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Oggi
mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche
in Sicilia, e questa è davvero una svolta
storica. E' finita la Mafia geograficamente definita
della Sicilia occidentale. |
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"Come combatto contro la mafia "
"E' una delinquenza
cauta ,che ti misura che ti ascolta…"
PALERMO - La Mafia non fa vacanza, macina ogni giorno
i suoi delitti; tre morti ammazzati giovedì 5
fra Bagheria, Casteldaccia e Altavilla Milicia, altri
tre venerdì, un morto e un sequestrato sabato,
ancora un omicidio domenica notte, sempre lì,
alle porte di Palermo, mondo arcaico e feroce che ignora
la Sicilia degli svaghi, del turismo internazionale,
del "wind surf" nel mare azzurro di Mondello.
Ma è soprattutto il modo che offende, il "segno"
che esso dà al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
e allo Stato: i killer girano su potenti motociclette,
sparano nel centro degli abitati, uccidono come gli
pare, a distanza di dieci minuti da un delitto all'altro.
Dalla Chiesa è nero: "Da oggi la zona sarà
presidiata, manu militari. Non spero certo di catturare
gli assassini ad un posto di blocco, ma la presenza
dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa
deve cessare".
Che arroganza generale?
"A un giornalista devo dirlo? uccidono in pieno
giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano
fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio
in una strada centrale di Palermo".
Questo Dalla Chiesa in doppio petto blu prefettizio
vive con un certo disagio la sua trasformazione: dai
bunker catafratti di Via Moscova, in Milano, guardati
da carabinieri in armi, a questa villa Wittaker, un
po' lasciata andare, un po' leziosa, fra alberi profumati,
poliziotti assonnati, un vecchio segretario che arriva
con le tazzine del caffè e sorride come a dire:
ne ho visti io di prefetti che dovevano sconfiggere
la Mafia.
Generale, vorrei farle una domanda pesante.
Lei è qui per amore o per forza? Questa quasi
impossibile scommessa contro la Mafia è sua o
di qualcuno altro che vorrebbe bruciarla? Lei cosa è
veramente, un proconsole o un prefetto nei guai?
"Beh, sono di certo nella storia italiana il primo
generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto
al governo: una prefettura come prefettura, anche se
di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta
contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i
poteri per vincerla nell'interesse dello Stato".
Credevo che il governo si fosse impegnato, se
ricordo bene il Consiglio dei Ministri del 2 aprile
scorso ha deciso che lei deve "coordinare sia sul
piano nazionale che su quello locale" la lotta
alla Mafia.
"Non mi risulta che questi impegni siano stati
ancora codificati".
Vediamo un po' generale, lei forse vuol dirmi
che stando alla legge il potere di un prefetto è
identico a quello di un altro prefetto ed è la
stessa cosa di quello di un questore. Ma è implicito
che lei sia il sovrintendente, il coordinatore.
"Preferirei l'esplicito".
Se non ottiene l'investitura formale che farà?
Rinuncerà alla missione?
"Vedremo a settembre. Sono venuto qui per dirigere
la lotta alla Mafia, non per discutere di competenze
e di precedenze. Ma non mi faccia dire di più".
No, parliamone, queste faccende all'italiana
vanno chiarite. Lei cosa chiede? Una sorta di dittatura
antimafia? I poteri speciali del prefetto Mori?
"Non chiedo leggi speciali, chiedo chiarezza. Mio
padre al tempo di Mori comandava i carabinieri di Agrigento.
Mori poteva servirsi di lui ad Agrigento e di altri
a Trapani a Enna o anche Messina, dove occorresse. Chiunque
pensasse di combattere la Mafia nel "pascolo"
palermitano e non nel resto d'Italia non farebbe che
perdere tempo".
Lei cosa chiede? L'autonomia e l'ubiquità
di cui ha potuto disporre nella lotta al terrorismo?
"Ho idee chiare, ma capirà che non è
il caso di parlarne in pubblico. Le dico solo che le
ho già, e da tempo, convenientemente illustrate
nella sede competente. Spero che si concretizzino al
più presto. Altrimenti non si potranno attendere
sviluppi positivi".
Ritorna con la Mafia il modulo antiterrorista?
Nuclei fidati, coordinati in tutte le città calde?
Il generale fa un gesto con la mano, come a dire, non
insista, disciplina giovinetto: questo singolare personaggio
scaltro e ingenuo, maestro di diplomazie italiane ma
con squarci di candori risorgimentali. Difficile da
capire.
Generale, noi ci siamo conosciuti qui negli
anni di Corleone e di Liggio, lei è stato qui
fra il '66 e il '73 in funzione antimafia, il giovane
ufficiale nordista de "Il giorno della civetta".
