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| I
SIciliani |
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L'articolo della
rivista "I Siciliani" in cui la redazione saluta
il proprio direttore Giuseppe Fava, appena
ucciso dalla mafia catanese.
da "I Siciliani", gennaio
1984 |
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La
mafia, a Catania, c'è o non c'è? «Ma
no... al massimo un po' di delinquenza...»
(il signor Prefetto). «Cristo se c'è!
E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce peggio
di Napoli» (I Siciliani) |
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Pippo Fava ha scritto un sacco di libri, e cose di teatro
anche. Però Pippo Fava non è mica uno importante.
Per esempio, arriva una entoventiquattro scassata, dalla
centoventiquattro esce uno con la faccia da saraceno e
un'Esportazione che gli pende da un angolo della bocca
e ride e quello è Pippo Fava.
Bene, un giorno a Pippo Fava gli dicono di fare un giornale,
è una faccenda strana affidare un giornale a Fava
che, dice la gente perbene, è uno che non si sa
mai che scherzi ti combina: comunque il giornale c'è,
si chiama il Giornale del Sud e subito Pippo Fava lo riempie
di ragazzi senza molta carriera ma in compenso mezzi matti
come lui. «Tu, come ti chiami?». «Così
e cosà». «E cosa vorresti fare?».
«Mah, politica estera...». «Ok, cronaca
nera».
La cronaca, al Giornale del Sud, la si fa all'avventura.
Non si conosce nessuno, si parte proprio da zero. Ci sono
storie divertenti, tipo quella del povero emarginato napoletano
che arriva in redazione e tutti fanno i pezzi commoventi
sul povero emarginato e poi arriva Lizzio dalla questura
per un paio di stupri... Si chiude alle tre di notte;
non si "buca" una notizia. Con grande stupore,
i catanesi apprendono che a Catania c'è una cosa
che si chiama mafia. E che Catania è divenuta un
centro del traffico di droga.
Dopo qualche mese, un attentato: un chilo di tritolo.
Ma si va avanti.
La faccenda dura un anno. Poi succedono tre cose. La prima
è che gli americani decidono che la Sicilia va
bene per coltivarci missili. E questo a Fava non va bene,
e lo scrive. La seconda che a Milano acchiappano un grosso
mafioso, Ferlito, parente di un assessore e uomo di molto
rispetto; e anche qua, Fava si comporta piuttosto - come
dire - maleducatamente. La terza è che nella proprietà
del giornale arrivano amici nuovi, uno dei quali è
- ok, avvocato, niente nomi - un importante imprenditore
catanese coinvolto nel caso Sindona e un altro un importante
politico catanese coinvolto nell'assessorato all'agricoltura.
Telegramma all'illustrissimo dottor Fava: «Comunichiamo
con rincrescimento a vossignoria illustrissima che il
giornale ora ha un altro direttore». I matti, i
ragazzi della redazione vogliamo dire, occupano il giornale.
L'occupazione dura una settimana, durante la quale gli
occupanti ricevono la solidarietà di alcuni tipografi,
di una telefonista, di un guardiano notturno e di un ragazzino
dell'Ansa (a pensarci, anche un giornalista ha telefonato,
allora). Poi arriva il sindacato e, molto ragionevolmente,
l'occupazione finisce.
Senza Fava finisce anche, e alla svelta, il Giornale del
Sud (perché non-leggere le stesse notizie su un
giornale nuovo, se puoi già non-leggerle su quello
vecchio?). Ma Fava nel frattempo non s'è stato
con le mani in mano. Ha raccolto una decina dei "suoi"
matti: «Si fa un giornale». Come, quando e
se si farà non lo sa nessuno. Ma intanto si mette
su una bella redazione, con le sue brave "lettera
ventidue" scassate.
Chi è disposto a investire qualche centinaio di
milioni su due "lettera ventidue" scassate,
dieci matti fra i venti e i venticinque anni e uno di
sessanta? Ovviamente, nessuno. D'altra parte dopo l'esperienza
del GdS Fava e i suoi, a sentir parlare di padroni, si
mettono a bestemmiare. Allora si mette su una bella cooperativa
- «Radar!». «E che vuol dire?».
«Suona bene!» - si disegna un bellissimo stemmino
per la cooperativa e si firmano alcune tonnellate di cambiali.
Due mesi dopo arrivano due bellissime Roland di seconda
mano, offset bicolori settanta/cento, e Fava se le cova
con lo sguardo che se invece di essere due offset fossero
due turiste svedesi lo denuncerebbero per stupro.
A fine novembre, Pippo Fava arriva in redazione, schiaccia
l'Esportazione nel portacenere e fa: «Ragazzi, si
fa il giornale». «Quando?» «Con
quali soldi?» «Io faccio il pezzo sulla Procura!»
