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| Il
processo per concorso esterno in associazione mafiosa
contro Marcello Dell'Utri |
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Le tappe del
processo a Dell'Utri in una ricostruzione cronologica
basata su Repubblica e Corriere della Sera, dicembre
2004
a cura di Maria Mazzei |
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Secondo i collaboratori Salvatore Cancemi e Calogero
Ganci, Dell'Utri avrebbe versato annualmente 200
milioni di lire a Cosa Nostra.
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Il collaboratore Nino
Giuffrè afferma che dopo l'assassinio di
Salvo Lima, Cosa nostra ritenne che Forza Italia
desse più garanzie. |
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2 GENNAIO 1996: la Procura di Palermo
apre un'inchiesta su Marcello Dell'Utri, in seguito alle
dichiarazioni del pentito Tullio Cannella. Da un costruttore
legato alla mafia, il pentito aveva dedotto che i fratelli
Graviano, capimafia di Brancaccio, avevano rapporti con
il manager Fininvest.
Nell'ambito del processo «Orsa Maggiore» che
si svolge a Catania, il pentito catanese Maurizio Avola
dichiara di aver saputo dal mafioso Salvatore Tuccio che
Dell'Utri incontrò il boss Aldo Ercolano, del clan
Santapaola, per chiederne la protezione in cambio di una
quota della Standa.
20 GIUGNO 1996: Dell'Utri è invitato
a comparire in Procura per rispondere di concorso esterno
in associazione mafiosa. Diversi pentiti, tra cui Calogero
Ganci, lo accusano di avere avuto rapporti con mafiosi,
tra i quali Vittorio Mangano, proposto da Dell'Utri nel
1974 come stalliere nella villa di Berlusconi ad Arcore,
e poi assunto.
La Procura di Palermo interroga per 11 ore Marcello Dell'Utri,
indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
I pm gli contestano una dichiarazione del pentito Antonino
Calderone, secondo cui nel 1976 avrebbe messo a disposizione
una casa a Milano per un incontro cui mafiosi.
LUGLIO 1996: nuovo interrogatorio di
10 ore per Dell'Utri. Nega che la Fininvest abbia pagato
mafiosi e di aver conosciuto Stefano Bontate e gli altri
mafiosi di cui parla Calderone, mentre ammette di conoscere
Gaetano Cinà, coimputato nel processo, da una vita.
Secondo i pentiti Salvatore Cancemi e Calogero Ganci,
Dell'Utri avrebbe versato annualmente 200 milioni di lire
a Cosa Nostra.
AGOSTO 1996: rese note le dichiarazioni
di Filippo Alberto Rapisarda e di altri pentiti su un
progetto di rapimento, a metà degli anni '70, del
figlio di Silvio Berlusconi, Piersilvio, da parte di alcuni
mafiosi catanesi. Il sequestro non si realizzò
perchè Pippo Bono e Gaetano Fidanzati avrebbero
detto che Berlusconi era una persona intoccabile. Rapisarda
ha dichiarato che ci fu la mediazione di Marcello Dell'Utri.
SETTEMBRE 1996: chiesto dalla Procura
di Palermo il rinvio a giudizio di Gaetano Cinà
per concorso in associazione mafiosa. È indagato
nell'ambito dell'inchiesta su Dell'Utri: sarebbe stato
l'esattore delle somme estorte alla Fininvest.
OTTOBRE 1996: richiesto dalla Procura
di Palermo il rinvio a giudizio per Marcello Dell'Utri,
per concorso in associazione mafiosa. Acquisite anche
le dichiarazioni del pentito Gioacchino Pennino secondo
cui i miliardi di Cosa nostra sarebbero stati riciclati
anche da Dell'Utri.
FEBBRAIO 1997: acquisite dalla Procura
di Palermo nuove accuse contro Dell'Utri, rinviato a giudizio
per concorso in associazione mafiosa. In un libro mastro
trovato in casa di Salvatore Biondino ci sarebbe l'indicazione
«Can. 5» e di una somma di denaro: per il
pentito Giovan Battista Ferrante si tratterebbe di soldi
pagati da Fininvest. I pentiti Francesco Di Carlo e Salvatore
Cocuzza hanno parlato di nuovi contatti tra Dell'Utri
e Cosa nostra, mentre Francesco Onorato ha riferito di
una valigia piena di soldi spedita negli anni '80 a Milano.