Che cosa ha capito allora della Mafia e che cosa capisce
oggi, 1982?
"Allora ho capito una cosa, soprattutto: che l'istituto
del soggiorno obbligatorio era un boomerang, qualcosa
superato dalla rivoluzione tecnologica, dalle informazioni,
dai trasporti. Ricordo che i miei corleonesi, i Liggio,
i Collura, i Criscione si sono tutti ritrovati stranamente
a Venaria Reale, alle porte di Torino, a brevissima
distanza da Liggio con il quale erano stati da me denunziati
a Corleone per più omicidi nel 1949. Chiedevo
notizie sul loro conto e mi veniva risposto: "
Brave persone". Non disturbano. Firmano regolarmente.
Nessuno si era accorto che in giornata magari erano
venuti qui a Palermo o che tenevano ufficio a Milano
o, chi sa, erano stati a Londra o a Parigi".
E oggi ?
"Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia,
anche in Sicilia, e questa è davvero una svolta
storica. E' finita la Mafia geograficamente definita
della Sicilia occidentale. Oggi la Mafia è forte
anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista
di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana,
le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano
a Palermo. Lei crede che potrebbero farlo se dietro
non ci fosse una nuova mappa del potere mafioso?"
Scusi la curiosità, generale. Ma quel
Ferlito mafioso, ucciso nell'agguato sull'autostrada,
si quando ammazzarono anche i carabinieri di scorta,
non era il cugino dell'assessore ai lavori pubblici
di Catania?
"Si ".
E come andiamo generale, con i piani regolatori
delle grandi città? E' vero che sono sempre nel
cassetto dell'assessore al territorio e all'ambiente?
"Così mi viene denunziato dai sindaci costretti
da anni a tollerare l'abusivismo".
IL CASO MATTARELLA
Senta generale, lei ed io abbiamo la stessa
età e abbiamo visto, sia pure da ottiche diverse,
le stesse vicende italiane, alcune prevedibili, altre
assolutamente no. Per esempio che il figlio di Bernardo
Mattarella venisse ucciso dalla Mafia. Mattarella junior
è stato riempito di piombo mafioso. Cosa è
successo, generale?
"E' accaduto questo: che il figlio, certamente
consapevole di qualche ombra avanzata nei confronti
del padre, tutto ha fatto perché la sua attività
politica e l'impegno del suo lavoro come pubblico amministratore
fossero esenti da qualsiasi riserva. E quando lui ha
dato chiara dimostrazione di questo suo intento, ha
trovato il piombo della Mafia. Ho fatto ricerche su
questo fatto nuovo: la Mafia che uccide i potenti, che
alza il mirino ai signori del "palazzo". Credo
di aver capito la nuova regola del gioco: si uccide
il potente quando avviene questa combinazione fatale,
è diventato troppo pericoloso ma si può
uccidere perché è isolato".
Mi spieghi meglio.
"Il caso di Mattarella è ancora oscuro,
si procede per ipotesi. Forse aveva intuito che qualche
potere locale tendeva a prevaricare la linearità
dell'amministrazione. Anche nella DC aveva più
di un nemico. Ma l'esempio più chiaro è
quello del procuratore Costa, che potrebbe essere la
copia conforme del caso Coco".
Lei dice che fra filosofia mafiosa e filosofia
brigatista esistono affinità elettive?
"Direi di si. Costa diventa troppo pericoloso quando
decide, contro la maggioranza della procura, di rinviare
a giudizio gli Inzerillo e gli Spatola. Ma è
isolato, dunque può essere ucciso, cancellato
come un corpo estraneo. Così è stato per
Coco: magistratura, opinione pubblica e anche voi garantisti
eravate favorevoli al cambio fra Sossi e quelli della
XXII ottobre. Coco disse no. E fu ammazzato".
Generale, mi sbaglio o lei ha una idea piuttosto
estesa dei mandanti morali e dei complici indiretti?
No, non si arrabbi, mi dica piuttosto perché
fu ucciso il comunista Pio La Torre.
"Per tutta la sua vita. Ma, decisiva, per la sua
ultima proposta di legge, di mettere accanto alla "associazione
a delinquere" la associazione mafiosa".
Non sono la stessa cosa? Come si può perseguire
una associazione mafiosa se non si hanno le prove che
sia anche a delinquere?
"E' materia da definire. Magistrati, sociologi,
poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è
l'associazione mafiosa. La definiscono per il codice
e sottraggono i giudizi alle opinioni personali".
