La mafia non esiste o è internazionale?

Con la testa in Sicilia e i cuori tentacolari per il mondo. Piccola mafia cresce
giugno 2005
a cura di Ilaria La Commare e Angela Colopi
“La conoscenza crea coscienza, e la presa di coscienza fa nascere quel senso di responsabilità nella società, che è proprio di uno Stato autenticamente democratico”, puntualizza Guidotto, per poi annunciare la dimensione internazionale del fenomeno mafioso.
“La mafia trapanese è molto forte: è un punto d’incontro tra America, Paesi arabi e massoneria. Ma la mafia non è solo in Sicilia. (…) In tutta la penisola esiste il terreno fertile della mala pianta, il liquido di coltura della piovra”. Parola di un siciliano trapiantato a Nord: Enzo Guidotto, Presidente dell’Osservatorio veneto sul fenomeno mafioso e consulente della Commissione Parlamentare Antimafia. La sua analisi si è concentrata sulle sinergie tra economia e politica, dalle quali scaturisce “un potere storicamente esercitato con la violenza”. E’ significativo come proprio una banca, la Banca di credito cooperativo “Senatore Pietro Grammatico”, sia stata promotrice del convegno “Mafia, problema nazionale”. Insieme a Guidotto, il 4 giugno scorso a Trapani, si sono avvicendati nella difficile disamina dell’anatomia tentacolare, il Dott. Biagio Martorana (Presidente della Banca), Giovanni Chinnici (figlio del giudice istruttore di Palermo ucciso dalla mafia) e Pina Maisano (moglie dell’imprenditore Libero Grassi).

“Investire in legalità”: è questa la ricetta di Chinnici, che sottolinea come “questo ha un ritorno anche in termini strettamente economici”. Se è la mafia ad agire da deterrente agli investimenti in loco da parte degli imprenditori del Nord, questa diventa un vero e proprio costo di gestione. Tutto questo ha effetti macroeconomici e sociali devastanti: figlia degli investimenti mancati è infatti una disoccupazione dilagante, quantificabile in una diminuzione di posti di lavoro pari a 180.000 nel solo Sud. Il tasso di insolvenza del credito concesso dalle banche alle imprese dell’Italia insulare è dell’11,8 per cento, quasi il triplo rispetto al resto del Paese. Partendo da questo dato allarmante reso noto dal Bollettino della Banca d’Italia del dicembre 2004, Chinnici ne individua le cause: le condizioni social-istituzionali e la scarsa cultura imprenditoriale radicata a Sud. Usura, credito bancario e pizzo insieme al banco degli imputati, visto che l’usura viene anche provocata dalle banche che non concedono credito all’imprenditoria. Ma non bisogna essere riduttivi, c’è anche dell’altro, suggerisce Chinnici: sarebbe auspicabile che le banche fornissero un aiuto alle imprese nella gestione finanziaria.

“Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, dice Pina Maisano riportando lo slogan di Addiopizzo, comitato costituito con l’obiettivo di creare un “consumo critico anti-pizzo”. Il pizzo infatti non è soltanto un costo d’impresa ma, gravando sul prezzo del prodotto finale, è sostenuto dal consumatore, e qui rivela i suoi effetti sociali. Quindi una delle leve per la creazione di una nuova coscienza civile, sottotitolo del convegno, è proprio l’adesione alla “mozione sociale” promossa da Addiopizzo con lo scopo di orientare i consumatori verso le aziende che aderiscono all’iniziativa, spiega la Maisano. Denunciando una coscienza sociale risultante dalla scarsa presenza e dal grado di corruzione delle istituzioni: indissolubilmente legate alla cultura del ‘Mi manda..’ e del ‘Ma lei chi conosce?’, nonché rette anche da soggetti inquisiti. Senza che questo metta neanche in dubbio il loro essere preposti alla gestione della Cosa Pubblica, mentre la consuetudine generata dalla sovra-legge del sovra-Stato si erge a Lex. Punto, questo, che i tre relatori denunciano coralmente. Nella platea qualcuno, vittima di pruriti eccellenti, si alza e va via.

“La conoscenza crea coscienza, e la presa di coscienza fa nascere quel senso di responsabilità nella società, che è proprio di uno Stato autenticamente democratico”, puntualizza Guidotto, per poi annunciare la dimensione internazionale del fenomeno mafioso. Dimensione tri-tentacolare, alias: economia e riciclaggio, pubblici poteri e intimidazione degli “elementi di disturbo” dei primi due. La mafia accumula denaro, lo ricicla e lo investe, sintetizzava Libero Grassi, e concludeva con “strozzerà l’economia dell’intero Paese”. Visto che quei cento miliardi di euro che contabilizza ogni anno come ‘entrate di pizzo’ (escluso il fatturato delle mafie straniere), li investe nel Nord Italia quanto in mercati stranieri, spiega ancora Guidotto. Grazie al riciclaggio di soldi sporchi in denaro pulito, attraverso banche, società finanziarie e casinò, valica le frontiere e procede capillare, acquista la ragione sociale di Mano Nera in Stati Uniti e Canada, non disdegna i traffici colombiani. Passando dagli appalti e dagli undici anni d’inerzia delle stazioni appaltanti in Sicilia, presso il quale giova ancora del rapporto feudale di beneficium, attualizzato in forma di voti in cambio di favori. E che purtroppo trova anche applicazione nella Magistratura, come hanno messo in luce anche le ultime vicende di Messina, nonché nel settore della Sanità.

“Cosa Nostra è un modello operativo”, ed “era globalizzata prima ancora che la globalizzazione esistesse”, termina Guidotto, che delinea i tratti di una buona “azienda” globalizzata e transnazionale, che diversifica il suo portafoglio di attività per raggiungere frontiere di efficienza che la fanno salire al primo posto nel podio dei fatturati delle aziende italiane (prima anche di Fiat, Eni e Telecom). Un ottimo esempio di vantaggio competitivo basato sul think local, act glocal. In un settore a sorpresa.


“Il mafioso conosce bene i suoi polli”- Libero Grassi
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