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Nessuna vicenda, però, più di quella dell’omesso scioglimento dell’
amministrazione comunale di Barcellona P.G. è destinata a destare
sgomento nella cittadinanza. |
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Al Presidente del Consiglio dei Ministri
On. Romano Prodi
Al Ministro dell’Interno
On. Giuliano Amato
Ai componenti della Commissione parlamentare antimafia
Monza, 25 gennaio 2007
Oggetto: centralità di Barcellona Pozzo di Gotto nelle dinamiche
mafiose; capacità della mafia barcellonese di penetrazione nei circuiti
del potere ufficiale; connessioni in ordine alla procedura di
scioglimento dell’amministrazione comunale di Barcellona Pozzo di
Gotto.
Chi scrive svolge da quasi un decennio la professione di avvocato
nella provincia di Messina, quasi esclusivamente nel settore
penalistico. Per scelta umana, ideologica e professionale, in materia
di reati di mafia è stato ed è frequentemente difensore di familiari
delle vittime, parti civili nei casi in cui siano stati avviati
processi o nella minorata veste di persone offese dal reato laddove le
indagini preliminari non siano ancora (o non siano state) definite dal
P.m. con l’esercizio dell’azione penale.
Fra le altre vicende giudiziarie, l’omicidio di Graziella Campagna (Villafranca Tirrena, 12 dicembre 1985), quello di Roberto Amato (Barcellona P.G., 13 febbraio
1992), quello di Beppe Alfano (Barcellona P.G., 8 gennaio 1993) ed il
probabile (essendo questo un caso ancora aperto) omicidio di Attilio
Manca (Viterbo, 12 febbraio 2004) hanno consentito al sottoscritto di
affinare le proprie conoscenze sul sistema mafioso dominante nell’area
barcellonese, fatto di una ferocissima ala militare (solo negli ultimi
vent’anni sono centinaia gli omicidi rimasti privi di responsabili
giudiziariamente accertati) e di un potentissimo gruppo di comando
saldato con gran parte dei poteri ufficiali cittadini: dalla politica
agli apparati giudiziari, dalle forze dell’ordine alle pubbliche
amministrazioni. Entrambe le caratteristiche hanno fatto del sistema
mafioso barcellonese fino ad oggi un fortilizio inespugnabile, tanto
più alla luce del fatto che, proprio a cagione delle liaisons con
apparati istituzionali infedeli, le articolazioni dello Stato solo
occasionalmente hanno manifestato la reale e sincera intenzione di
espugnarlo.
L’ultimo quindicennio della storia di Cosa Nostra è lì a indicare il
ruolo centrale assunto da Barcellona P.G. nelle grandi dinamiche
criminali (quelle che qualcuno, non a torto, riassume nella locuzione
“il gioco grande”).
È stato proprio Giovanni Brusca a rivelare che il telecomando con il
quale egli fece esplodere l’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992 gli
era stato recapitato da Barcellona P.G. e personalmente dal boss
Giuseppe Gullotti. Né possono essere sottovalutate le relazioni
coltivate per i vent’anni precedenti dall’uomo che di quella strage fu
l’artificiere. Pietro Rampulla era stato nella prima metà degli anni
Settanta studente universitario di veterinaria a Messina e lì si era
legato (a dirlo sono sentenze penali passate in giudicato), nella
comune militanza neofascista e nelle violente pratiche criminali, a
personaggi barcellonesi, fra i quali basti qui segnalare Rosario
Cattafi. Il quale Rosario Cattafi, oltre ad aver operato nei traffici
internazionali di armamenti (e per questo essere stato più volte
indagato dall’A.G.), è anche stato il testimone di nozze ed uno dei
principali sponsor della carriera criminale del boss Gullotti.
Per tutto il periodo comprensivo delle stragi del 1992 e dell’omicidio
del giornalista Beppe Alfano, a Barcellona P.G. fece base per la sua
latitanza il capomafia catanese Benedetto Santapaola. La sua omessa
cattura in quella zona nell’aprile del 1993 (nonostante fosse
monitorato in diretta dalle intercettazioni ambientali nei luoghi ove
dimorava), dallo stesso R.O.S. dei carabinieri che qualche mese prima
aveva omesso di perquisire (come certificato da sentenza) il covo di
Riina e che due anni dopo omise la cattura di Bernardo Provenzano,
rimarrà senz’altro una delle pagine più imbarazzanti (e per questo
tenacemente tenuta nascosta ai più) nella storia delle negligenze e
delle compiacenze dello Stato nei confronti della criminalità mafiosa.
