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| "Dalla
Chiesa, l'Arma e la politica" |
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La lettera inviata da Nando Dalla Chiesa, figlio del
generale dei Carabinieri ucciso dalla mafia nel 1982,
nell'anniversario della morte.
4-9-2001, fonte: Corriere
della Sera
di Nando Dalla Chiesa |
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Caro Direttore, ho partecipato
ieri alle cerimonie ufficiali che si sono tenute a Palermo
(come in altre città dItalia) per ricordare
la strage mafiosa di via Carini in cui, diciannove anni
fa, venne ucciso mio padre, il generale-prefetto Carlo
Alberto Dalla Chiesa, con la moglie Emanuela e lagente
Domenico Russo. Ma ieri ho avvertito un disagio amaro
nel misurare la distanza tra le idee, la vita, gli insegnamenti
di mio padre e il clima che si va formando nel Paese sui
temi che lo videro protagonista in tempi difficili. Su
un punto mi preme qui soffermarmi. E riguarda i valori
a cui egli ispirò la propria attività di
ufficiale dellArma. Il prestigio anzitutto. Mio
padre pensava che la massima ricchezza di una istituzione
- ma anche di una persona - fosse il suo prestigio. Lo
pensava in particolare per le istituzioni «in divisa»
e soprattutto per lArma dei Carabinieri, in quanto
suprema difesa e garanzia delle istituzioni democratiche
nel loro complesso.
Era questa la risorsa principale per sconfiggere i nemici
della democrazia e della legalità; e non per nulla
anche negli ultimi drammatici giorni egli chiese al governo
di non scalfire il suo prestigio davanti alla mafia. Sapeva
però che il prestigio non è gratuito. Ma
che lo si conquista, lo si merita sul campo. Perciò
diede lesempio sul piano personale accettando o
offrendosi continuamente per i compiti più rischiosi
ed esposti. E sapeva pure che il prestigio si nutre di
fiducia, specie quando sia quello di una istituzione posta
davanti al proprio popolo. Arma-popolo: ecco, questo rapporto
di identificazione e di fiducia fu centrale nella sua
visione.
Operò per decenni in un contesto segnato da una
diffidenza reciproca tra forze dellordine e sinistra.
Anzi, nei primi anni di piombo egli si trovò a
essere un po il simbolo dellItalia moderata,
grazie alle tante miopie e pigrizie e giustificazioni
che a sinistra si mostrarono davanti alla scelta della
lotta armata. Ma non si accontentò di quel sostegno.
Perché sapeva che solo grazie a un consenso diffuso
avrebbe potuto battere il terrorismo (e poi la mafia).
Ma anche per profonda convinzione sulla natura e sulle
funzioni dellArma; la stessa convinzione che gli
faceva apprezzare le onorificenze civili acquisite per
i soccorsi ai terremotati del Belice alla stessa stregua
delle onorificenze militari.
LArma era di tutto il popolo. Non pensò mai
ad unArma «di parte», per quanto fosse
un fedele servitore di governi inevitabilmente di parte.
Tanto religiosamente osservava questo principio che nessuno
di noi seppe mai per che partito votasse. E certo fu in
questa logica che, di fronte al terrorismo o alla mafia,
ebbe rapporti rispettosi e di stretta collaborazione anche
con esponenti della sinistra di opposizione, a partire
da Pio La Torre. O che, a volte meravigliando anche me,
cercò costantemente e coraggiosamente il contatto
con i giovani che avevano idee critiche verso lArma
o verso di lui, considerato il «Grande Repressore».
«Le genti dItalia», «il popolo
dei buoni». Queste ed altre espressioni a lui familiari
testimoniarono quali fossero i riferimenti profondi della
sua azione. Verso di essi si sentì in obbligo nei
momenti più drammatici. Quando cera chi sosteneva
(anche allora) che con il terrorismo si dovesse convivere.
Quando occorreva sconfiggere anzitutto la paura ed egli,
per combatterla, decise di farsi vedere in Galleria a
Milano in divisa e senza scorta. Quando occorreva inventare
sempre nuovi strumenti (intelligence, infiltrati, pentiti,
pool di magistrati) per non allargare burocraticamente
le braccia e non tradire la fiducia dellopinione
pubblica.
Vinse, nel rispetto dello Stato di diritto. Con il prestigio
che ne derivò, lui e i suoi uomini contribuirono
alla fine a rendere lArma listituzione di
gran lunga più popolare. Tornato in Sicilia nell82,
mise quel prestigio al servizio dei «cittadini onesti».
E in nome loro, anchessi senza colore come il «popolo
buono», sfidò a Palermo lisolamento
e l«operazione Carlo Alberto» annunciata
dalla mafia. Se la sua memoria ha un senso, se egli ha
costituito un esempio, mi sembra difficile, davvero difficile
dimenticare e cedere alle suggestioni ideologiche che
chiedono oggi di uscire da questi orizzonti di riferimento.
Si farebbe torto, più che a lui, agli interessi
delle istituzioni in divisa e del Paese. |
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