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| Il
discorso commemorativo del Presidente del Senato Marcello
Pera a Capaci per l'anniversario della strage, 23 maggio
2004 |
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| Pera parla della
necessità di modificare il sistema giudiziario,
l'opposizione definisce "indegne" le sue parole,
giugno 2004 |
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Autonomia
e indipendenza costituiscono il presidio, l'efficienza
è la guarnigione per tutelarlo, non solo
dall'esterno, ma anche dall'interno.
Perché autonomia e indipendenza non rischiano
di cadere solo sotto spinte che vengono da fuori,
ma anche a causa di comportamenti, individuali o
di gruppo, assunti dentro il corpo stesso della
magistratura. |
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Con la doppia stele che noi oggi scopriamo riportiamo
alla nostra memoria Giovanni Falcone, dodici anni dopo
che fu assassinato dalla mafia con una strage compiuta
in questo luogo, dove, con lui, lasciarono la vita sua
moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Rocco
Di Cillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani.
La stele serve a ricordare. Ma se vogliamo davvero ricordare
Giovanni Falcone, non possiamo limitarci alla dimensione
della sola memoria. Dobbiamo fare di più. Dobbiamo
dare un senso alla sua vita, al suo lavoro, al suo sacrificio.
Perché un uomo vive ancora se la sua opera continua
a dare a noi una guida, un aiuto, un esempio. E nessun
uomo muore mai definitivamente fino a che si pone come
punto di riferimento delle nostre discussioni e azioni.
Il senso che dobbiamo cercare è certo umano, ma
è soprattutto istituzionale. Giovanni Falcone fu
in primo luogo un giudice istruttore e un inquirente.
In questa veste, vantò operazioni difficili, come
le indagini su "Pizza Connection", "Iron
Tower", "Pilgrim". Vantò la collaborazione
di mafiosi di rango. Vantò lo svelamento della
struttura del potere mafioso. E soprattutto vantò
il maxiprocesso di Palermo, istruito con le forze di polizia,
in particolare con l'allora Dirigente della Criminalpol
Gianni De Gennaro.
Giovanni Falcone fu poi un magistrato scrupoloso. Come
tutti sanno - lo ha detto più volte il senatore
Giuseppe Ayala che fu pubblico Ministero al maxiprocesso
- egli non perse mai un processo in tribunale. Lo stesso
maxiprocesso che si concluse a Palermo il 16 dicembre
1987 con centinaia di condanne fu confermato in appello
il 31 gennaio 1991 e infine in Cassazione il 30 gennaio
1992.
Giovanni Falcone fu quindi un amministratore di giustizia,
un riformatore, un consulente prezioso del ministro della
Giustizia Claudio Martelli. A lui si devono una serie
impressionante di misure prese nel 1991 per il contrasto
alla mafia: sull'incarcerazione dei boss mafiosi, la custodia
cautelare aggravata, i collaboratori di giustizia, la
Direzione nazionale antimafia, la Procura nazionale antimafia
e le procure distrettuali, l'antiracket, l'aumento dei
termini di custodia per i mafiosi.
Giovanni Falcone fu infine uno studioso dei problemi delle
indagini, del processo, dell'ordinamento giudiziario.
Critico del nuovo codice di procedura penale, lo accettò
come una sfida. Due punti fondamentali egli pose a base
della sua riflessione. Il primo è l'autonomia e
l'indipendenza della magistratura. Il secondo è
l'efficienza. Assieme formano un trinomio. Autonomia e
indipendenza costituiscono il presidio, l'efficienza è
la guarnigione per tutelarlo, non solo dall'esterno, ma
anche dall'interno. Perché autonomia e indipendenza
non rischiano di cadere solo sotto spinte che vengono
da fuori, ma anche a causa di comportamenti, individuali
o di gruppo, assunti dentro il corpo stesso della magistratura.
Disse Falcone l'8 maggio 1992, quindici giorni prima di
cadere vittima della mafia: "l'autonomia e indipendenza
della magistratura sono anzitutto un valore storicamente
da valutare, ma soprattutto un valore che ha una sua razionalità,
una sua giustificazione, una sua logica, una sua spiegazione,
in quanto costituisce non un privilegio di casta, non
un privilegio della magistratura o qualcosa di riservato
a una élite dello Stato. L'inamovibilità,
l'autonomia, l'indipendenza sono valori, oltre che princìpi
costrituzionali, che servono per l'efficienza della magistratura,
non meno che per l'efficienza della pubblica amministrazione
in genere".
In questa logica - aggiunse - il pubblico ministero deve
essere "autonomo e indipendente, ma anche efficiente",
e perciò "deve avere un tipo di regolamentazione
ordinamentale che sia differente rispetto a quella del
giudice. Non necessariamente separata".
E ancora, a proposito del rapporto pubblico ministero-polizia
giudiziaria: "Abbiamo fatto, o hanno fatto, un codice
di procedura penale in cui il rapporto di dipendenza della
polizia giudiziaria rispetto alla magistratura è
ormai pressoché integrale, ed ecco che cominciamo
a renderci conto che forse, anche qui, le cose stanno
in una linea mediana, per evitare da un lato che il funzionario
di polizia si senta deresponsabilizzato, e dall'altro
che il pubblico ministero, spesso non dotato di una sufficiente
professionalità, possa creare problemi alla conduzione
delle indagini, mediante direttive che non sono adatte
a quel singolo caso".
Sono questioni che, a dodici anni di distanza, si pongono
ancora a noi. Le idee di Falcone sull'argomento possono
essere condivise o criticate, ma non dovrebbero essere
ignorate. Sarebbe vano, e anche colpevole, alzare una
stele alla sua persona e dimenticare le sue idee. Sarebbe
poco onesto lodarlo e non prenderlo in seria considerazione.
Il calcolo, la convenienza, il dosaggio, non si addicono
all'omaggio sincero. Né ci aiutano a risolvere
i nostri problemi, quelli stessi che furono anche i suoi
problemi. Ecco perché, se non vogliamo dimenticarlo,
dobbiamo ripensarlo.
Dobbiamo ripensarlo perché il trinomio che lo guidò
è ancora un problema aperto di fronte al Parlamento.
Dobbiamo ripensarlo perché il contrasto alla criminalità
mafiosa, nazionale e internazionale, è una sfida
continua che mai dobbiamo cessare di perseguire.
Dobbiamo ripensarlo perché Giovanni Falcone fu
un eroe che merita rispetto e ammirazione. Disse di sé:
"Io, Giovanni Falcone, sono un uomo di questo Stato.
Io credo alle istituzioni". Oppure: "Io sono
solo un servitore dello Stato".
Quel "solo", in apparenza così modesto,
è in realtà il segno della sua grandezza.
Una stele è una pietra tombale se non ci crediamo
anche noi, a questo Stato. Una stele è un omaggio
se invece anche noi vogliamo seguirne l'esempio. |
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