Sempre in tema di latitanze dorate e di un nome prima accennato, è ben
plausibile che lo stesso Bernardo Provenzano abbia frequentato l’area
barcellonese durante gli ultimi anni agiati della sua quarantennale
latitanza, naturalmente prima della sua ritirata nella ridotta di
Montagna dei Cavalli, accudito da qualche familiare e da qualche
pecoraio. È noto, infatti, come Barcellona P.G. e Bagheria (territorio
d’adozione del boss corleonese) siano stati e siano tutt’oggi centri
importanti di quella “mafia del ferro e delle arance” (ovvero Cosa
Nostra provenzaniana) evocata nella relazione di minoranza della
Commissione parlamentare antimafia della passata legislatura. Basti
segnalare, al riguardo, i nomi dell’uomo forte di Cosa Nostra nella
provincia di Messina, Michelangelo Alfano (bagherese di nascita), di
Luigi Ilardo (che fra Barcellona e Milazzo, anche da latitante,
trascorse la maggior parte della sua militanza mafiosa), di Giovanni
Sindoni (barcellonese che nel 1987 venne arrestato per le truffe all’
Aima compiute dalla I.D.A. del noto bagherese Michelangelo Aiello) o
dell’imprenditore mafioso Drago Ferrante (che a Barcellona P.G. nacque
per poi, in un percorso inverso a quello di Michelangelo Alfano,
impiantarsi a Bagheria). Ed altrettanto note sono le dichiarazioni del
pentito messinese Antonino Giuliano (non un criminale di strada, bensì
un piccolo imprenditore), che riconobbe in Provenzano il soggetto da
lui più volte incontrato a Messina nella casa di Michelangelo Alfano
fra il 2000 ed il 2001.
La presa dei poteri criminali sulla politica e sulla società
barcellonese fu evidenziata fin dal 1993, allorché la Commissione
parlamentare antimafia del tempo approvò apposita relazione all’esito
della missione barcellonese decisa nell’immediatezza dell’assassinio di
Beppe Alfano (sul quale episodio esiste condanna definitiva per il già
citato boss Gullotti e per il killer mafioso Antonino Merlino). E destò
sconcerto, a quel tempo, scoprire che Gullotti, mentre concorreva alla
strategia stragista di Cosa Nostra e inondava di sangue le strade
cittadine, era riverito socio, al pari di Rosario Cattafi, di un
circolo culturale, Corda Fratres, che accoglieva al proprio interno
magistrati, come il dr. Antonio Franco Cassata, politici di peso, come
l’allora senatore Santalco e l’attuale senatore Nania, e rappresentanti
della più elevata borghesia barcellonese. Sarà capitato a Gullotti,
interloquendo con i suoi compagni di circolo, di commentare nella sede
di Corda Fratres la catena omicidiaria che, fra la fine degli anni
Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, fece precipitare la città nel
terrore?
Le condizioni sopra sintetizzate quanto meno rimasero immutate (se
non, addirittura, peggiorarono) negli anni seguenti, sia quanto alla
cifra della violenza dispiegata alla bisogna dalla mafia barcellonese
sia quanto alla perpetuazione delle sue alleanze con i poteri
ufficiali. Ai primi di maggio del 1999 venne ritrovato il cadavere di
un ragazzo in uno scenario da incubo: al giovane, Antonino Sboto, era
stato sparato alla nuca un colpo di pistola a bruciapelo ed entrambe le
mani gli erano state orridamente mozzate. Si disse che la mafia aveva
emblematicamente condannato un povero ladruncolo che aveva tentato di svaligiare le case sbagliate: sarebbe servito da lezione a tutti. Un’
informativa dei carabinieri denunciò che quel ragazzo, insieme ad
altri, si era reso responsabile, qualche giorno prima, di un furto ai
danni di tale Pietro Arnò, noto compare del boss Gullotti e noto
pregiudicato, oltre che in passato presidente della locale squadra di
calcio. Vennero anche arrestati i due presunti killer ma poi il
processo finì nel nulla, fra assoluzioni e archiviazioni. Ancora oggi
quel tremendo delitto è senza colpevoli. La plateale promiscuità fra
delinquenza e istituzioni fu suggellata da una fotografia, comparsa sul
quotidiano locale pochi giorni dopo l’elezione plebiscitaria (l’81 per
cento dei suffragi) del sindaco Candeloro Nania, avvenuta il 25
novembre 2001: quella foto ritraeva il sindaco in festa innanzi al
palazzo municipale, incatenato in un abbraccio vigoroso da quel Pietro
Arnò.
