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cerca di legalità |
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Un articolo dell'ex procuratore capo della Procura
di Palermo
pubblicato su "L'Unità"
del 2 gennaio 2002
di Gian Carlo Caselli |
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Siamo all'anno nuovo. Si
avverte - in Italia - il forte rischio di un arretramento
sul piano della legalità. La situazione è
ancora fluida, legata com'è ad una serie di variabili
che possono influenzarne lo sviluppo e gli esiti in forme
assai diverse. Debbono tuttavia registrarsi alcuni fatti.
In questi ultimi anni sono stati scatenati, contro la
magistratura, attacchi a senso unico: sempre e soltanto
verso chi - dall'interno dello stato - cercava di garantire
la legalità anche nei confronti di imputati "eccellenti".
Attacchi e campagne impunemente ripetuti a raffica, ossessivamente
diffusi con ogni mezzo disponibile, senza risparmio di
insulti e menzogne. Inevitabili, alla fine, le ricadute
negative sull'immagine, sul prestigio, sulla credibilità
di coloro che stavano semplicemente compiendo un servizio
di interesse pubblico. Ricadute facilitate dai frequenti
silenzi di chi - invece di difendere alcuni valori fondanti
della nostra Costituzione - ha spesso preferito il compromesso
e la normalizzazione.
Il bombardamento di questi anni ha già causato
un bel po' di macerie. Si direbbe, però, che qualcuno
voglia spingersi oltre. Continuano, senza sosta, le aggressioni
violente. E la magistratura - per qualcuno - è
ancora oggi un "nemico" da abbattere. Sempre più
spesso si attivano financo esponenti del Governo, dal
Presidente del Consiglio a ministri e sottosegretari più
o meno autorevoli. Il premier, in un congresso di avvocati
svoltosi a Firenze, si è indirizzato con toni forti
non solo ai Pubblici Ministeri (da tempo avvezzi a queste
"attenzioni") ma anche ai giudici, accusandoli di condannare
spesso senza prove. Nel libro intervista del deferente
Bruno Vespa di nuovo il premier sostiene - con sovrana
noncuranza per il senso comune delle parole - che "negli
ultimi anni c'è stata in Italia una guerra civile"
utilizzando "illegittimamente la giustizia a fini di lotta
politica".
Forse per non apparire troppo provinciale, il premier
si è poi spinto - col suo pensiero - oltre i confini
nazionali, denunziando l'esistenza di una proterva lobby
giudiziaria pericolosamente attiva nell'intiera Europa
(nel momento stesso in cui il fido Lino Jannuzzi si inventava
la bufala di misteriosi incontri in un albergo di Lugano
per ordire chissà quali complotti giudiziari).
Sull'esempio del premier, ecco intervenire fior di ministri.
Così, se un magistrato, facendo il mestiere per
cui è pagato, ritiene di dovere interpretare la
legge in un certo modo, quando quest'interpretazione non
piace al governo fioccano mazzate governative del tipo
"magistrati che si ribellano alla legge", che perciò
sono "cattivi magistrati", per i quali "l'ordinamento
possiede rimedi". Il tutto - ripeto - riferito a problemi
di interpretazione, cioè all'essenza stessa di
quella funzione giudiziaria che la Costituzione democratica
tutela nel suo libero esercizio, contro ogni possibile
condizionamento, in particolare ad opera di altri poteri
dello stato. E poiché l'appetito vien mangiando,
ecco ancora il sottosegretario che prima invoca l'arresto
(sic!) dei magistrati che osano interpretare la legge
in maniera diversa dalle sue aspettative di parlamentare-difensore,
e poi si dimette: ma tirando la volata ad una mozione
del Senato (approvata a maggioranza il 5.12.2001) contro
cui 160 professori di diritto di tutte le università
italiane hanno indirizzato un appello: nel quale si parla
di "intimidazione", "giudizio di merito su provvedimenti
giurisdizionali ancora sottoposti agli ordinari mezzi
di impugnazione" e quindi di attentato "alla libertà
di valutazione dei giudici negli attuali e successivi
gradi dei processi: al punto di creare il presupposto
di un conflitto di attribuzioni fra poteri dello Stato
in ordine alle funzioni interpretative che necessariamente
ineriscono all'esercizio della giurisdizione".
Sullo sfondo - per indorare la pillola a chi non sia già
disposto ad ingoiarsele tutte - si fa volteggiare la balla
colossale della ridotta pattuglia di magistrati militanti,
una sporca dozzina di comunisti eversori che sarebbero
gli unici a creare problemi: mentre con tutti gli altri
magistrati il feeling sarebbe perfetto. Peccato che questa
favoletta per gonzi sia stata smentita dagli stessi magistrati,
attraverso le dimissioni della giunta dell'ANM che tutti,
proprio tutti li rappresenta: dimissioni che han voluto
denunziare il trasparente disegno di attaccare alcuni
magistrati per provare ad intimidirli tutti. Con l'obiettivo
ultimo di "raffreddare" la giurisdizione, spingendo la
magistratura a non infastidire più di tanto chi
ha denaro e potere. Di qui le ormai abituali zaffate di
incenso per i magistrati che assolvono gli imputati eccellenti
e le palate di fango per chi invece condanna. Cori e osanna
di lode nel primo caso e volgari insulti nel secondo.