«Come lo chiamiamo?» «Io ho un'idea
per il pezzo di colore» «Ma i soldi...».
La vigilia di Natale, le Roland sputano una cosa rettangolare
con scritto su «I Siciliani». Anno uno, numero
uno, i cavalieri di Catania e la mafia, la donna e l'amore
nel sud. Un tipografo porta il pupo in redazione. «Be',
potrebbe anche andare» fa uno dei redattori con
nonchalanche, e subito dopo si mette a ballare.
Il giornale arriva in edicola alle nove di mattina. A
mezzogiorno non ce n'è più (a piazza della
Guardia, dicono, due fanno a cazzotti per l'ultima copia:
ma onestamente non ne abbiamo le prove). Si brinda nei
bicchieri di plastica, e si prepara il numero due; nel
cassetto i mazzi di cambiali sembrano meno minacciosi.
Ed è passato un anno. La mafia, a Catania, c'è
o non c'è? «Ma no... al massimo un po' di
delinquenza...» (il signor Prefetto). «Cristo
se c'è! E sbrigatevi a fare qualcosa che qui finisce
peggio di Napoli» (I Siciliani). E quel signore,
come si chiama quel signore là? «Noto pregiudicato...»
(la stampa per bene). «Santapaola Benedetto, detto
Nitto, MAFIOSO!» (I Siciliani). E i missili, dite
un po', vi dispiace se lascio un paio di missili nel sottoscala?
«Ma prego, si figuri, come fosse a casa sua!».
«Ahò! Ca quali méssili e méssili!
I cutiddati a' casa vostra, si vvi l'aviti a ddàri!»
E i cavalieri, vediamo un po'; anzi, i Cavalieri? «Ecco
dunque cioè nella misura in cui ma però...
AIUTO diffamano Catania!» «I cavalieri catanesi
alla conquista di Palermo con la tolleranza della mafia.
Firmato Dalla Chiesa. Noi stiamo con Dalla Chiesa».
Ed è passato un anno.
C'è un ragazzino, a Montepò, che ancora
non sa bene se andrà a fare il suo primo scippo
o no. C'è una vecchia, in via della Concordia,
che è rimasta fuori dall'ospedale perché
non c'era posto. C'è una tizia, a viale Regione
Siciliana, che costa ventimila lire ed ha quattordici
anni. C'è un manovale, alla zona industriale, che
ci ha rimesso una mano e dicono che la colpa è
sua. C'è uno sbirro, in viale Giafaar, che ha una
bambina a casa ma va di pattuglia lo stesso. C'è
una bambina, da qualche parte allo Zen, che forse diventerà
una puttana e forse una donna felice. E c'è un'altra
bambina, in un cortile pieno di sole, e ora Pippo Fava
prende in braccio la bambina e la bambina ride. «Nonno,
nonno, ora faccio l'attrice». «Qualche
volta mi devi spiegare chi ce lo fa fare, perdìo.
Tanto, lo sai come finisce una volta o l'altra: mezzo
milione a un ragazzotto qualunque e quello ti aspetta
sotto casa... Beh, te lo prendi un caffé? E l'occhiello,
vedi che dieci righe per un occhiello a una colonna sono
troppe».
Forse mezzo milione, forse di più: il tizio, con
l'altro tizio e quello che doveva dare il segnale, era
là ad aspettare e ha alzato la 7,65 e ha sparato.
Professionale. Certo, in una villa di Catania, s'è
brindato, quella notte. Forse ha avuto il tempo di guardarlo
negli occhi. Non pensiamo spaventato. Forse, impietosito.
Sapendo benissimo che il tizio pagato - uscito forse da
un miserabile quartiere, uno di quelli che lui non era
riuscito a salvare - sparava anche contro se stesso, contro
la propria eventuale speranza. Forse ha pensato che un
giorno o l'altro quelli che venivano dopo di lui ci sarebbero
riusciti a farli smettere di sparare, a... Ma forse non
gliene hanno dato il tempo.
E questo è tutto. Ok, ringraziamo tutti quanti,
grazie di cuore a tutti. Adesso dobbiamo ricominciare
a lavorare, c'è ancora un sacco di lavoro da fare
per i prossimi dieci anni. Mica possiamo tirarci indietro
con la scusa che è morto uno di noi. Se qualcuno
vuole dare una mano ok, è il benvenuto, altrimenti
facciamo da soli, tanto per cambiare.
Va bene così, direttore?
Elena Brancati, Cettina Centamore, Santo Cultrera,
Claudio Fava, Agrippino Gagliano, Miki Gambino, Giovanni
Iozzia, Rosario Lanza, Nanni Maione, Riccardo Orioles,
Nello Pappalardo, Tiziana Pizzo, Giovanna Quasimodo, Antonio
Roccuzzo, Fabio Tracuzzi, Lillo Venezia. |
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