L’evidenza del condizionamento mafioso nell’agire dell’amministrazione
comunale divenne incontestabile ed incontestata nel 2003: non solo
perché erano ancora attuali alcune importanti concessioni pubbliche
denunciate nella relazione della Commissione antimafia del 1993 (quella
per la raccolta dei rifiuti, ad es., che nel 2004 avrebbe portato all’
arresto del consigliere comunale più votato, Andrea Aragona) e non solo
per le oscene pubbliche frequentazioni del sindaco, di alcuni assessori
e di alcuni consiglieri comunali (con Giovanni Sindoni, con Rosario
Cattafi, con i boss Salvatore Di Salvo e Salvatore Ofria, oltre che con
tanti altri criminali dal pedigree ufficiale) e non solo per il fatto
che Rosario Cattafi stazionava stabilmente all’interno del municipio e
che, addirittura, un lavoratore socialmente utile del comune gli
fungeva di fatto da autista (lavoro socialmente utile davvero, se si
pensa che dal 2000, a causa dell’irrogazione a suo carico della misura
di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno, a
Rosario Cattafi era stata ritirata la patente). Accadde, infatti, che
venne eseguita l’operazione c.d. “Omega”, che portò all’arresto di
decine fra mafiosi e imprenditori e che definitivamente rivelò a
Barcellona P.G. la nuova figura del mafioso imprenditore: era il boss
Salvatore Di Salvo, controllore di un’estesissima rete imprenditoriale
dedita a turbare gli appalti pubblici con il sistema preventivo dell’
accordo sulle buste da presentare agli enti appaltanti. Si
ufficializzarono nero su bianco così (ai più, però, erano già note) le
vergognose relazioni di Di Salvo con molti storici imprenditori
barcellonesi e con l’amministrazione comunale. L’impresa da lui gestita
(Sud Edil Scavi) aveva avuto commesse dal comune di Barcellona; il
vicepresidente del consiglio comunale (che tuttora ricopre quella
carica), Maurizio Marchetta, imprenditore edile a sua volta, gli faceva
da servile garzone (il boss lo chiamava “ragazzo” e lui scodinzolava
ossequioso). In indagini collegate, questa volta condotte dalla D.d.a.
palermitana, venne raggiunto da misura restrittiva altro imprenditore,
Andrea Caliri, anch’egli aggiudicatario di commesse dal comune.
Peraltro, tale era la fiducia nutrita verso Caliri negli ambienti dell’
amministrazione comunale che egli era stato incaricato di alcuni lavori
nella villa del senatore Nania, cugino del sindaco: quella villa che
venne dichiarata parzialmente abusiva con sentenza penale nel processo
nel quale Caliri fu convocato come testimone a discolpa dalla difesa
del senatore abusivista.