Un bel funerale per la giustizia giusta, ma con onore
e gloria per il partito degli impuniti.
Ad arricchire il quadro, c'è il problema del conflitto
di interessi. La situazione del Presidente del Consiglio
(titolare di interessi che possono spesso obiettivamente
incrociare molte delicate scelte di governo) è
nota. E difatti lo stesso Presidente ha dichiarato più
volte di volerla risolvere. Nello stesso tempo non ci
si può non interrogare se ed in che misura rappresenti
un'anomalia il fatto che alla definizione delle linee
della politica legislativa in materia penale contribuiscano,
in decisive posizioni di grande responsabilità,
gli avvocati difensori del Capo del Governo (nel frattempo
diventati anche parlamentari), suoi difensori in vari
processi, alcuni ancora aperti. Un altro problema riguarda
il concreto funzionamento del processo penale, che a molti
sembra essere diventato (con il decisivo concorso, per
altro, delle forze politiche che ieri erano maggioranza
ed oggi sono opposizione) un percorso ad ostacoli, pieno
di regole che in realtà non sono garanzie ma insidie
formali, opponibili a piene mani da chi può permettersi
difese agguerrite e costose, mentre di fatto arretrano
le garanzie verso il basso, vale a dire effettivamente
applicate anche ai soggetti deboli.
Con la nuova legge sulle rogatorie estere questo percorso
potrebbe aver ricevuto un ulteriore impulso, con l'introduzione
della sanzione processuale della inutilizzabilità
per irregolarità meramente formali (sanzione sconosciuta
in quasi tutti i paesi europei e non solo europei, e non
prevista in nessuna convenzione internazionale). Di qui
il dubbio che possa profilarsi una riedizione di quel
doppio processo - uno per i "galantuomini" e uno per tutti
gli altri - che evidenti ragioni di equità consigliano
di evitare. Sintomi di una certa "sofferenza" possono
cogliersi anche sul versante delle regole dell'economia
e delle sue prassi. La legge che concede forti facilitazioni
a coloro che hanno illegalmente esportato capitali e intendono
ora riportarli in Italia ( considerati "colpevoli" di
peccati veniali) e la legge che ha modificato la disciplina
del falso in bilancio ( che potrebbe ridurre i vincoli
di trasparenza richiesti dall'agire societario e condannare
alla prescrizione ogni processo in materia dotato di una
minima complessità) vengono interpretate, fra i
giuristi e in larghi settori del mondo economico-finanziario,
come un possibile offuscamento di quelle regole e prassi.
Quanto al contrasto alla persistente minaccia della criminalità
mafiosa, clamorosa è stata la gaffe di un ministro
in carica che ha teorizzato la necessità di convivere
con "Cosa nostra". Mentre non è gaffe ma scelta
concreta quella di ridurre le scorte a magistrati ed esponenti
della società civile impegnati sul fronte antimafia:
un fronte che a Palermo è "territorio nemico" -
sono parole di Giovanni Falcone - "dove spesso si muore
perché si è privi di sostegno", dove "chi
rappresenta l'autorità dello Stato deve essere
invulnerabile. Almeno nei limiti della prevedibilità
e della fattibilità".
Scelta concreta è stata anche quella di licenziare
in tronco, praticamente senza giustificazioni, un vero
e proprio simbolo della lotta antimafia, Tano Grasso:
un uomo distintosi per capacità, coraggio, impegno
e risultati, che era diventato Commissario governativo
antiusura e antiracket per meriti conquistati sul campo:
avendo egli organizzato per primo la resistenza contro
le estorsioni delle cosche mafiose (il cosiddetto "pizzo"),
convincendo imprenditori e commercianti ad associarsi
apertamente fra loro - contro la mafia - per darsi così
reciproco sostegno e aiuto, e riuscendo poi a diffondere
un po' dovunque questo modello vincente.
Sono, quelli fin qui elencati, fatti sintomatici. Il conseguente
timore di una possibile revisione di delicati equilibri
istituzionali e l'ipotesi di possibili ricadute su alcuni
profili dello stato di diritto potrebbero attenuarsi se
finalmente si instaurassero - com'è possibile -
rapporti più corretti fra politica e magistratura:
nel pieno, reciproco rispetto di ruoli e competenze (a
partire dall'incontrovertibile "primato" della politica),
mettendo in campo tutte le forze che hanno come riferimento
l'interesse comune. Queste forze, che attraversano i diversi
schieramenti, sono in grado di prevalere. è confidando
in esse che si possono respingere le tentazioni al pessimismo
irredimibile. |
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