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Le ombre della gestione Caselli, sei anni da dimenticare,
ma purtroppo non ancora dimenticati a causa del
colpo micidiale che hanno inferto alla lotta alla
mafia impostata da Falcone e Borsellino. |
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Il vostro Red. Corr. direbbe: “Recensire Repubblica
e l’Unità e trovare la buca delle lettere
della sinistra giudiziaria della procura di Palermo”.
Bastava infatti aprire i due quotidiani “d’area”
lo scorso venerdì per trovare due articoli fotocopia,
a firma di Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, elaborati
con fine perizia e foga partigiana per amplificare la
levata di scudi dell’ala sinistra della procura
di Palermo.
Per tentare di colpire il procuratore capo Pietro Grasso
in quella che è invece una delle sue maggiori
virtù: il modus operandi all’insegna della
discrezione e dell’autonomia, sempre adoperate
per fugare sul nascere ogni possibile rischio che a
Palermo tornassero ad aggirarsi fantasmi del passato.
Le ombre della gestione Caselli, sei anni da dimenticare,
ma purtroppo non ancora dimenticati a causa del colpo
micidiale che hanno inferto alla lotta alla mafia impostata
da Falcone e Borsellino.
Un periodo che passerà alla storia per la gestione
strumentale dei pentiti, per le spese pazze e inutili,
per le enormi risorse pubbliche messe in campo al fine
di costruire e portare avanti teoremi politico-giudiziari,
finiti come tutti sappiamo. Senza peraltro che i geometri
di tali teoremi abbiano dovuto scontare alcunché
per gli errori commessi. Una fase in cui la mafia non
solo non ha abbassato la testa per un solo momento,
ma l’ha rialzata con fierezza ed è potuta
entrare a palazzo di Giustizia con la veste di accusatrice.
Bene ha fatto il Consiglio superiore della magistratura
a fissare un tetto massimo per la permanenza nella Direzione
distrettuale antimafia. Restare più del dovuto
all’interno di un organismo di potere di tali
dimensioni farebbe cadere in tentazione un santo, figurarsi
chi santo non è. Anche se a volte vorrebbe far
credere di esserlo. Una permanenza a oltranza nella
Dda creerebbe un “grumo di potere” inaccettabile
per un’istituzione di tale delicatezza.
E quindi, al di là delle appartenenze correntizie,
coloro che hanno superato il tetto massimo per restare
nella Dda devono andar via, checché ne dicano
i “giudiziariamente corretti” di turno.
Devono andar via una volta raggiunto un limite di permanenza
valicato il quale la tentazione di fare del proprio
ruolo uno strumento di potere potrebbe non essere più
contenibile. La levata di scudi della sinistra giudiziaria
– veicolata da pennini di lusso sulla Repubblica
e sull’Unità– conferma, senza possibilità
di dubbio, che vi è l’obbiettivo di strumentalizzare
politicamente la Direzione antimafia di Palermo.
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