A quel punto, peraltro dopo aver visto la nomina degli assessori
Giuseppe Cannata (già arrestato e tutt’oggi imputato per tentata
estorsione, truffa e altro: nel corso del processo a suo carico il
Giudice dell’udienza preliminare denunciò al C.S.M. le pressioni
ricevute, in favore di Cannata, dal dr. Antonio Franco Cassata,
sostituto procuratore generale a Messina, affinché il G.u.p. non
penalizzasse preventivamente, con il suo rinvio a giudizio, le
possibilità che Cannata venisse nominato vicepresidente del consiglio
comunale, nella passata consiliatura), Luigi La Rosa (indagato per
mafia nell’indagine “Omega” e condannato, insieme a Pietro Arnò, per
voto di scambio; nello stesso processo Arnò è stato condannato anche
per turbata libertà degli incanti in relazione alla gara per l’acquisto
di un autocarro da parte del comune di Barcellona P.G., vinta dalla
ditta “New world”, formalmente intestata a Carmela Perdichizzi, nipote
e prestanome di Pietro Arnò), Sebastiano Messina (ultimo componente,
insieme ad Arnò e La Rosa, della triade che gestisce l’Aias di
Barcellona P.G., ente che viene remunerato dal comune di Barcellona P.
G. per le prestazioni in favore dei disabili), Luciano Genovese
(assessore all’urbanistica e al contempo imputato di abuso edilizio,
oltre che già progettista di fiducia della villa abusiva del sen.
Nania), dopo aver visto gli incarichi affidati alla ditta gestita dal
boss Salvatore Ofria, dopo aver visto i lauti canoni mensili pagati
alla famiglia di Rosario Cattafi per l’affitto di alcuni immobili (pure
per tutti i cinque anni nei quali a Cattafi fu imposta la misura di
prevenzione antimafia), i cittadini onesti iniziarono a chiedersi quali
fossero le ragioni per le quali il Prefetto di Messina non disponesse
un’ispezione al comune di Barcellona P.G. per accertarne il
condizionamento mafioso. A quei cittadini le risposte vennero dalla
lettura della relazione di maggioranza della Commissione antimafia dell’
ultima legislatura, laddove comparvero le imbarazzanti giustificazioni
addotte dal dr. Scammacca nel giugno del 2005. Probabilmente quel
documento, insieme ai dati analiticamente riportati nella relazione di
minoranza, costrinse il Prefetto a disporre, obtorto collo, l’
ispezione.
Da molti, troppi, mesi si conoscono le conclusioni stilate dalla
commissione ispettiva guidata dal dr. Antonio Nunziante (il quale nelle
more è stato promosso a Prefetto di Forlì, evidentemente in conseguenza
della positiva valutazione del lavoro svolto): secondo quella relazione
il livello di condizionamento mafioso nell’operato dell’amministrazione
comunale barcellonese è “inquietante”.
Da agosto scorso intorno alla procedura di scioglimento dell’
amministrazione comunale si sono rincorse fughe di notizie, mai
smentite: ai primi di settembre il decreto di scioglimento era già
stato predisposto dal Ministro dell’Interno ed era pronto per essere
portato al voto del Consiglio dei Ministri; a fine settembre il sindaco
Nania (cioè il vertice dell’amministrazione infiltrata dalla mafia)
veniva ricevuto al Viminale per consentirgli di difendere l’operato
della sua giunta; da ottobre ad oggi si sono sviluppate le trattative
sottobanco fra i garanti di quell’amministrazione comunale (primi fra
tutti, il senatore Nania ed il dr. Antonio Franco Cassata) ed
importanti esponenti dell’attuale maggioranza parlamentare di
centrosinistra, con l’indicazione più o meno nominativa, fatta dai
giornali, della senatrice Finocchiaro (che a Barcellona P.G. fu
presente nella campagna elettorale per le ultime elezioni politiche ad
un incontro pubblico nel quale intervenne il dr. Cassata), del
viceministro Minniti e dell’on. Crisafulli (indagato dalla D.d.a. di
Messina insieme a compagni di partito del senatore e del sindaco
Nania); dieci giorni fa, infine, durante un comizio in piazza il sen.
Nania ha dichiarato di aver ricevute parole confortanti direttamente
dal ministro Amato.
Nei giorni scorsi si è appreso dalla stampa (ma i frequentatori
occasionali del palazzo municipale di Barcellona P.G. hanno assistito
dal vivo a scene di giubilo nella mattina di martedì 16 gennaio,
allorché il sindaco Nania ha dichiarato apertamente di aver ricevuto
notizie definitivamente rassicuranti dal Viminale) che il ministro
Amato avrebbe infine concluso che non ricorrerebbero i presupposti per
lo scioglimento dell’amministrazione comunale barcellonese e ciò - così
si è detto - in ragione di una nota del Prefetto Scammacca, redatta su
sollecitazione dello stesso ministro al fine di aggiornare la
situazione al momento attuale, come se fosse possibile che un’
amministrazione che per quasi cinque anni ha patito il condizionamento
della mafia potesse liberarsi da ogni vincolo in ragione del semplice
decorso di qualche mese. Senza tacere, peraltro, che i sei mesi sono
decorsi inutilmente per colpa esclusiva dello stesso ministro.
