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''Solo e soltanto dopo la sua morte e' stato riconosciuto
a Giovanni Falcone quello che ha fatto da magistrato
in tema di contrasto e lotta alla mafia''.
A dieci anni dalla strage di Capaci in cui persero la
vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo
e gli uomini della scorta, e' stata questa una delle
dichiarazioni fatte dal procuratore aggiunto di Reggio
Calabria, Salvatore Boemi, ex responsabile della Dda
reggina.
Boemi, che ha partecipato stamani ad un incontro con
gli
studenti di Roccella sulla legalita', in memoria di
Giovanni
Falcone, al quale ha partecipato anche la sorella del
magistrato
ucciso, Maria, ha affermato che ''in vita, Falcone fu
costretto
a subire, anche dalla magistratura e dal Csm, contrasti,
provocazioni e calunnie. Proprio lui che ha creato un
metodo
rivoluzionario per aggredire la mafia. Prima di Giovanni
Falcone
- ha detto Boemi - a Palermo e in tutta la Sicilia la
mafia non
la si contrastava. Di piu' - ha precisato il magistrato
- per un
secolo la magistratura non ha saputo contrastare la
mafia. Ecco
perche' il lavoro di Falcone ha avuto e ha oggi un valore
enorme''.
Analoghe posizioni sono state espresse anche da altri
magistrati presenti all' incontro, secondo i quali la
circolare
organizzativa con la quale il Csm pose il limite di
8 anni per
la permanenza di un magistrato del pubblico ministero
nelle Dda
uccide sostanzialmente Falcone una seconda volta. E
in
particolar modo nelle procure del Sud dove non viene
assicurata
la 'memoria storica' delle grandi indagini di mafia.
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