Lo sdegno mancante
20 gennaio 2003

Alla fine, stai a vedere che i responsabili del fatto che la mafia è forte oggi come dieci anni fa siamo in primo luogo noi cittadini.
Così pare, a giudicare dalla recente dichiarazione di Emanuele Macaluso - politico di sinistra di vecchia data - che sul Riformista di qualche giorno criticava l'"assenza di sdegno della società civile" dopo le ultime dichiarazioni del collaboratore Giuffré sui contatti tra Berlusconi, Dell'Utri e Cosa Nostra.


Difficile davvero farsi un'idea precisa - da semplici cittadini - di ciò che si muove attorno ai processi di Palermo che vedono coinvolti Andreotti da una parte e Dell'Utri dall'altra. Sono successe talmente tante cose nell'ultimo anno che davvero potrebbe accadere ancora qualsiasi cosa. L'impressione è che la posta in gioco sia altissima per molti, e che nessuno ci abbia ancora raccontato come stanno esattamente le cose.

In risposta all'onorevole Macaluso, mi viene in mente un colloquio avuto con una donna di Palermo la scorsa estate. Una semplice cittadina, per l'appunto, che raccontava con la voce rotta da una rabbia profonda... "dopo le stragi del '92 abbiamo fatto le manifestazioni, abbiamo partecipato ai lenzuoli bianchi, siamo andati scortati a scuola dopo che mio padre aveva denunciato i mafiosi che volevano il pizzo, abbiamo avuto la casa distrutta dalle bombe... abbiamo lottato e abbiamo sperato di poter cambiare qualcosa. A distanza di dieci anni, sapete cosa? Che qui è peggio di prima, la mafia è dappertutto. E noi che cosa dovremmo fare? Ci dobbiamo fare ammazzare tutti? No, basta così. Io voglio una vita normale, io voglio che mia figlia cresca tranquilla, senza occuparsi di queste cose. Ma un giorno normale nella mia vita lo posso avere?".

"Un paese normale", questo diceva di volere l'ex presidente del consiglio Massimo D'Alema, oggi ancora saldamente in auge, giacché lo vediamo duellare con Cofferati in televisione per un posto da "leader" nel futuro prossimo del suo schieramento.
"Un giorno normale", reclama con rabbia una donna di Palermo.

Ecco, mi piacerebbe assistere a un confronto tra la donna e questi due esponenti della sinistra, che una volta produceva persone come Pio La Torre e oggi produce la nuova legge sui collaboratori di giustizia che obbliga i cosidetti pentiti a "vuotare il sacco" entro 180 giorni e - fatto recente che ha provocato un piccolo terremoto interno ai DS - la legge che allarga l'indulto alla manovalanza mafiosa. Errore certo, per una sinistra che dieci anni fa aveva appoggiato e promosso interventi non solo legislativi fortemente antimafiosi (ad esempio la Relazione della commissione parlamentare antimafia che per la prima volta aveva indagato sul rapporto mafia-politica parlando di "coabitazione").

Provai a contestare, seppur educatamente, la teoria che la donna palermitana mi snocciolava davanti in una calda serata di agosto fatta di pane e panelle. Voi che vivete qui - le dicevo - non potete pensare di vivere oggi una vita "normale" (ammesso che la "normalità" sia un qualcosa a cui tendere: ma questa è un'altra storia), perché finché c'è la mafia, non ci può essere la normalità. Dovete appoggiarvi a noi che possiamo amplificare le vostre voci, ma dovete rimanere qui a lottare.
Eppure, a distanza di sei mesi, le sue parole mi tornano in mente spesso. E mi dicono che quella sera avevo torto marcio.

Perché c'è una domanda che torna sempre alla fine del ragionamento: ma chi le raccoglie poi queste voci coraggiose che si levano contro la mentalità mafiosa?
In un paese dove i ministri dicono che con la mafia bisogna convivere, in un paese dove da dieci anni - con schieramenti che più contrapposti di così non si può - magistratura e politica si accusano a vicenda di essere un potere marcio e assoggettato ad interessi e forze extracostituzionali?

Non è che si può restare sdegnati a lungo, da cittadini. Non si può vivere un'emergenza continua. Alla fine le persone si stancano, soprattutto se sono incalzate da problemi pratici e quotidiani. Soprattutto se hanno la sensazione di essere isolate quando decidono di lottare. Soprattutto se questa lotta esce dalle agende politiche dei partiti e dei governi; se rimane affare dei magistrati, accusati spesso di faziosità e di brama di notorietà .

In questo anche l'informazione ha le sue colpe. Evidenti e macroscopiche quanto difficili da risolvere attraverso un movimento di opinione. Pensavo infatti alla copertura quasi nulla che hanno le buone notizie in termini di lotta alla mafia. Pensavo al fatto che sulle terre confiscate ai boss mafiosi oggi cresce il grano che diventa pasta e viene venduto nel circuito nazionale dell'ipercoop grazie al lavoro di Libera - l'associazione di Don Ciotti - e di alcune cooperative sociali.E pensavo che - accidenti - questa dovrebbe essere una notizia da prima pagina in un paese dove vige un'informazione sana. I cittadini si riprendono - grazie all'aiuto concreto delle istituzioni - ciò che la criminalità aveva loro strappato con la forza. E invece no: se sei fortunato questa notizia la leggi da pagina 20 in poi, poco prima dello sport.

Perchè viviamo in un paese dove ti allenano ad avere paura ed abbassare la testa. C'è la mafia, e che ci vuoi fare? Non la puoi combattere, ci devi convivere.
E allora le esperienze che funzionano, pur tra mille difficoltà, quelle che raccontano che in qualche modo la mentalità mafiosa può essere combattuta, è meglio che restino ai margini dell'informazione ufficiale. Perchè la verità purtroppo ancora vigente, in questo paese, è che la mafia non si può combattere.

Certo, anche noi cittadini abbiamo responsabilità precise, finché non sarà chiaro alla maggioranza di noi che si tratta di un problema che riguarda tutti, e non soltanto alcune zone del meridione. Certo che non dovremmo mai abituarci a un boss mafioso che si alza in piedi durante un processo e legge un "proclama" in cui afferma che qualcuno che oggi siede in parlamento non ha rispettato i patti con Cosa Nostra. Dovremmo esigere delle ottime spiegazioni, noi cittadini, ai referenti politici di destra o di sinistra che siano, ogni qualvolta accadono eventi simili.

Ciò richiede la convinzione che ognuno di noi possa fare un passo, per quanto piccolo, che porti il concetto di legalità all'interno della propria vita. E' un percorso difficile e non privo di fatica, soprattutto in questa società il cui rumore di fondo sembra essere "ma chi te lo fa fare".

Alcuni ci provano, come nel già citato esempio di Libera. Chi ha voce per chiedere delle risposte, lo faccia. Di tempo per essere ancora sdegnati , nel frattempo - e ci scusino i politici -, ne rimane poco davvero.
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