Non ne parlano mai. Ma
quando ne parlano provocano sconquassi. Suscitano boatos.
Stabiliscono guinness delle enormità e delle
castronerie. Stiamo parlando di mafia e di lotta alla
mafia, e di governo Berlusconi alle prese con un tema
che è molto serio e molto delicato. L'ultima,
in ordine di tempo, l'ha detta il ministro Letizia Moratti:
"Sono poco chiare le finalità di Libera".
Risultato: non vuole riconoscere all'associazione fondata
da "don" Luigi Ciotti lo status di ente di formazione.
È talmente risaputo cosa sia "Libera", quante
associazioni rappresenti, quanto sia estesa la sua presenza
sul territorio nazionale, e cosa sia riuscita concretamente
a fare laddove le istituzioni spesso hanno fallito,
che ci si troverebbe persino un po' impacciati nel voler
fornire delucidazioni e cifre a un ministro dell'Istruzione.
Ma la Moratti non è sola. Ha infatti voluto accodarsi
al ministro Lunardi, quello che invitò gli italiani
a convivere con la mafia. Al ministro Scajola, che menò
fendenti (burocratici, si capisce) contro scorte e tutele
dei magistrati più in vista.
E a chi licenziò in tronco Tano Grasso dalla
direzione dell'antiracket.
Con Piero Grasso, procuratore capo a Palermo, comincio
proprio dall'esclusione di "Libera". Che ne
pensa, dottor Grasso?
"Non so se questo è il pensiero del ministro
dell' Istruzione o la risposta di un burocrate poco
informato della storia di "Libera". Resta
il fatto che escludere dalla formazione la grossa forza
dell'associazione di "don" Ciotti sarebbe
un errore gravissimo".
Perché?
"Innanzitutto perché la connotazione di
"Libera" è proprio la sua grande trasversalità.
Non stiamo parlando di un movimento riconducibile a
questa o quella parte politica. Proprio perché
la lotta alla mafia - come è universalmente riconosciuto
- dovrebbe prescindere da qualsiasi colore politico.
La trasversalità di "Libera" è
un fatto positivo in sé. E spero che proprio
questa trasversalità non sia considerata invece
un elemento negativo".
Dottor Grasso, evidentemente il governo la pensa diversamente.
"Preferisco pensare che si tratti di una mancanza
di conoscenza, sempre colmabile, piuttosto che di una
scelta politica o governativa".
Dottor Grasso, circola voce che il ministro del Welfare
abbia disdetto la convenzione con la banca dati on-line
sulle tossicodipendenze del gruppo Abele, altra associazione
che fa capo a "don" Ciotti. Le risulta?
"Nel corso dell'assemblea nazionale di "Libera"
in Campidoglio, alla quale ho partecipato, è
stato l'onorevole Luciano Violante a comunicare di essere
intervenuto presso il ministro Maroni che si sarebbe
personalmente impegnato a rivedere questa decisione".
Dottor Grasso, il governo Berlusconi si avvia a compiere
il suo primo anno di vita. Dal "convivere con la
mafia" all'assottigliamento delle scorte; dalla
rimozione di Tano Grasso alla nuova legislazione sul
falso in bilancio; dalla legislazione sul rientro dei
capitali alle rogatorie internazionali. Non vede un
impressionante filo nero?
"Le sue domande sono anche di natura politica e
a questo aspetto non intendo rispondere. Per quanto
riguarda l'aspetto tecnico, constato invece che il garantismo
deve anche tener conto della difesa della società.
Obiettivamente, le leggi alle quali lei si riferisce
hanno reso più difficile il contrasto di alcune
forme di criminalità organizzata, innanzitutto
quella economica".
Dottor Grasso, molti hanno detto e scritto che queste
leggi sono state fatte per favorire Silvio Berlusconi
e qualche suo amico. Qual è la sua opinione?
"Non ho alcun elemento a sostegno di questa tesi.
So, però, che queste leggi non ci hanno aiutato
e non ci aiutano. Non erano le leggi delle quali avevamo
bisogno. Ma il discorso viene da lontano".
Cioè?
"Non bisogna dimenticare che queste leggi di oggi
vengono al seguito di una legislazione - mi riferisco
a quella del cosiddetto "giusto processo"
- che, nella passata legislatura, vide la massima intesa
fra tutte le forze politiche".
Dottor Grasso, mi sta dicendo che anche del "giusto
processo" si sarebbe potuto fare volentieri a meno?
