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Lettera
a Borsellino |
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| (foto di Enrico Natoli) |
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19 luglio 2002
"Falcone è morto insieme alla moglie
e agli agenti della sua scorta e allora tutti
si accorgono quali dimensioni ha questa perdita,
anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato
e talora odiato hanno perso il diritto di parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere
sacrosanto di continuare questa lotta.
Per far avere un senso a questa morte di Falcone,
a questa morte di sua moglie, a questa morte degli
uomini della sua scorta; che sono morti per noi;
abbiamo un grosso debito verso di loro.
Questo debito dobbiamo pagarlo gioiosamente continuando
la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando
le leggi, anche quelle che ci impongono dei sacrifici,
rifiutando dal sistema mafioso anche quei benefici
che possiamo trarne, anche gli aiuti, le raccomandazioni,
i posti di lavoro, testimoniando i valori in cui
crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando
in pieno questa gravosa e bellissima eredità,
dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone
è vivo."
Paolo Borsellino
Caro dottor Borsellino,
le scriviamo da un paese ancora lontano dal risolvere
i problemi che sono costati la vita a lei e alla
sua scorta in un giorno di luglio di dieci anni
fa.
Nonostante siano passati dieci anni, le cronache
quotidiane sono costrette ancora a parlare del
suo lavoro, e il mondo politico non cessa di accapigliarsi
a causa sua.
Che dire di questa ormai famosa "ultima intervista"
da lei rilasciata a due giornalisti francesi,
tenuta per anni negli archivi, messa in onda dal
canale satellitare della Rai a notte fonda, soggetta
a manipolazioni secondo le persone che lei citava
nell'intervista?
Che dire di quell'alto funzionario dello Stato
che era presente a via D'Amelio pochi minuti prima
della strage, il cui nome è stato cancellato
dai verbali redatti sul posto dalle Forze dell'Ordine?
Che dire della deposizione di Gaspare Mutolo,
che la incontrò qualche giorno prima dell'attentato,
in cui lei apparve sconvolto al punto di tenere
accese due sigarette contemporaneamente, dopo
un incontro con altissimi funzionari dello Stato?
Cosa potevano mai averle detto quei due funzionari?
Che dire della sua fretta di portare a termine
il lavoro subito dopo la morte del suo collega
Giovanni Falcone? Perchè quella fretta?
Che dire della trattativa in corso tra alcuni
rappresentanti dello Stato e i capi di Cosa Nostra
mentre già era stato deciso che lei e il
dottor Falcone sareste stati uccisi?
Che dire soprattutto delle polemiche ancora attualissime
sul ruolo dei magistrati e dei giudici, che lei
conosce bene per esserne stato al centro dopo
una serie di articoli di Leonardo Sciascia pubblicati
sul Corriere della Sera, in cui lo scrittore suo
conterraneo denunciava un utilizzo dei processi
di mafia - da parte dei magistrati - a fini di
carriera?
Certo, lei potrà dire: ma tutti i miei
"avversari" o detrattori sono ancora
vivi, o al massimo son morti di morte naturale.
A me m'hanno ammazzato con un 'operazione di guerra...
hanno ammazzato dei giovani che lavoravano con
me, per me.
In effetti, forse, questo potrebbe ricordare lei,
dottor Borsellino, a questo paese spesso ingrato
e dalla memoria sciatta, che preferisce ritrarla
su un francobollo piuttosto che ricordare l'essenza
del suo messaggio e raccogliere davvero, in maniera
inequivocabile e soprattutto collettiva, l'eredità
del suo lavoro.
Che la sua memoria, dottor Borsellino, non smetta
di sollecitarci, di ricordarci, di tormentarci,
ma anche di darci il coraggio di pagare "gioiosamente"
il debito verso di lei.
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