Racket, e usura: diffusione, rassegnazione e scarsa fiducia nelle istituzioni

Assise delle associazioni Antiracket a Siracusa con la Commissione Antimafia.
20 luglio 2004
di Maria Mazzei
se il commerciante non “sente” che si parla di quel problema che lui deve ogni mese risolvere col mafioso, se avverte che vi è una generale e diffusa indifferenza, se sugli organi di informazione non se ne parla da anni, di cosa si convince questo commerciante? Che allora è normale pagare il pizzo, che non c’è nulla di male, che la regola è quella di convivere
Si sentono «soli» e spesso «abbandonati dallo Stato», ma preferiscono continuare a pagare in silenzio il pizzo imposto dai boss mafiosi. Non solo. Se prima le vittime designate da Cosa nostra erano i commercianti, piccoli o grandi, adesso si è estesa «la platea dei soggetti entrati nel mirino degli estortori, includendo attività un tempo immuni al fenomeno, come studi professionali o farmacie». E nello stesso tempo «si sono calmierati i prezzi». Insomma, pagano poco ma pagano tutti.

E’ questo il triste identikit delle nuove vittime del racket tracciato da Lino Busà, Presidente nazionale della Fai (la Federazione delle Associazioni antiracket e antiusura italiane), all'Assise svoltasi a Siracusa nelle scorse settimane, convocata dalla Commissione Parlamentare antimafia.
Per Roberto Centaro, presidente della Commissione «occorre fare di più e questo momento di riflessione serve proprio a rilanciare la lotta al racket». «Il problema delle mancate denunce – ha spiegato Centaro – deriva dall’incapacità di infondere coraggio o di far sentire lo Stato vicino ai commercianti, ma anche dalla circostanza che viene a volte imposto un pizzo estremamente modesto, proprio per consentire a tutti di ritenerlo un costo di impresa variamente ammortizzabile».

La convocazione dell’Assise da parte della Commissione non ha mancato di suscitare polemiche: le associazioni hanno visto in questo gesto una lesione della loro autonomia, risorsa e caratteristica principale del movimento antiracket e antiusura di fronte al mondo politico. Ma nonostante questa iniziale distanza, le parti hanno ripreso a dialogare, confrontando analisi, strumenti di contrasto e iniziative future per rilanciare la lotta al racket.

Le associazioni hanno inteso sottolineare la mancata collaborazione delle vittime con le Istituzioni: «Il dato che continua ad emergere - spiega alla platea Busà - è quello dell'interruzione del percorso di collaborazione delle vittime con le Istituzioni e del permanere di pericolosi segnali di rassegnazione». Una rassegnazione che si coniuga con la denuncia da parte della Fai della costante sottovalutazione del fenomeno e delle sue conseguenze. «Come si fa a non rendersi conto – sottolinea il Documento preparato dalla Fai per l’Assise di Siracusa - che in quarto del nostro paese per le imprese non esiste la libertà di confrontarsi sul mercato? E come non capire che ciò costituisce la principale ragione delle difficoltà del nostro Mezzogiorno? E soprattutto come non rendersi conto – aggiunge ancora il Documento – della diffusione di aree di rassegnazione, di come cresce il numero di quanti pensano che alla fine si debba convivere con la mafia? E come non capire che l’estendersi di questi atteggiamenti costituisce una minaccia alla nostra democrazia?».

Ecco la diagnosi delle associazioni: «gli imprenditori non avvertono una convincente iniziativa da parte dello Stato», perché «se il commerciante non “sente” che si parla di quel problema che lui deve ogni mese risolvere col mafioso, se avverte che vi è una generale e diffusa indifferenza, se sugli organi di informazione non se ne parla da anni, di cosa si convince questo commerciante? Che allora è normale pagare il pizzo, che non c’è nulla di male, che la regola è quella di convivere».

E il tema dell’informazione viene riproposto dalla Fai alla Commissione Antimafia, lamentando l’inspiegabile mancata campagna di informazione prevista dalla legge e non ancora messa a punto dal Commissariato per la lotta al racket e all’usura. La precedente campagna informativa – svoltasi tra il 2000 e il 2001 – ha registrato una impennata delle denunce, la crescita del numero delle istanze presentate al Commissario, la costituzione di nuove associazioni, confidi e fondazioni. «Si può sapere – chiede la Fai – se tutti, almeno a parole, dicono di essere d’accordo, dopo oltre due anni non si riesce neanche ad impostare la campagnia di informazione?».

Per la Fai «migliorare le misure di prevenzione, strappare il controllo del territorio ai sodalizi criminali sono gli obiettivi per cui deve battersi un nuovo movimento antimafia che assuma i temi dello sviluppo e dell'occupazione come assi centrali della sua azione».

Per Busà «gli imprenditori che non vogliono sottostare alle imposizioni mafiose, e che per questo pagano un costo più alto dei loro colleghi, anche dal punta di vista economico, devono essere incoraggiati con misure che devono intervenire dentro le relazioni economiche e che producano convenienze». Per questo lancia una proposta di legge, «in materia di appalti che preveda l'obbligo dell'appaltatore di denunciare ogni forma di condizionamento». In caso contrario rischierebbe la «risoluzione del contratto».

«La collaborazione delle vittime del pizzo - prosegue ancora il Presidente della Fai - non scatta anche per interessi, per connivenza e perfino per convenienza». «La collaborazione - aggiunge - non c'è anche per mancanza di fiducia e per paura e quando aumenta la paura è perche' ci si sente meno sicuri». Nella lotta al racket, secondo la Fai, «qualcosa è stato fatto, ma molto di più si potrà fare se l'estorsione non sarà considerato un reato di serie B». Per questo è «indispensabile aggredire la frontiera finanziaria della mafia».

Ampio spazio è stato dedicato anche al fenomeno dell'usura, che ha conosciuto un picco nelle denunce nel ’94 (furono 4.000) per poi invertire la tendenza dal 2001. «Nessuno va in galera e nessuno viene messo nella condizione di non nuocere». Le misure giudiziarie da adottare per gli usurai, secondo Busà sono: «Non si deve accettare il patteggiamento senza il risarcimento delle vittime e per i condannati per usura, anche in primo grado, si devono applicare le misure restrittive che valgono per i falliti, non si possono svolgere attività economiche». E un'ultima stoccata alle banche: «A loro va richiesto - spiega - un ruolo più incisivo».

 
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CONVOCATA DALLA COMMISSIONE ANTIMAFIA
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