Quando diritto di parola equivale a diffamazione

La storia di Claudio Riolo, professore universitario condannato a risarcire per diffamazione un potente politico siciliano.
intervista di Enrico Bellavia tratta da La Repubblica,
edizione di Palermo, del 18 luglio 2003

Mi sembra una sentenza ingiusta che rischia di diventare oggettivamente, aldilà delle intenzioni di chi l’ha emanata, una “condanna esemplare” che potrebbe scoraggiare l’esercizio dei diritti garantiti dall’articolo 21 della Costituzione

Sperava nell’appello. Ma i giudici gli hanno dato torto ancora. Il docente universitario Claudio Riolo dovrà pagare fino alla pensione per risarcire Francesco Musotto, che lo aveva citato in giudizio per un articolo pubblicato su Narcomafie nel ’94.

Si trattava di un commento critico alla decisione del Presidente della Provincia di mantenere la difesa di un suo cliente, imputato nel processo per la strage di Capaci, mentre l’ente locale si costituiva parte civile nello stesso processo. In difesa di Riolo, un gruppo di intellettuali che ha fatto ripubblicare l’articolo incriminato e si è schierato a difesa della libertà di opinione.

Riolo la delusione è ovvia. Adesso ce l’ha con i giudici?

«In questi anni mi sono sempre schierato, da semplice cittadino, in difesa della funzione e dell’indipendenza della magistratura contro le accuse strumentali di politicizzazione che tendono a delegittimarla. Non ho cambiato idea. Ma ciò, come ha recentemente ribadito il Consiglio Superiore della Magistratura, non significa assumere una posizione acritica nei confronti dei giudici e delle loro sentenze. Non a caso le motivazioni delle sentenze civili e penali sono pubbliche e possono essere criticate nel merito».

Perché, dunque, critica questa sentenza?
«Francamente non mi aspettavo che i giudici della I^ Sezione Civile della Corte di Appello confermassero la sentenza di primo grado. Mi sembra una sentenza ingiusta che rischia di diventare oggettivamente, aldilà delle intenzioni di chi l’ha emanata, una “condanna esemplare” che potrebbe scoraggiare l’esercizio dei diritti garantiti dall’articolo 21 della Costituzione. Non si tratta solo del diritto di cronaca ma del diritto di critica politica e, andando oltre il caso in questione, della possibilità stessa di analizzare e studiare il fenomeno delle contiguità tra politica e mafia».

Secondo i giudici non c’erano solo opinioni, c’erano opinioni e giudizi diffamatori…

«Gli atti processuali sono pubblici. Posso fornirli a chiunque sia interessato a leggerli per farsene un’idea propria. Sono in coscienza convinto di non aver superato i limiti consentiti dalla giurisprudenza della Cassazione all’esercizio del diritto di critica politica: l’incontestabile verità dei fatti su cui fondo una soggettiva ma legittima intepretazione critica dei comportamenti del Musotto in occasione della costituzione di parte civile della Provincia nel processo per la strage di Capaci; il contenimento delle espressioni e delle valutazioni utilizzate nell’articolo in una forma espositiva civile; l’interesse dell’opinione pubblica alla conoscenza e al vaglio critico dei comportamenti di chi ricopra cariche pubbliche o ruoli rappresentativi. Non mi sembra che i giudici riescano a dimostrare in modo convincente il contrario».

Rimane il fatto che quelle critiche sono state giudicate lesive della reputazione di Musotto…
«Non c’è niente di personale o di fazioso in quelle critiche. Avrei scritto le stesse cose nei confronti di un qualsiasi rappresentante delle pubbliche istituzioni, non importa di quale colore politico, che si fosse comportato in modo altrettanto discutibile e contraddittorio.

Centoquaranta milioni, da pagare in prima persona, in giudizio è stato citato lei e non l’editore, è così?
«Si tratta di una sorta di condanna “a vita”. Il pignoramento di un quinto dello stipendio fino all’età della pensione e, successivamente, della stessa indennità di fine rapporto fino al raggiungimento della cifra di 140 milioni di vecchie lire è molto pesante per chi, come me, vive esclusivamente del proprio lavoro. Ma, aldilà del mio caso, il tentativo di monetizzare un presunto “danno morale” in base a dei discutibili “criteri equitativi” può produrre effetti punitivi molto diversi se applicati a soggetti diseguali».

Intende dire che chi ha soldi, o spalle ben coperte, può accollarsi il rischio?
«Una condanna da 100 milioni non mette certamente in crisi una grande casa editrice o una importante testata giornalistica, ma può far fallire un piccolo editore o un giornaletto di provincia».

Condanna a parte, di questo suo caso vuol farne una campagna?
Il problema è di interesse generale. Se si può essere condannati per i contenuti formali e sostanziali del mio articolo vuol dire che buona parte della letteratura storica e socio-politologica già esistente su mafia e corruzione è potenzialmente a rischio di condanne analoghe. E, infatti, il mio non è un caso isolato. Oltre ai numerosi giornalisti, che sono certamente i più esposti, basti qui ricordare le condanne di primo grado al risarcimento danni di studiosi come Alfredo Galasso e Umberto Santino, o il processo in corso per diffamazione contro lo storico Giuseppe Casarrubea».

