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e del fido Dell'Utri |
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| Un articolo
pubblicato sull'organo ufficiale della Lega Nord il
30 agosto 1998.
di Tiziana Lenzo, fonte: www.lapadania.com |
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È il quarto processo
palermitano a un uomo di peso nel mondo delle istituzioni
o dell'imprenditoria accusato di aver flirtato con Cosa
Nostra. Dopo Bruno Contrada, Giulio Andreotti e Calogero
Mannino, è il momento di Dell'Utri. Il primo titolo
sull'inchiesta compare nel giugno '96 quando i quotidiani
aprono con "Palermo indaga su Dell'Utri", ma
l'ex numero di Publitalia respinge le insinuazioni "È
tutto ridicolo".
A tirare in ballo il manager sono le dichiarazioni del
pentito Tullio Cannella, che in un interrogatorio del
novembre '95 riferisce un episodio che lo porterebbe a
dedurre contatti tra Dell'Utri e i fratelli Giuseppe e
Filippo Graviano. Il 30 ottobre, nove mesi dopo, la Procura
di Palermo ne chiede il rinvio a giudizio mentre nello
stesso procedimento viene archiviata la pozione di Berlusconi.
Il 20 maggio '97 il giudice per l'udienza preliminare
del tribunale di Palermo, Gioacchino Scaduto, dispone
il rinvio a giudizio. In 57 punti la montagna di accuse
che si riassumono in ruolo di «collegamento tra
Cosa Nostra, il mondo economico milanese, e il sistema
istituzionale, ruolo che avrebbe svolto ininterrottamente
dagli Sessanta al '95».
Dell'Utri parla di "un disegno perverso contro di
lui ordito dagli untori della giustizia, i cosiddetti
collaboratori, ruffiani per calcolo». Insieme con
lui dovrà presentarsi anche i presunti boss Gaetano
Cinà, rinviato a giudizio dell'ambito della stessa
inchiesta da cui invece è stato prosciolto Silvio
Berlusconi. Il 5 novembre '97 la prima udienza davanti
alla seconda sezione del Tribunale, presieduta da Leonardo
Guarnotta. Alla vigilia del processo con 36 pentiti si
innestano nuovi scenari: in procura si sentono anche il
presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri. Indagini
senza fine.
E vige il top secret sulla nuova inchiesta collegata a
Dell'Utri, quella di riciclaggio che vedrebbe indagato
anche Berlusconi, anche se i magistrati smentiscono. Il
faldone di accuse parte dalla giovinezza dell'imputato
Dell'Utri Marcello, nel lungo elenco dei testi che saliranno
sul pretorio citati dai pm, nomi di richiamo come lo stesso
Berlusconi, e giornalisti come Mentana, Giuliano Ferra,
Michele Santoro, Emilio Fede. Trentasei i collaboratori
di giustizia, tra loro Francesco Di Carlo e Angelo Siino.
Gli scenari ricostruiti dai magistrati richiamano un contesto
nel quale l'ombra di Dell'Utri graverebbe come il "cervello"
al servizio dei boss. Gli affari immobiliari nel centro
di Palermo, il riciclaggio del denaro sporco delle "famiglie",
gli incontri con mafiosi del calibro di Stefano Bontade
o Antonino Calderone, la protezione del presunto boss
Vittorio Mangano, sono i passaggi cruciali dell'inchiesta
sul deputato azzurro che tra anni fa senza il mandato
parlamentare avrebbe rischiato l'arresto.
La prima assunzione di Dell'Utri: i rapporti con la Banca
Rasini. All'inizio degli anni Sessanta, nel mezzo di un'attività
edilizia fiorente, comincia l'attività dell'imprenditore
Silvio Berlusconi, con le prime realizzazioni edilizie
a Brugherio. Fondamentale in questo primo periodo è
l'aiuto ricevuto alla Banca Rasini, dove lavorava il padre
dell'attuale leader di Forza Italia, e dal suo proprietario
Carlo Rasini. Berlusconi costituisce la Edilnord sas,
di cui è socio accomandatario. Risalgono a questo
periodo i primi rapporti di tipo economico e professionale
tra Berlusconi e Dell'Utri. Quest'ultimo viene assunto
una prima volta da Berlusconi, dal '64 al '65, presso
la Edilnord sas, in qualità di suo segretario.
Indagini svolte dalla Procura della repubblica di Milano
negli anni '70 hanno avvalorato l'ipotesi che la Banca
Rasini in quel periodo fosse crocevia di interessi della
malavita milanese in genere. Subito dopo questa prima
esperienza lavorativa, Marcello Dell'Utri, va via da Milano,
per stare a Roma negli anni '65-66 e '67, dove lavora
come direttore sportivo del centro Sportivo Elis, e successivamente
a Palermo dove lavora, con le stesse mansioni, presso
la società sportiva "Athletic Club Bagicalupo".
Rapisarda, il grande amico.
