questa è la richiesta principale che dobbiamo rivolgere ai nostri governanti, di qualsiasi colore politico. Che ci liberino una volta per tutte da questo giogo. Se non saremo in grado di avanzare questa richiesta collettivamente, vuol dire che la mafia ce la meritiamo.

Che non sia più l'euro la priorità, come ci raccontò la sinistra al potere, che non ci sia più un governo di destra i cui interessi coincidono troppo fatalmente con quelli di poche persone a capo della coalizione.

Qui ci vuole una presa di coscienza da parte di tutti i cittadini, di destra o di sinistra che siano. Di cos'altro abbiamo bisogno? Cosa vogliamo che accada nel nostro paese perché ci rendiamo conto?

Mi rifiuto di accettare la logica per la quale un imprenditore che muore per non pagare il "pizzo" sia un morto di serie B. E mentre penso a questo, mi tornano in mente le parole amare, crude e realistiche di Falcone: "per combattere efficacemente la mafia ci vorrebbe un morto eccellente all'anno".

Che paese triste, questo, in cui con una guerra simile in corso da anni il governo decreta lo stato di crisi per le società di calcio: e giù miliardi come se piovesse.
> torna su
Editoriali del 2004
Editoriali del 2003
Editoriali del 2002
Editoriali del 2001