L’esatto contrario di quanto pretendeva Musotto per chiudere la questione, chiedeva che almeno lei riconoscesse il torto. Non vuole proprio?
«Per la verità Musotto non ha mai cercato alcun chiarimento. Io credo che qualsiasi esponente politico democratico dovrebbe essere in grado di tollerare le critiche che non gli piacciono, anche quelle più aspre o ironiche, confrontandosi nel merito e spiegando in modo trasparente all’opinione pubblica le ragioni dei suoi comportamenti politici. Invece si è chiuso nel silenzio, ha preferito evitare un processo penale ed ha, inspiegabilmente, aspettato cinque mesi prima di avviare il procedimento civile per chiedere un risarcimento economico. Non mi sembra la reazione a caldo di un uomo offeso e indignato ma, piuttosto, una scelta fredda e meditata che risponde a delle ragioni che mi sfuggono».

Ce l’ha con lei che l’ha offeso, che altro dovrebbe fare?

«Che Musotto ce l’abbia con me non mi stupisce. Ma il livore che, ad esempio, emerge da una intervista rilasciata a Repubblica nel giugno 2001, è francamente sproporzionato. Il mio articolo, pubblicato su un mensile a scarsa diffusione, dopo che i suoi comportamenti erano stati oggetto di critiche dure e pesanti sui principali quotidiani nazionali, diventa il principale capro espiatorio cui, addirittura, viene attribuita la responsabilità di avere contribuito a creare il clima favorevole al suo arresto».

È la tesi di Musotto, si creò un clima pesante che precedette il suo arresto, è innegabile, non è d’accordo?
«La tesi del complotto è priva di qualsiasi fondamento. Ma vorrei ricordare che è impossibile stabilire qualsiasi collegamento tra il mio articolo e l’arresto di Musotto, avvenuto un anno dopo e per ragioni legate alle note vicende di un suo stretto familiare, condannato con sentenza definitiva per associazione mafiosa. Francesco Musotto, invece, è stato assolto ed è stato anche risarcito con 450 milioni dallo Stato, con l’elezione al Parlamento europeo e con la rielezione per ben due volte alla Presidenza della Provincia. Che c’entra il mio articolo con tutto questo? ».

Forse se l’articolo non fosse stato ripubblicato, la vicenda poteva essere chiusa, non pensa?
«Non credo proprio. L’articolo è stato ripubblicato sul quotidiano Il Manifesto e su Narcomafie nel maggio ‘95, come risposta alla richiesta di risarcimento nei miei confronti. E’ stata una iniziativa di solidarietà, assunta da 28 esponenti del mondo politico e culturale, che lo hanno sottoscritto “condividendone in pieno i contenuti e ritenendolo legittima espressione dell’esercizio della libertà di stampa, di opinione e di critica politica”. Non credo che un qualificato giurista come Dogliani, o un ex magistrato come Di Lello, o dei noti politologi come Cazzola, Mastropaolo e Morisi, o dei politici di rilievo nazionale come Castellina, Folena, Lumia, Manconi e Vendola sarebbero stati così avventati da sottoscrivere un articolo pieno di “insulti, calunnie e infamità”».

Musotto è ovviamente di opinione contraria…

«Musotto ha definito me e tutti i cofirmatari dell’articolo come “snob elitari” che “vomitavano odio”. Ma la cosa più sorprendente è che il Presidente della Provincia abbia dichiarato, sempre nella stessa intervista a Repubblica, di aver querelato tutti. Evidentemente ricorda male. In realtà Musotto non ha mai avviato alcun procedimento penale o civile contro nessuno dei ventotto firmatari né contro le due testate giornalistiche».

E adesso che farà?

«Innanzitutto sto facendo ricorso in Cassazione. In secondo luogo stiamo valutando, nell’ambito delle associazioni che nel 2001 hanno promosso la “campagna per la libertà di stampa nella lotta contro la mafia”, di rilanciarne i due obiettivi: una nuova regolamentazione legislativa in materia di diffamazione, che ristabilisca un giusto equilibrio tra diritto di cronaca e di critica e tutela della persona, e che uniformi procedimento penale e procedimento civile per impedirne un uso distorto e strumentale; e la costituzione di un fondo di solidarietà».

Un fondo di garanzia per i polemisti?

«Per la libertà di critica. Nella prima fase della campagna abbiamo già ottenuto centinaia di adesioni, ci siamo confrontati con alcuni deputati della commissione parlamentare che sta elaborando la nuova legge sulla diffamazione e abbiamo raccolto più di quaranta milioni. Di questo fondo, su proposta delle associazioni promotrici e su decisione del comitato dei garanti costituito da Rita Borsellino, Luigi Ciotti e Valentino Parlato, sto già usufruendo per affrontare le spese del secondo grado di giudizio e del ricorso in Cassazione. Non so come andrà a finire. Ma un fatto è certo. Non ci faremo intimidire e continueremo a batterci per esercitare il diritto di manifestare liberamente il nostro pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».

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