AGOSTO 1997: al processo per associazione
mafiosa contro Vittorio Mangano, il collaboratore di giustizia
Francesco Di Carlo dichiara di aver conosciuto Silvio
Berlusconi nel 1974, quando fu ricevuto assieme a Stefano
Bontate e Mimmo Teresi nello studio di Marcello Dell'Utri,
e che fin dal 1979 la Fininvest avrebbe pagato mensilmente
una tangente a Cosa Nostra.
SETTEMBRE 1997: Calogero Ganci e Francesco
Paolo Anzelmo, al processo contro Vittorio Mangano, confermano
gli incontri di Dell'Utri con mafiosi, cui avrebbe chiesto
aiuto per fronteggiare le richieste della famiglia di
Santa Maria di Gesù.
Depositati agli atti dei processi contro Giulio Andreotti
e Dell'Utri i verbali delle deposizioni di Angelo Siino
sui rapporti di mafiosi con Dell'Utri, sulle tangenti
pagate per i ripetitori e per la Standa.
NOVEMBRE 1997: inizia a davanti alla
seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, presieduta
da Leonardo Guarnotta, il processo a carico di Marcello
Dell'Utri, imputato di concorso esterni in associazione
mafiosa, e di Gaetano Cinà, accusato di aver fatto
da tramite tra Dell'Utri e gli ambienti di Cosa Nostra.
Il Comune e la Provincia si costituiscono parte civile.
GIUGNO 1998: i collaboratori di giustizia
Tony Calvaruso e Salvatore Ciulla dicono di non avere
mai saputo nulla di rapporti tra l'ex manager Fininvest
e uomini di Cosa Nostra. Calvaruso però afferma
che Leoluca Bagarella, non ritenendo possibile fondare
il movimento politico «Sicilia Libera», indicò
di votare Forza Italia.
SETTEMBRE 1998: Rapisarda dichiara che
la Fininvest ebbe circa 30 miliardi di lire da Stefano
Bontade e Mimmo Teresi, tramite Dell'Utri.
OTTOBRE 1998: Rapisarda afferma che Dell'Utri
conosceva l'esattore Nino Salvo da cui avrebbe ricevuto
5 miliardi di lire.
FEBBRAIO 1999: Tommaso Buscetta in videoconferenza
dichiara di non avere conosciuto l'imputato e Silvio Berlusconi,
e di conoscere invece Vittorio Mangano, ma di non avere
mai saputo che avesse lavorato per Berlusconi, nè
delle attività di Bontate.
MARZO 1999: inviata dal gip di Palermo
alla Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera
la richiesta di arresto per Dell'Utri, accusato di avere
tentato di inquinare le prove del processo con l'aiuto
dei collaboratori di giustizia Giuseppe Chiofalo, di Messina,
e Cosimo Cirfeta, pugliese. I due avrebbero dovuto cercare
di convincere altri pentiti a smentire quelli che accusavano
l'esponente di Forza Italia.
APRILE 1999: inviati alla Camera nuovi
atti a supporto della richiesta di arresto per Dell'Utri.
Sono fotografie in cui lo si vede entrare con una valigetta
nella casa del collaboratore di giustizia Giuseppe Chiofalo,
dove è stata poi trovata la somma di 80 milioni:
secondo i Pm il compenso per i tentativi di screditare
i collaboratori accusatori del deputato.
Respinta dalla Giunta per le autorizzazioni a procedere
la richiesta di arresto per Marcello Dell'Utri.
Inviato alla Camera dalla Procura di Palermo il verbale
di un nuovo interrogatorio del collaboratore Giuseppe
Chiofalo che nega di avere ricevuto denaro dal politico,
ma ammette di averlo incontrato e di avere ricevuto promesse
di aiuto nel caso avesse confermato le dichiarazioni favorevoli
del collaboratore Cosimo Cirfeta.
Negata dalla Camera dei deputati l'autorizzazione all'arresto
di Marcello Dell'Utri.
