Lettera al Foglio
Una lettera al direttore de "Il Foglio" scritta dal deputato di Alleanza Nazionale Enzo Fragalà.
pubblicata su "Il Foglio" del 9 luglio 2003
di Enzo Fragalà
Le ombre della gestione Caselli, sei anni da dimenticare, ma purtroppo non ancora dimenticati a causa del colpo micidiale che hanno inferto alla lotta alla mafia impostata da Falcone e Borsellino.

Il vostro Red. Corr. direbbe: “Recensire Repubblica e l’Unità e trovare la buca delle lettere della sinistra giudiziaria della procura di Palermo”.

Bastava infatti aprire i due quotidiani “d’area” lo scorso venerdì per trovare due articoli fotocopia, a firma di Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, elaborati con fine perizia e foga partigiana per amplificare la levata di scudi dell’ala sinistra della procura di Palermo.

Per tentare di colpire il procuratore capo Pietro Grasso in quella che è invece una delle sue maggiori virtù: il modus operandi all’insegna della discrezione e dell’autonomia, sempre adoperate per fugare sul nascere ogni possibile rischio che a Palermo tornassero ad aggirarsi fantasmi del passato. Le ombre della gestione Caselli, sei anni da dimenticare, ma purtroppo non ancora dimenticati a causa del colpo micidiale che hanno inferto alla lotta alla mafia impostata da Falcone e Borsellino.

Un periodo che passerà alla storia per la gestione strumentale dei pentiti, per le spese pazze e inutili, per le enormi risorse pubbliche messe in campo al fine di costruire e portare avanti teoremi politico-giudiziari, finiti come tutti sappiamo. Senza peraltro che i geometri di tali teoremi abbiano dovuto scontare alcunché per gli errori commessi. Una fase in cui la mafia non solo non ha abbassato la testa per un solo momento, ma l’ha rialzata con fierezza ed è potuta entrare a palazzo di Giustizia con la veste di accusatrice.

Bene ha fatto il Consiglio superiore della magistratura a fissare un tetto massimo per la permanenza nella Direzione distrettuale antimafia. Restare più del dovuto all’interno di un organismo di potere di tali dimensioni farebbe cadere in tentazione un santo, figurarsi chi santo non è. Anche se a volte vorrebbe far credere di esserlo. Una permanenza a oltranza nella Dda creerebbe un “grumo di potere” inaccettabile per un’istituzione di tale delicatezza.

E quindi, al di là delle appartenenze correntizie, coloro che hanno superato il tetto massimo per restare nella Dda devono andar via, checché ne dicano i “giudiziariamente corretti” di turno. Devono andar via una volta raggiunto un limite di permanenza valicato il quale la tentazione di fare del proprio ruolo uno strumento di potere potrebbe non essere più contenibile. La levata di scudi della sinistra giudiziaria – veicolata da pennini di lusso sulla Repubblica e sull’Unità– conferma, senza possibilità di dubbio, che vi è l’obbiettivo di strumentalizzare politicamente la Direzione antimafia di Palermo.

> documenti > torna su

In cerca di legalità,
di Gian Franco Caselli

Articoli e pubblicazioni
Testi inviati a Cuntrastamu o tratti dai mezzi di informazione
Sentenze e atti processuali
Istituzioni
Leggi, decreti, relazioni
Storia
Articoli riguardanti persone o eventi del passato
Studi statistici
Lavori prodotti da Istituti di studio dei fenomeni sociali