Carnevale: "Vorrei dare lezioni private di diritto ai pm di Palermo"

Intervista di Felice Cavallaro su Il Corriere della Sera, 31 Ottobre 2002
novembre 2002
a cura di Enrico Natoli e Maria Mazzei

La verità è che in fatto di diritto questi signori magistrati palermitani della Direzione distrettuale antimafia avrebbero bisogno di un po' di lezioni private. Dal primo all'ultimo. E adesso che sono un po' più libero potrebbero venire da me a prenderle
ROMA - Sta bene dottor Carnevale?
«Io sono sempre stato bene».

Via, presidente, con il verdetto della Cassazione che cancella la condanna emessa in appello...

«No io sono stato bene dal primo giorno in cui ho saputo che un pentito inventava accuse contro di me».

E perché mai?

«Perché sapevo che erano falsità. Eppure dal luglio ’92 i pubblici ministeri di Palermo mi hanno inscritto nel registro degli indagati con nome, cognome, paternità e numero di scarpe solo nel marzo ’93. Un anno per decidere. Poi hanno indagato, non hanno trovato niente e, scadendo i termini, hanno proposto l'archiviazione ad un gip della scuola di quelli votati alla regola del "dimmi che cosa debbo scrivere che lo copio". Il 2 aprile del ’95 i pm chiedono e il 5 aprile quello archivia».

Teme che fossero d'accordo? E perché mai?

«Fatto sta che, dopo qualche tempo, hanno riaperto le indagini. Ma questo si fa quando c’è un fatto nuovo. E il fatto nuovo non c’era. Diciamo che questi pm di Palermo che tanto parlano di "memoria" s'erano dimenticati di avere fatto la stessa indagine inutile e già archiviata».

Eppure, poi il gip l'ha rinviata a giudizio e il processo s'è fatto.

«La verità è che in fatto di diritto questi signori magistrati palermitani della Direzione distrettuale antimafia avrebbero bisogno di un po' di lezioni private. Dal primo all'ultimo. E adesso che sono un po' più libero potrebbero venire da me a prenderle».

Che cosa rimprovera di più?

«La loro mancanza di "memoria", visto che a questo dicono di tenere tanto. Ricordano di avermi accusato per la scarcerazione di Michele Greco, il "papa" della mafia? La storia è quella dei boss e dei termini di carcerazione scaduti. Quando mi vidi incriminare restai di sasso. Possibile? Non c'era quel nome in un provvedimento della mia sezione. Un oggettivo falso ideologico. E loro che fecero? Sostituirono quel Greco con un altro, tale Leonardo».

La sentenza di oggi per lei è quindi la conferma di aver subito un «processo politico»?
«Io so soltanto che ero in Italia il più giovane presidente di sezione della Cassazione. A 53 anni. Il magistrato che aveva restituito alla Cassazione il ruolo di giudice di legittimità».

E quell'appellativo di «ammazzasentenze»?

«Non lo sopporto. Sul Corriere un magistrato palermitano, accusato da pentiti di aver ricevuto soldi per un processo, per difendersi, ha ricordato la sua medaglia: "Ma io ho definito Carnevale l'ammazzasentenze". Come fosse la prova a discolpa. A questo siamo arrivati».

A Palermo s'è cercato per anni di provare l'asse Andreotti-Carnevale sull'«aggiustamento» dei processi.
«Le persone che non hanno il prosciutto davanti agli occhi lo sanno che è solo un teorema infondato. Parole».

In Procura a Palermo hanno sostenuto di avere non solo le parole incrociate dei pentiti. E così hanno spiegato la sua condanna in appello.

«Lasci perdere. Ci sarebbe da ridere. Per quel processo fu formato un collegio ad hoc».

Si riferisce alla presenza di un giudice che era stato sostituto di Giancarlo Caselli alla Direzione antimafia?
«Certo avrebbe dovuto avvertire un categorico imperativo morale di astenersi, anziché passare dall'ufficio che mi aveva inquisito al collegio che doveva giudicarmi».

Pentito per le frasi contro Giovanni Falcone a lei attribuite?

«Per niente se parliamo delle frasi riferite da tal pentito Cangemi che le avrebbe sentite pronunciare ad un avvocato da lui mai incontrato, come abbiamo provato».

Pensa alla richiesta di un risarcimento?

«Non spetta a me chiederlo. Ma il danno irreparabile si è consumato. Senza la condanna d'appello sarei diventato il primo presidente della Corte di Cassazione, l'unico magistrato al vertice della magistratura».

E adesso tornerà in attività?

«A 72 anni? No, da oggi torno nell'ombra».

Da pensionato?

«Lavoro, lavoro. E non le dico come. Certo non faccio le parole incrociate, come i pm».

Felice Cavallaro

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