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Mi
sembra una sentenza ingiusta che rischia di diventare
oggettivamente, aldilà delle intenzioni di
chi l’ha emanata, una “condanna esemplare”
che potrebbe scoraggiare l’esercizio dei diritti
garantiti dall’articolo 21 della Costituzione |
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Sperava nell’appello. Ma i giudici gli hanno
dato torto ancora. Il docente universitario Claudio
Riolo dovrà pagare fino alla pensione per risarcire
Francesco Musotto, che lo aveva citato in giudizio per
un articolo pubblicato su Narcomafie nel ’94.
Si trattava di un commento critico alla decisione del
Presidente della Provincia di mantenere la difesa di
un suo cliente, imputato nel processo per la strage
di Capaci, mentre l’ente locale si costituiva
parte civile nello stesso processo. In difesa di Riolo,
un gruppo di intellettuali che ha fatto ripubblicare
l’articolo incriminato e si è schierato
a difesa della libertà di opinione.
Riolo la delusione è ovvia. Adesso ce l’ha
con i giudici?
«In questi anni mi sono sempre schierato, da semplice
cittadino, in difesa della funzione e dell’indipendenza
della magistratura contro le accuse strumentali di politicizzazione
che tendono a delegittimarla. Non ho cambiato idea.
Ma ciò, come ha recentemente ribadito il Consiglio
Superiore della Magistratura, non significa assumere
una posizione acritica nei confronti dei giudici e delle
loro sentenze. Non a caso le motivazioni delle sentenze
civili e penali sono pubbliche e possono essere criticate
nel merito».
Perché, dunque, critica questa sentenza?
«Francamente non mi aspettavo che i giudici della
I^ Sezione Civile della Corte di Appello confermassero
la sentenza di primo grado. Mi sembra una sentenza ingiusta
che rischia di diventare oggettivamente, aldilà
delle intenzioni di chi l’ha emanata, una “condanna
esemplare” che potrebbe scoraggiare l’esercizio
dei diritti garantiti dall’articolo 21 della Costituzione.
Non si tratta solo del diritto di cronaca ma del diritto
di critica politica e, andando oltre il caso in questione,
della possibilità stessa di analizzare e studiare
il fenomeno delle contiguità tra politica e mafia».
Secondo i giudici non c’erano solo opinioni, c’erano
opinioni e giudizi diffamatori…
«Gli atti processuali sono pubblici. Posso fornirli
a chiunque sia interessato a leggerli per farsene un’idea
propria. Sono in coscienza convinto di non aver superato
i limiti consentiti dalla giurisprudenza della Cassazione
all’esercizio del diritto di critica politica:
l’incontestabile verità dei fatti su cui
fondo una soggettiva ma legittima intepretazione critica
dei comportamenti del Musotto in occasione della costituzione
di parte civile della Provincia nel processo per la
strage di Capaci; il contenimento delle espressioni
e delle valutazioni utilizzate nell’articolo in
una forma espositiva civile; l’interesse dell’opinione
pubblica alla conoscenza e al vaglio critico dei comportamenti
di chi ricopra cariche pubbliche o ruoli rappresentativi.
Non mi sembra che i giudici riescano a dimostrare in
modo convincente il contrario».
Rimane il fatto che quelle critiche sono state
giudicate lesive della reputazione di Musotto…
«Non c’è niente di personale
o di fazioso in quelle critiche. Avrei scritto le stesse
cose nei confronti di un qualsiasi rappresentante delle
pubbliche istituzioni, non importa di quale colore politico,
che si fosse comportato in modo altrettanto discutibile
e contraddittorio.
Centoquaranta milioni, da pagare in prima persona,
in giudizio è stato citato lei e non l’editore,
è così?
«Si tratta di una sorta di condanna “a
vita”. Il pignoramento di un quinto dello stipendio
fino all’età della pensione e, successivamente,
della stessa indennità di fine rapporto fino
al raggiungimento della cifra di 140 milioni di vecchie
lire è molto pesante per chi, come me, vive esclusivamente
del proprio lavoro. Ma, aldilà del mio caso,
il tentativo di monetizzare un presunto “danno
morale” in base a dei discutibili “criteri
equitativi” può produrre effetti punitivi
molto diversi se applicati a soggetti diseguali».
Intende dire che chi ha soldi, o spalle ben
coperte, può accollarsi il rischio?
«Una condanna da 100 milioni non mette
certamente in crisi una grande casa editrice o una importante
testata giornalistica, ma può far fallire un
piccolo editore o un giornaletto di provincia».
Condanna a parte, di questo suo caso vuol farne
una campagna?
Il problema è di interesse generale. Se si può
essere condannati per i contenuti formali e sostanziali
del mio articolo vuol dire che buona parte della letteratura
storica e socio-politologica già esistente su
mafia e corruzione è potenzialmente a rischio
di condanne analoghe. E, infatti, il mio non è
un caso isolato. Oltre ai numerosi giornalisti, che
sono certamente i più esposti, basti qui ricordare
le condanne di primo grado al risarcimento danni di
studiosi come Alfredo Galasso e Umberto Santino, o il
processo in corso per diffamazione contro lo storico
Giuseppe Casarrubea».
