Portella della Ginestra, 1 maggio 2003

Sono passati più di cinquant'anni, ma la strage di Portella della Ginestra rimane come uno dei momenti più bui della nostra storia.
di Giuseppe Casarrubea

Le nuove generazioni non sanno. Di quell’evento non si parla a scuola; non ne parlano i professori, non ne parlano i magistrati e persino molti esponenti della stessa sinistra: militanti e dirigenti, rappresentanti istituzionali e non.



Non è facile ricordare, oggi. E’ più facile dimenticare, annullare le differenze, propagandare una falsa conciliazione e perciò precipitare nella lunga notte in cui tutte le vacche sono nere. Questa notte, non è, però, notte di quiete e di riposo, è morte della ragione, smarrimento della memoria e dell’identità.

Perciò ricordare Portella della Ginestra, luogo sacro, battesimo di fuoco e di sangue della nascente Repubblica italiana, altare di sacrificio pagano dove si vollero sacrificare vittime innocenti ai nuovi idoli del potere e della democrazia, è segno della volontà di resistere all’oblio, è dovere civico.

Le nuove generazioni non sanno. Di quell’evento non si parla a scuola; non ne parlano i professori, non ne parlano i magistrati e persino molti esponenti della stessa sinistra: militanti e dirigenti, rappresentanti istituzionali e non. Invece bisogna parlarne, se ha un senso la nostra vita, se ha un senso appartenere a una terra che ci ha cresciuto all’insegna del calvario e del dolore, abituandoci a pensare che c’è speranza dopo la sconfitta, come c’è l’alba dopo la notte.

Ma allora notte e alba si confusero sotto il fuoco dei mitra e delle bombe. Undici morti e ventisette feriti. Erano bambini, ragazzi, donne, braccianti agricoli senza difesa alcuna. Manifestavano sul pianoro che Nicolò Barbato, medico libertario di Piana degli Albanesi, nel lontano 1893 aveva eletto a simbolo della festa del 1° maggio per gli abitanti di quella colonia albanese: antica meta di un pellegrinaggio che solo il fascismo aveva interrotto per oltre vent’anni. Ora quel luogo veniva profanato dalla barbarie. Non era un luogo qualsiasi. Gli Americani lo tenevano sotto controllo già dal 1944, come uno dei punti più nevralgici della Sicilia rossa, capace di autonomia, di ergersi, addirittura, a Repubblica, un po’ sull’esempio dell’Ossola, dei governi locali nati dalla Resistenza, nel Nord Italia. I servizi di James J. Angleton avevano ritenuto che la geografia del rischio monitorato dagli uomini che dipendevano direttamente da lui (Reali Carabinieri, 808° battaglione dell’Esercito addetto al controspionaggio, Marina Italiana, agenti speciali spediti in Sicilia dall’Office of Strategic Services, ecc.) presentasse con Piana degli Albanesi, un tasso di pericolosità tra i più alti dell’isola. Se ne preoccuparono molto e quest’antica colonia fondata da Scandeberg nel XV secolo, fu segnata da allora con un cerchio nero negli atti dell’OSS. Di quello che seguì dopo, oggi sappiamo molte più cose di prima:
- che le indagini di polizia giudiziaria non si occuparono mai di appurare a quali soggetti dovessero essere attribuite le granate fatte esplodere a Portella quel giorno di festa e di sangue di cui ebbero a fare cenno gli stessi giudici nel processo di Viterbo, quando presero atto che molti corpi erano stati lacerati da schegge metalliche;
- da chi fosse stato impugnato il mitra Beretta, cal. 9 dal quale partirono il colpi mortali che di fatto fecero la strage;
- perché furono accuratamente rimossi i bossoli di risulta di quest’arma con la conseguenza che non fu mai più possibile individuare la postazione di tiro del gruppo che aveva abbassato il mitra sulla folla;
- che nel 1946 Palermo divenne la capitale del neofascismo in Italia per un eccessivo afflusso nell’isola di fascisti di ogni risma già organizzati nel Fronte Antibolscevico di via dell’Orologio e in contatto con i repubblichini di Salò.
E potremmo continuare a lungo. E’ comunque fuori discussione il carattere eversivo della strage, come è straordinariamente singolare, tra i primi di gennaio e il 22 giugno 1947, la presenza in Sicilia di Lucky Luciano. Di lui l’informatore di Angleton scrive che trovò alloggio prima all’hotel Excelsior, poi in quello delle Palme, a Palermo. Senza di lui probabilmente le mafie paesane non sarebbero diventate Cosa Nostra.

E qui si scontrano le due facce di sempre della Sicilia: quella della conservazione e della reazione da un lato e quella del progresso e dello sviluppo democratico dall’altro. Lo spartiacque è segnato dalla memoria e dall’identità. Non si può stare su entrambi i versanti, a meno che non si voglia dichiarare pubblicamente la propria demenza politica. Perciò hanno fatto bene i dirigenti sindacali della Cgil, nel commemorare il primo maggio a Portella della Ginestra, a rimarcare la discriminante della inconciliabilità tra carnefici e vittime, il potere delle mafie e degli sgherri da un lato e la forza di resistenza e di lotta dei lavoratori e delle organizzazioni democratiche antifasciste dall’altro. E già basta questa consapevolezza per andare avanti sulla strada giusta. Il che oggi non è poco.

Giuseppe Casarrubea

Presidente di ‘Non solo Portella’
Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Portella della Ginestra

 

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