LUGLIO 1999: il teste d'accusa Rocco
Remo Morgana, dice di non conoscere Dell'Utri, parla del
suo ex socio Rapisarda come di «un truffatore e
moralmente assassino», affermando di avere visto
entrare molti mafiosi nel suo palazzo a Milano «non
per incontrare Dell'Utri, ma per parlare con Rapisarda».
Approvata dalla Camera la richiesta dei magistrati di
Palermo di autorizzazione a utilizzare le intercettazioni
nel processo contro Dell'Utri per estorsione tentata e
aggravata nei confronti di collaboratori di giustizia.
MARZO 2000: archiviata per scadenza dei
termini, su richiesta della Procura di Palermo, l'inchiesta
su Marcello Dell'Utri e sul manager Fininvest Carlo Bernasconi,
accusati di riciclaggio di denaro in concorso con i capimafia
Bontate e Teresi.
NOVEMBRE 2001: il collaboratore di giustizia
Claudio Severino Samperi, uno degli autori dell'incendio
alla Standa di Catania avvenuto nel 1991, dichiara che
si volle «dare una lezione» al presidente
della Standa Berlusconi che «aveva fatto sapere
che non si sarebbe mai piegato ai ricatti della mafia».
GENNAIO 2003: il collaboratore di giustizia
Nino Giuffrè (sentito come teste) dichiara di aver
saputo da Michele Greco che il capomafia Stefano Bontade,
con la scusa di andare a trovare Vittorio Mangano, allora
stalliere ad Arcore, incontrava Berlusconi. Giuffrè
afferma anche che dopo l'assassinio di Salvo Lima, Cosa
nostra ritenne che Forza Italia desse più garanzie.
LUGLIO 2003: l'ex collaboratore Salvatore
Contorno, ascoltato come testimone smentisce Salvatore
Cancemi, secondo cui lo stesso Contorno avrebbe passato
una parte della latitanza ad Arcore.
APRILE 2004: inizia la requisitoria dei
pubblici ministeri Antonio Ingroia e Domenico Gozzo.
GIUGNO 2004: dopo 18 udienze di requisitoria
i pm chiedono la condanna ad 11 anni per Dell'Utri; 9
anni invece per Gaetano Cinà, ritenuto il tramite
fra lui e Cosa nostra.
Al via l'arriga del collegio difensivo.
NOVEMBRE 2004: dopo 25 udienze i legali
di Marcello Dell'Utri concludono chiedendone l'assoluzione
con formula piena.
Gli avvocati che rappresentano il Comune e la Provincia
di Palermo, parte civile nel processo, chiedono un risarcimento
di 5 milioni di euro.
E' è il giorno dell'ultima udienza prima della
camera di consiglio, e delle dichiarazioni spontanee dell'imputato
Dell'Utri. Parla davanti ai giudici per 90 minuti, rivendica
la sua innocenza, dice di aver considerato il processo
come «una malattia» da cui curarsi e guarire,
e conclude: «Credo che sarò assolto perchè
non vedo elementi per una condanna». Poi il Tribunale
di Palermo, presieduto da Leonardo Guarnotta, si ritira
in camera di consiglio nell'aula bunker del carcere di
Pagliarelli.
DICEMBRE 2004: La sentenza emessa dal
Tribunale di Palermo, presieduto da Leonardo Guarnotta
(giudici a latere Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari)
dichiara "Dell'Utri Marcello e Cinà Gaetano
colpevoli dei reati loro rispettivamente contestati e
ritenuta la continuazione tra gli stessi, condanna Dell'Utri
Marcello alla pena di anni 9 di reclusione e Cinà
Gaetano alla pena di anni 7 di reclusione". "Entrambi
gli imputati sono interdetti in perpetuo dai pubblici
uffici, nonché in stato di interdizione legale
durante l'esecuzione della pena". E quando la sentenza
sarà espiata, Dell'Utri e Cinà saranno sottoposti
alla "misura di sicurezza della libertà vigilata
per la durata di anni due". E' il provvedimento che
i giudici applicano ai condannati per mafia che risultano
particolarmente pericolosi. |
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