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| Una
lettera di Libero Grassi |
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Libero Grassi
fu il primo imprenditore palermitano ad opporsi alla mafia
che gli chiedeva il pizzo. In questa lettera, che fu pubblicata
dal Corriere della Sera il giorno dopo la sua uccisione
avvenuta il 29 agosto 1991, Grassi espone la sua storia:
ciò che si aspettava dai colleghi commercianti,
quello che secondo lui sarebbe dovuto accadere per combattere
con efficacia le mafie. Un documento ancora troppo attuale,
nonostante siano passati tredici anni.
Gennaio 2005 |
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Così iniziarono le telefonate minatorie:
"Attento al magazzino", "guardati
tuo figlio", "attento a te". Il mio
interlocutore si presentava come il geometra Anzalone,
voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi
a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio.
Non avendo intenzione di pagare una tangente alla
mafia, decisi di denunciarli. |
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La "Sigma" è un'azienda sana, a conduzione
familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami,
boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo
in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini.
Il nostro giro d'affari è pari a 7 miliardi annui.
Evidentemente è stato proprio l'ottimo stato di
salute dell'impresa ad attirare la loro attenzione.
La prima volta mi chiesero i soldi per i "poveri
amici carcerati", i "picciotti chiusi all'Ucciardone".
Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no.
Mi rifiutai di pagare.
Così iniziarono le telefonate minatorie: "Attento
al magazzino", "guardati tuo figlio", "attento
a te". Il mio interlocutore si presentava come il
geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi
di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare
il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente
alla mafia, decisi di denunciarli.
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al "Giornale
di Sicilia" che iniziava così: "Caro
estortore...". La mattina successiva qui in fabbrica
c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio
di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi
dell'azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono
due tipi strani. Dissero di essere "ispettori di
sanità". Fuori però c'era l'auto della
polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti
i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare
riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato
in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia
e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito
le medesime descrizioni. Gli esattori del "pizzo",
i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra
Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio
e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo
insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione;
il presidente provinciale dell'Associazione industriali,
Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo
chiasso. Una "tamurriata" come si dice qui.
E questo, detto dal rappresentante della Confindustria
palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio
le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È
facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive.
Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al
magazzino si può rispondere picche.
Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione
industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo
che costerebbe troppo. Non credo però si tratti
di un problema finanziario, è necessaria una volontà
politica.
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di
polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana.
Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio
che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero
solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori
siciliani che ci si può ribellare.
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò
che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore
di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito
con una sentenza che non è reato pagare la "protezione"
ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo
infatti è stato legittimato con il verdetto dello
Stato il pagamento delle tangenti. Così come la
resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che
qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la
mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni
dei boss. Ormai nessuno è più colpevole
di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce
agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento;
e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me
hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali
che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno
messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve
essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda. |
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