"Pur rimanendo un convinto garantista, non posso
non vedere che i processi alle organizzazioni mafiose
da un lato hanno subìto rallentamenti, dall'altro
si sono triplicati e quadruplicati. E impegnano tutt'ora
i magistrati in interminabili dibattimenti lasciando
ai pubblici ministeri davvero poco tempo per le indagini.
Per rispondere alla sua domanda: sì, del "giusto
processo" si poteva fare tranquillamente a meno".
Dottor Grasso, si fa un gran parlare di lotta alla
microcriminalità. Il "giusto processo",
almeno in questa direzione, ha prodotto buoni risultati?
"Tralasciamo per un momento i processi di mafia
che ormai si concludono in tempi biblici. Prendiamo
i processi per rapina. Sono quei processi che dovrebbero
contrastare la microcriminalità, considerata
oggi emergenza nazionale. Poiché ai fini probatori
- e con l'istituzione del "giusto processo"
- valgono solo le dichiarazioni rese al dibattimento,
a Palermo spesso assistiamo impotenti all' assoluzione
dei rapinatori".
Perché?
"Perché le vittime, che prima avevano indicato
l'aggressore ai poliziotti, dopo essere passati fra
ali di parenti che implorano pietà o sussurrano
velate intimidazioni, non ritrovano il coraggio di ripetere
pubblicamente le loro accuse. Il "giusto processo",
in casi del genere, finisce col richiedere l'assunzione
di responsabilità individuali degne di un popolo
di eroi".
Dottor Grasso, la questione giustizia è tornata
prepotentemente al centro dell'attenzione degli italiani.
E questa volta non sotto forma di campagne televisive
denigratorie e distorte. Da Milano a Roma, da Firenze
a Torino, folle che in piazza non si vedevano da tempo,
esprimono innanzitutto grandissima solidarietà
ai giudici impegnati nel recupero della legalità.
Non ha l'impressione che anche a Palermo, attorno ai
magistrati che si occupano di mafia, tornerà
ad esprimersi analogo entusiasmo?
"Le ripeto che anche la legalità, come la
lotta alla mafia, deve prescindere dalle ragioni della
politica. Democrazia, giustizia e verità, non
possono essere parole vuote e astratte. E meno che mai
possono essere piegate ad esigenze politiche di parte.
Se si verificano forti momenti di testimonianza a difesa
di questi valori - come quelli ai quali stiamo assistendo
in questi giorni in parecchie città italiane
- ciò significa che questi valori appaiono a
molti cittadini messi pesantemente in discussione".
Se gli italiani fossero convinti che la giustizia
funziona egregiamente, e viene lasciata libera di fare
il suo lavoro, che motivo avrebbero di riempire le piazze?
Ma le chiedevo anche di Palermo.
"Quanto a Palermo, sappiamo che la lotta alla mafia
ha sempre vissuto di alti e bassi. Ciò però
non ha mai condizionato, né in un senso né
nell'altro, il nostro impegno e il nostro lavoro. Detto
questo, anch'io avverto attorno a noi un clima di crescente
simpatia. Ma c'è una novità rispetto al
passato".
A quale novità si riferisce?
"In passato fummo accusati, anche noi magistrati
palermitani, e gli stessi Falcone e Borsellino, di protagonismo,
interferenze, indebite supplenze. Sappiamo quanto queste
accuse fossero ingiuste. Ma oggi mi chiedo: la mafia,
non è forse un fenomeno criminale con vastissime
ramificazioni sociali? E può la semplice azione
repressiva aver ragione o almeno scalfire il forte consenso
di larghi strati della popolazione attorno a Cosa Nostra?
Penso proprio di no. Assistiamo sempre di più
alla immediata sostituzione delle persone che finiscono
sotto inchiesta. Io mi occupo della repressione. Ma
è necessaria la collaborazione di tutte le istituzioni,
della politica e della società civile. Con un
obbiettivo: migliorare le condizioni di vita e innescare
una rivoluzione culturale che recuperi il valore della
legalità. Penalizzare "Libera" e "don"
Ciotti significa andare in una direzione opposta".
Dottor Grasso, Silvio Berlusconi fece una campagna
elettorale all'insegna dell'Italia della libertà
e dei valori...
"Sono sicuro che fra queste libertà e questi
valori la legalità non sfigurerebbe affatto".
Saverio Lodato
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