Come si vede lei generale Dalla Chiesa di fronte
al padrino del "Giorno della civetta"?
"Stiamo studiandoci, muovendo le prime pedine.
La Mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta,
ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe,
ma io questo mondo lo conosco".
"ERA MEGLIO L'ANTITERRORISMO"
Mi faccia un esempio.
"Certi inviti. Un amico con cui hai avuto un rapporto
di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione:
perché non andiamo a prendere il caffè
dai tali. Il nome è illustre. Se io non so che
in quella casa l'eroina corre a fiumi ci vado e servo
da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il
segno che potrei avallare con la sola presenza quanto
accade".
Che mondo complicato. Forse era meglio l'antiterrorismo.
"In un certo senso si, allora avevo dietro di me
l'opinione pubblica, l'attenzione dell' Italia che conta.
I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici
alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con
la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia
uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene.
E sbaglia".
Perché sbaglia, generale?
"La Mafia ormai sta nelle maggiori città
italiane dove ha fato grossi investimenti edilizi, o
commerciali e magari industriali. Vede, a me interessa
conoscere questa "accumulazione primitiva"
del capitale mafioso, questa fase di riciclaggio del
denaro sporco, queste lire rubate, estorte che architetti
o grafici di chiara fama hanno trasformato in case moderne
o alberghi e ristoranti a la page. Ma mi interessa ancora
di più la rete mafiosa di controllo, che grazie
a quelle case, a quelle imprese, a quei commerci magari
passati a mani insospettabili, corrette, sta nei punti
chiave, assicura i rifugi, procura le vie di riciclaggio,
controlla il potere".
E deposita nelle banche coperte dal segreto bancario,
no, generale?
"Il segreto bancario. La questione vera non è
lì. Se ne parla da due anni e ormai i mafiosi
hanno preso le loro precauzioni. E poi che segreto di
Pulcinella è? Le banche sanno benissimo da anni
chi sono i loro clienti mafiosi. La lotta alla Mafia
non si fa nelle banche o a Bagheria o volta per volta,
ma in modo globale".
Generale Dalla Chiesa, da dove nascono le sue
grandissime ambizioni?
Mi guarda incuriosito.
Voglio dire, generale: questa lotta alla Mafia
l'hanno persa tutti, da secoli, i Borboni come i Savoia,
la dittatura fascista come le democrazie pre e post
fasciste, Garibaldi e Petrosino, il prefetto Mori e
il bandito Giuliano, l'ala socialista dell'Evis indipendente
e la sinistra sindacale dei Rizzotto e dei Carnevale,
la Commissione parlamentare di inchiesta e Danilo Dolci.
Ma lei Carlo Alberto Dalla Chiesa si mette il doppio
petto blu prefettizio e ci vuole riprovare.
"Ma si, e con un certo ottimismo, sempre che venga
al più presto definito il carattere della specifica
investitura con la quale mi hanno fatto partire. Io,
badi, non dico di vincere, di debellare, ma di contenere.
Mi fido della mia professionalità, sono convinto
che con un abile, paziente lavoro psicologico si può
sottrarre alla Mafia il suo potere. Ho capito una cosa,
molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni
mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai
cittadini non sono altro che i loro elementari diritti.
Assicuriamoglieli, togliamo questo potere alla Mafia,
facciamo dei suoi dipendenti i nostri alleati".
Si va a pranzo in un ristorante della Marina con la
signora Dalla Chiesa, oggetto misterioso della Palermo
del potere. Milanese, giovane, bella.
Mah! In apparenza non ci sono guardie, precauzioni.
Il generale assicura che non c'erano neppure negli anni
dell'antiterrorismo. Dice che è stata la fortuna
a salvarlo le tre o quattro volte che cercarono di trasferirlo
a un mondo migliore.
"Doveva uccidermi Piancone la sera che andai al
convegno dei Lyons.
Ma ci andai in borghese e mi vide troppo tardi. Peci,
quando lo arrestai, aveva in tasca l'elenco completo
di quelli che avevano firmato il necrologio per la mia
prima moglie. Di tutti sapevano indirizzo, abitudini,
orari. Nel caso mi fossi rifugiato da uno di loro, per
precauzione. Ma io precauzioni non ne prendo. Non le
ho prese neppure nei giorni in cui su "Rosso"
appariva la mia faccia al centro del bersaglio da tirassegno,
con il punteggio dieci, il massimo. Se non è
istigazione ad uccidere questa?"
Generale, sinceramente, ma a lei i garantisti
piacciono?
Dagli altri tavoli ci osservano in tralice. Quando usciamo
qualcuno accenna un inchino e mormora: "Eccellenza".
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