L’esatto contrario di quanto pretendeva
Musotto per chiudere la questione, chiedeva che almeno
lei riconoscesse il torto. Non vuole proprio?
«Per la verità Musotto non ha mai cercato
alcun chiarimento. Io credo che qualsiasi esponente
politico democratico dovrebbe essere in grado di tollerare
le critiche che non gli piacciono, anche quelle più
aspre o ironiche, confrontandosi nel merito e spiegando
in modo trasparente all’opinione pubblica le ragioni
dei suoi comportamenti politici. Invece si è
chiuso nel silenzio, ha preferito evitare un processo
penale ed ha, inspiegabilmente, aspettato cinque mesi
prima di avviare il procedimento civile per chiedere
un risarcimento economico. Non mi sembra la reazione
a caldo di un uomo offeso e indignato ma, piuttosto,
una scelta fredda e meditata che risponde a delle ragioni
che mi sfuggono».
Ce l’ha con lei che l’ha offeso, che altro
dovrebbe fare?
«Che Musotto ce l’abbia con me non mi stupisce.
Ma il livore che, ad esempio, emerge da una intervista
rilasciata a Repubblica nel giugno 2001, è francamente
sproporzionato. Il mio articolo, pubblicato su un mensile
a scarsa diffusione, dopo che i suoi comportamenti erano
stati oggetto di critiche dure e pesanti sui principali
quotidiani nazionali, diventa il principale capro espiatorio
cui, addirittura, viene attribuita la responsabilità
di avere contribuito a creare il clima favorevole al
suo arresto».
È la tesi di Musotto, si creò
un clima pesante che precedette il suo arresto, è
innegabile, non è d’accordo?
«La tesi del complotto è priva di qualsiasi
fondamento. Ma vorrei ricordare che è impossibile
stabilire qualsiasi collegamento tra il mio articolo
e l’arresto di Musotto, avvenuto un anno dopo
e per ragioni legate alle note vicende di un suo stretto
familiare, condannato con sentenza definitiva per associazione
mafiosa. Francesco Musotto, invece, è stato assolto
ed è stato anche risarcito con 450 milioni dallo
Stato, con l’elezione al Parlamento europeo e
con la rielezione per ben due volte alla Presidenza
della Provincia. Che c’entra il mio articolo con
tutto questo? ».
Forse se l’articolo non fosse stato ripubblicato,
la vicenda poteva essere chiusa, non pensa?
«Non credo proprio. L’articolo è
stato ripubblicato sul quotidiano Il Manifesto e su
Narcomafie nel maggio ‘95, come risposta alla
richiesta di risarcimento nei miei confronti. E’
stata una iniziativa di solidarietà, assunta
da 28 esponenti del mondo politico e culturale, che
lo hanno sottoscritto “condividendone in pieno
i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell’esercizio
della libertà di stampa, di opinione e di critica
politica”. Non credo che un qualificato giurista
come Dogliani, o un ex magistrato come Di Lello, o dei
noti politologi come Cazzola, Mastropaolo e Morisi,
o dei politici di rilievo nazionale come Castellina,
Folena, Lumia, Manconi e Vendola sarebbero stati così
avventati da sottoscrivere un articolo pieno di “insulti,
calunnie e infamità”».
Musotto è ovviamente di opinione contraria…
«Musotto ha definito me e tutti i cofirmatari
dell’articolo come “snob elitari”
che “vomitavano odio”. Ma la cosa più
sorprendente è che il Presidente della Provincia
abbia dichiarato, sempre nella stessa intervista a Repubblica,
di aver querelato tutti. Evidentemente ricorda male.
In realtà Musotto non ha mai avviato alcun procedimento
penale o civile contro nessuno dei ventotto firmatari
né contro le due testate giornalistiche».
E adesso che farà?
«Innanzitutto sto facendo ricorso in Cassazione.
In secondo luogo stiamo valutando, nell’ambito
delle associazioni che nel 2001 hanno promosso la “campagna
per la libertà di stampa nella lotta contro la
mafia”, di rilanciarne i due obiettivi: una nuova
regolamentazione legislativa in materia di diffamazione,
che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di
cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi
procedimento penale e procedimento civile per impedirne
un uso distorto e strumentale; e la costituzione di
un fondo di solidarietà».
Un fondo di garanzia per i polemisti?
«Per la libertà di critica. Nella prima
fase della campagna abbiamo già ottenuto centinaia
di adesioni, ci siamo confrontati con alcuni deputati
della commissione parlamentare che sta elaborando la
nuova legge sulla diffamazione e abbiamo raccolto più
di quaranta milioni. Di questo fondo, su proposta delle
associazioni promotrici e su decisione del comitato
dei garanti costituito da Rita Borsellino, Luigi Ciotti
e Valentino Parlato, sto già usufruendo per affrontare
le spese del secondo grado di giudizio e del ricorso
in Cassazione. Non so come andrà a finire. Ma
un fatto è certo. Non ci faremo intimidire e
continueremo a batterci per esercitare il diritto di
manifestare liberamente il nostro pensiero con la parola,
lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
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