Eppure,
il Prefetto Scammacca proprio in questo senso si sarebbe espresso,
valorizzando il più possibile il fatto che uno stravagante
pronunciamento del Gup di Messina ha ritenuto che per il vicepresidente
Marchetta, il boss Di Salvo e gli altri non si dovesse procedere per
associazione mafiosa ma soltanto (si fa per dire) per associazione a
delinquere semplice finalizzata alle turbative d’asta (ma non avrà
creduto – ci si augura – il prefetto Scammacca che quel provvedimento
giurisdizionale possa cancellare l’intimità di rapporti fra Marchetta
ed il boss Di Salvo, la incredibile crociera dai due allegramente
trascorsa insieme alle rispettive famiglie, i lavori aggiudicati dal
comune al boss o le sopravvenute dichiarazioni del pentito Lenzo circa
il ruolo imprenditoriale di Marchetta come proiezione della famiglia
mafiosa barcellonese) o il fatto che con una pantomima degna di
migliori palcoscenici il sindaco Nania qualche settimana fa ha revocato
la delega assessoriale a Cannata, ottenendo in sovrapprezzo la
posticcia reazione del partito di Cannata, Forza Italia, con le
dimissioni (a pochi mesi dal voto) degli assessori Messina e Genovese,
sui quali gli ispettori si erano pronunciati. Se così fosse, davvero
questa sarebbe la prova, risibile e drammatica al contempo, delle
manovre poste in essere sulla scorta di inconfessabili accordi
sotterranei.
Naturalmente, il Prefetto si sarà ben guardato di
segnalare al ministro gli elementi sopravvenuti che corroborano le
conclusioni degli ispettori: avrà segnalato, ad esempio, il Prefetto
che Mario Calderone ed il dipendente comunale Giulio Massimo Calderone
(quest’ultimo, con un passato da latitante, opera nel settore delle
ricerce anagrafiche), fratelli del consigliere comunale Sergio
Calderone, sono stati nelle more condannati per associazione mafiosa? E
avrà segnalato il Prefetto l’inerzia del sindaco nel promuovere, in
ragione della condanna per mafia, la sospensione di Giulio Massimo
Calderone, che continua imperterrito a prestare servizio quale
dipendente comunale? Ancora, avrà segnalato da ultimo il Prefetto
quanto riportato dalla Gazzetta del Sud di ieri circa il sequestro al
municipio di Barcellona P.G., disposto dalla D.d.a. di Messina il
giorno prima, degli atti concernenti il servizio di assistenza agli
anziani?
Non possono tralasciarsi in questa sede alcune considerazioni sulla
figura del Prefetto Scammacca, sulla credibilità delle cui parole si è
fondato il ministro per denegare lo scioglimento; su colui, cioè, che
per quattro anni ha impedito strenuamente l’ispezione al comune di
Barcellona P.G.. A Messina non lascerà certo un grande ricordo: di lui
si rammenteranno l’attitudine a compiacere i desiderata del sen. Nania
e le gaffes pubbliche, come quella di presentarsi allo stadio in
occasione della partita Messina-Juventus della passata stagione in
compagnia dell’ex deputato Giuseppe Astone, che in quel momento era
indagato dalla D.d.a. di Messina, insieme all’on. Crisafulli, al
Presidente Cuffaro ed a personaggi legati al sen. Nania, in un’
inchiesta di mafia relativa al servizio di raccolta dei rifiuti solidi
urbani nella città di Messina. Certo, nulla al confronto di quanto lo
stesso dr. Scammacca aveva fatto, a partire dal 1993, da commissario
straordinario del comune di S. Giovanni la Punta, cittadina a monte di
Catania nella quale Scammacca a lungo aveva abitato e la cui
amministrazione era stata sciolta per mafia. In quell’occasione il dr.