Da amico di Marcello Dell'Utri, ne diventa il suo più
grande accusatore. Il finanziere Filippo Alberto Rapisarda
racconta ai magistrati di Palermo di un presunto finanziamento
di venti miliardi nell'80 che sarebbe stato "erogato"
dal boss perdente Stefano Bontade e che avrebbe lasciato
qualche traccia nella contabilità di Reteitalia
spa, ma anche in quella delle ventitré holding
tutte di Berlusconi.
Rapisarda, dopo un primo interrogatorio dell'estate del
'96 in cui aveva sostenuto che Bontade gli avrebbe parlato,
nel '79, di dieci miliardi richiesti da Berlusconi e Dell'Utri
alla mafia palermitana per entrare in società nel
nascente Canale 5, parla ai giudici palermitani di una
presunta compagna denigratoria nei suoi confronti che
sarebbe stata effettuata dal quotidiano Il Giornale nel'97.
Poi ricorda ai pm di essere stato vittima di minacce ricevute
da parte di un "uomo" di statura piccola, tarchiato
e con una forte inflessione dialettale siciliana».
Rapisarda ricostruisce anche un presunto summit che sarebbe
avvenuto intorno all'80 a Parigi.
Un incontro riservato con il Boss Stefano Bontade e Marcello
Dell'Utri.
E sarebbe stato proprio durante questo summit mafioso,
che Dell'Utri avrebbe chiesto al capomafia una cifra stratosferica:
20 miliardi da girare al Cavaliere. Un "prestito"
che sarebbe dovuto servire ad aiutare il gruppo Fininvest,
allora in difficoltà. Rapisarda racconta ai magistrati
di un altro viaggio con l'ex manager di Publitalia. Un
volo aereo che risale al '93, con destinazione Catania,
a bordo di un aereo della Far. "All'arrivo
a Catania", racconta Rapisarda, «Dell'Utri
venne preso da una macchina che l'aspettava ed è
stato per i fatti suoi tutto il giorno. Alla fine, quando
siamo ripartiti, Dell'Utri mi disse che era andato ad
assicurarsi il "loro" apporto di voti e anche
un apporto finanziario. Mi disse anche che i soldi da
dove vengono, vengono, non hanno matrice...». Sollecitato
a spiegare che cosa significasse quel "loro",
Rapisarda chiarisce che «il tenore delle sue parole
fu per me una chiara allusione al fatto che egli aveva
avuto quelle assicurazioni da uomini di mafia».
Dice ancora di avere appreso in quell'occasione di un
altro "finanziamento" siciliano. Questa volta
di sette miliardi. Rapisarda cita anche l'ex ministro
Carlo Vizzini. «Dell'Utri è andato a trovare
il padre del ministro Vizzini, perché vi erano
dei problemi per le difficoltà del gruppo. Sempre
in quel caso mi disse che per risolvere le difficoltà
gli erano stati richiesti venti miliardi». E aggiunge:
«Non so se il denaro sia stato effettivamente consegnato,
certo è che le concessioni vennero rilasciate».
Rapisarda sarà sentito in aula il 22 settembre,
data di ripresa del processo.
Il sequestro delle contabilità delle 22 holding.Il
20 luglio scorso la Dia esegue il sequestro disposto con
decreto dalla procura palermitana. Un provvedimento che
suscita sconcerto e stupore fra i parlamentari del Polo.
Secondo i sostituti procuratori Nico Gozzo, Antonio Ingroia,
Mauro Terranova e Umberto De Giglio, nelle ventidue holding
del Cavaliere sarebbe finito, tramite Marcello Dell'Utri,
il denaro sporco dei boss di Cosa Nostra, Stefano Bontade
e Girolamo "Mimmo" Teresi. L'inchiesta è
quella sul riciclaggio dei soldi della mafia. Il fascicolo
della Procura della Repubblica di Palermo non ha intestazione,
solo un numero, "5677" che nasconde un'indagine
su vent'anni di vita finanziaria delle società
milanesi di Berlusconi. Il sequestro riguarda tutte le
scritture contabili delle ventidue holding che controllano
l'intero capitale della Fininvest. Diciotto anni in cui
Berlusconi ha accresciuto il suo capitale in maniera vertiginosa.
Ma lui, il Cavaliere, da tutta questa storia, continua
a restarne fuori. I pm palermitani dicono che il leader
di Forza Italia non risulta iscritto nel registro degli
indagati, il protagonista è sempre Dell'Utri. Il
provvedimento di sequestro, disposto con decreto della
Procura di Palermo, è stato infatti disposto nell'ambito
dell'indagine condotta dalla Procura di Palermo contro
l'ex manager di Publitalia. Ma anche contro l'imprenditore
Carlo Bernasconi, dirigente della società "Rea",
la Rete emittenti associate, entrambi sotto inchiesta
per riciclaggio in concorso con i boss di Cosa Nostra
Stefano Bontade e Girolamo "Mimmo" Teresi.
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