Scammacca creò, per farsi collaborare nelle scelte amministrative, una
“consulta cittadina”, all’interno della quale personalmente inserì l’
imprenditore multimiliardario Sebastiano Scuto.
Con quest’ultimo
Scammacca instaurò anche rapporti di frequentazione personale,
allargata anche alle rispettive mogli. Sennonché, quando nel 2001 Scuto
finì in carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, gli
investigatori, oltre alle prove dei contatti telefonici intercorsi fra
i due, trovarono tracce del passaggio di somme di denaro da Scuto a
Scammacca. Interrogato in proposito in un’udienza del processo Scuto,
il dr. Scammacca (che al momento della testimonianza era già Prefetto
di Messina), con grande impaccio e infarcendo i suoi racconti con un
numero davvero inaccettabile di “non ricordo”, ammise di aver ricevuto
denaro da Scuto, aggiungendo che si trattava del pagamento di una
vecchia auto da collezione che egli aveva ceduto all’imprenditore
legato ai capi del clan Laudani, imperante a S. Giovanni la Punta.
Il nome del comune di S. Giovanni la Punta, che marchiò le vicende del
“caso Catania” ai primi anni del Duemila (in relazione alla presunte
coperture giudiziarie sulle faccende mafiose di quella cittadina ed all’
acquisto in un complesso residenziale, da società riconducibile ai
mafiosi Laudani, di unità immobiliari da parte di un alto magistrato
catanese, il dr. Giuseppe Gennaro, e del cognato della senatrice
Finocchiaro), nel frattempo sembra calare come un’ipoteca
insormontabile sui lavori futuri della Commissione parlamentare
antimafia. Quando ancora i lavori non sono stati in concreto avviati,
infatti, si è appreso che la Commissione ha accolto quale suo
consulente il dr. Giuseppe Fonzo, nell’ultimo decennio sostituto
procuratore della Repubblica a Catania (e per tale ragione soggetto dal
sottoscritto personalmente conosciuto e con il quale, nelle rare
occasioni di incontro per ragioni professionali, chi scrive ha avuto
rapporti più che cordiali).
Si tratta, però, di uno dei tre pubblici
ministeri che furono titolari di rilevantissime indagini su omicidi
commessi a S. Giovanni la Punta e sugli assetti mafiosi di quel paese
(ivi compresi il fascicolo a carico dell’imprenditore Scuto e uno di
quelli relativi all’omicidio di tal Rizzo, imprenditore mafioso
cointeressato, attraverso la moglie, alla società che aveva edificato
il complesso edilizio di cui sopra). Sennonché il lavoro di quei tre
magistrati (fra i quali il dr. Fonzo) si caratterizzò per l’inerzia e
le lacune investigative, tanto che, rigettata dal G.i.p. la richiesta
di archiviazione del procedimento relativo, fra gli altri, a Scuto e
Alfio Laudani, si rese necessaria l’avocazione da parte della Procura
generale. Ora, la nomina del dr. Fonzo come suo consulente porrà la
Commissione antimafia nell’impossibilità di affrontare le più rilevanti
faccende catanesi, riguardanti le deviazioni degli apparati giudiziari,
che dei fatti del “caso Catania” sono diretta e naturale conseguenza.
Come si vede, sono tante le sfasature che stanno qualificando sul
fronte della lotta alla mafia la prima fase della legislatura
inaugurata dal voto del 9 e 10 aprile. Esse non inducono certo all’
ottimismo per il futuro.
Nessuna vicenda, però, più di quella dell’omesso scioglimento dell’
amministrazione comunale di Barcellona P.G. è destinata a destare
sgomento nella cittadinanza. Essa appone, già ad inizio legislatura, il
peggior distintivo sull’attività di governo e sulla sensibilità degli
organi parlamentari, quello del consociativismo, volontariamente o
involontariamente, filomafioso. Già non è accettabile la logica dell’
inciucio; ma l’inciucio sull’antimafia è davvero spettacolo osceno e
foriero di disastrose conseguenze.
Distinti saluti,
Fabio Repici |